Si cambia pelle…o almeno un pezzo

settembre 6, 2007

Se non siete troppo sconvolti dalle cellule chimera,  se non siete troppo presi dall’arrivo dei nuovi iPod, date un occhio alla versione nuova dell’Indipendente. Il sito del papà del nostro blog si è rinnovato e sfoggia i suoi css e il suo codice validato w3c. Se vi va di lasciare un commento, diteci pure cosa ne pensate.


Adriano Sofri: Ma chi sono i moderati?

luglio 16, 2007

Adriano Sofri, nell’ultimo numero di Panorama, è intervenuto nel dibattito sul ruolo dei moderati, lanciato dall’Indipendente

L’Indipendente, diretto da Antonio Galdo, veterano di Panorama, è un giornale di centrodestra, si direbbe ufficialmente. I suoi interlocutori preferiti, o auspicati, sono i «moderati che vorrei», come si intitolano le ampi interviste – manifesto domenicali a personalità del centrosinistra «culturale». Il destino della parola moderato è tortuoso. Designò specificamente una posizione politica del Cattolicesimo, dal neoguelfismo in poi. Anzi, divenne quasi un sinonimo di Cattolicesimo in politica: il moderatismo cattolico. A volte basta un trattino ad accostarlo ad altri aggettivi: clerical – moderato, moderato – democratico, liberal – moderato. Altre volte a quegli aggettivi si contrappone: cattolico moderato contro cattolico democratico, o progressista… Il lessico arranca dietro il ballo in maschera politico. Genericamente, moderatismo significò una distanza dagli estremismi, una predilezione per il centro, o un eufemismo per conservatorismo. Se intendo bene, l’aspirazione di Galdo è estrarre dalla tradizione un’accezione rinnovata del termine moderato, cioè, con un ritorno alla lettera, di ciò che in politica è dotato del senso della misura. Poco? Sta di fatto che l’estremismo di tanta parte della rappresentazione politica corrente (in cui scorrono fiumi di sangue, e per fortuna si tratta di vernice di scena) assegna alla misura un ruolo singolare. Siccome la misura è una benedizione in una curva di stadio, ma non basta, succede al rianimato moderatismo quello che succede al riformismo nel campo del centrosinistra: che i suoi fautori tengono a spiegare che moderazione e, rispettivamente, riforma non vogliono dire un atteggiamento rinunciatario e compromissorio, né una passione spenta o una mancanza di coraggio. Che si può essere misurati e riformatori e capaci di radicalità, altra parola magica dei nostri giorni, dai troppi usi. Domenica scorsa l’intervistato era Andrea Riccardi, il cui Cattolicesimo moderato (quello di Sant’Egidio) non pecca di indifferenza o di scarsa combattività. C’è bisogno di moderazione, dice, e insieme di grandezza. Galdo chiede perché in Italia non ci si sia ancora liberati dal ’68. Non so bene che cosa intenda. Però, in un’altra intervista dello stesso numero del giornale, a un grande latinista e uomo militante come Luca Canali, c’era un errore di stampa malignissimo. A una domanda sugli «uomini della provvidenza» del passato, Canali citava tra gli altri il generale Stilicone. E’ diventato Silicone. Ecco, questo silicone che si infila dappertutto è forse un ingrediente della risposta sul ’68 che non finisce.

oggi la risposta del direttore 


«Mi hanno costretto a dire che Moro era pazzo»

maggio 10, 2007

Nei 55 giorni che sconvolsero l’Italia, le lettere di Aldo Moro (ieri è stato l’anniversario dell’uccisione) dalla “prigione del popolo”, in cui lo detenevano le Brigate rosse, furono oggetto di una vera “controguerriglia psichica” da parte dello Stato. Il risvolto inedito della vicenda lo racconta il criminologo Francesco Bruno, professore di Psichiatria forense presso La Sapienza di Roma, all’epoca stretto collaboratore del professor Franco Ferracuti, successivamente iscritto alla P2 e componente del comitato di crisi istituito da Francesco Cossiga, ministro dell’Interno in quel drammatico 1978. Le lettere di Moro iniziavano a contenere accuse pesanti verso tutta la Dc, dal segretario Benigno Zaccagnini al Presidente del consiglio Giulio Andreotti e allo stesso Cossiga, quindi il Comitato iniziò a ragionare sulla necessità di depotenziare il carico politico degli scritti dello statista pugliese. «Nel ’74 in Svezia una rapina era terminata con gli ostaggi che parteggiavano per i rapitori. In Italia la “sindrome di Stoccolma” non era ancora nota – ricorda Bruno – così preparai un’informazione scientifica che, richiamandosi a quell’esperienza, supportava la tesi che Moro credeva in quel che scriveva, ma era affetto da una sindrome psichiatrica che non gli consentiva lucidità». Bruno consegnò il suo studio a Ferracuti che lo portò in Commissione, dove finì nelle mani dell’uomo degli americani, Steve Pieczenik, consigliere del governo italiano. L’uomo dei servizi Usa utilizzò invece le conclusioni dei due psichiatri italiani facendo passare Moro per pazzo,non in sé, non credibile e da ignorare. Un approccio fatto proprio dal governo e dalla Dc, che se ne avvalse per ignorare la richiesta di Moro dal carcere di convocare il Consiglio nazionale di cui era presidente. La riunione in cui Amintore Fanfani avrebbe messo in votazione una sorta di riconoscimento politico alle Br per salvare Moro si svolse infatti solo il 9 maggio, pochi minuti prima del ritrovamento del corpo in via Caetani. Per questo oggi Bruno si pente del contributo fornito: «Il mio scopo era di fare in modo che se Moro fosse stato liberato, con la scusa della sindrome, avrebbe potuto ritrovare un suo ruolo politico all’interno delle istituzioni senza perdere la faccia». Bruno si è già scusato privatamente con la famiglia di Moro, ribadendo di aver agito secondo coscienza nel bene del presidente democristiano. «Mi sono sentito usato – racconta – nonostante io stesso ritenessi che bisognava “reindirizzare” l’opinione della gente su quanto scriveva Moro».

di Gianluca Cicinelli


A.A.A. padre cercasi

aprile 2, 2007

Ritorniamo sul tema del padre dunque. Come in un’ossessione potrebbe dire qualcuno, visto che l’Indipendente da mesi batte (qui l’intervista a Carlo Risè) e ribatte (qui l’intervista a don Mazzi e qui l’intervento sul blog di CasaBanfi) sulla necessità che il padre torni all’onore del mondo (anche da Ernesto Galli della Loggia ne parla nell’editoriale del corriere di oggi). Che la paternità torni ad essere un’idea e un fatto socialmente e culturalmente riconosciuto come fondante da una società, la nostra, che il padre invece lo ha messo in soffitta. O lo manda in garage, a sfogarsi con gli hobby. Ovviamente negli spazi di libertà provvisoria che il pover’uomo, ormai ridotto a rifornitore di alimenti, spesso precario, riesce a ritagliarsi dai ritmi di produzione-consumo cui è incatenato. Senza che a ripagarlo un poco ci sia almeno la magra consolazione primonovecentesca della qualifica di “padre esemplare”, “esempio e monito per la famiglia e la società” che generalmente arrivata post-mortem comunque. Anzi: oggi per il fatto di essere maschio e padre l’uomo è generalmente sotto accusa. Cederebbe – secondo strane ricerche poco circostanziate – ai propri istinti violenti in famiglia, sarebbe – secondo stravaganti teorie – una creatura incapace di ascolto, perché addirittura mutilata della parte emotiva, limitato a poche funzioni nella sfera cognitiva. La verità è che sul genere maschile in generale e sul padre in particolare continua ad abbattersi un martellamento mediatico tutto teso a denigrare le funzioni a cui è chiamato il maschile. La virilità ridotta a macchietta, il gusto per l’azione e la lotta a primitivismo, l’inclinazione al silenzio ad afasia. Questa scelta di brani che seguono, tratti dalla letteratura, dimostrano invece la complessità e la profondità del rapporto che ha sempre legato i padri ai figli e in generale gli uomini tra loro.

di Riccardo Paradisi

per leggere i brani selezionati potete scaricare il pdf del giornale di domenica

vai qui e partecipa al sondaggio sul nostro sito


Ho voglia di te visto da un genitore celebre. Casa Banfi

marzo 21, 2007

Partita già qualche settimana su L’Indipendente cartaceo, la rubrica di Alessandro Banfi, vicedirettore del tg5 , sbarca sul blog. Ecco cosa ne pensa di “Ho voglia di te”.

Ebbene sì il ciclone Moccia ha toccato anche casa Banfi. Non poteva essere diversamente, visto che la mia seconda figlia ha quasi 13 anni e sta per finire la seconda media. Siamo finiti in pieno target. E io personalmente sono finito in coda in mezzo agli adolescenti al botteghino del cinema, due sabati fa, ore 14 e 30, all’apertura delle casse. Ci sono tre compagni di classe di mia figlia che devono ancora restituire i soldi anticipati. Cose che capitano. Gli altri fratelli, due più grandi e uno più piccolo, ironizzano parecchio sui libri di Moccia e sulle frasette in “moccese” che proliferano nel mondo delle scuole medie e a casa nostra. Si legge sui muri delle loro scuole: “La nostra storia è troppo grande per finire…” eccetera eccetera. Il mondo sentimentale degli adolescenti è fragile e incerto, e trova nel linguaggio e nei modi stereotipati imposti dal fenomeno dei libri dello scrittore romano un riferimento sicuro. E quindi nessuno si mette i pantaloni, ma i 501 della Levis, nessuno più si chiama con il suo nome intero ma con delle abbreviazioni che a noi suonano buffe e a volte patetiche. Bibi, Ecca, Dili… ma che cos’è una formazione straniera?
E poi parlano tanto di amore eterno, mettono i lucchetti a Ponte Milvio come il loro idolo Scamarcio, ma le loro storie sentimentali sono volubili e un po’ goffe, com’è giusto che sia a questa età. Ma allo stesso tempo sono complicate dal sesso subito, che la nostra società inculca fin dalla più tenera età e da una seria mancanza di punti di riferimento, a cominciare dai genitori. Non ci sono criteri di fondo, non si coltiva la sana inquietudine giovanile basata sulle domande eterne e vere per tutti, da Platone ad oggi, del tipo “Chi sono io?”. L’adolescenza diventa una fascia consumistica, battuta con intensità dalla televisione (che poi viene regolarmente snobbata dopo i 16 anni), da Internet, dai telefonini, dalla moda.
Moccia è una specie di padre adottivo per questa generazione. Che supplisce alla mancanza di rapporto con gli adulti, in gran parte assenti perché distratti, lontani, impegnati in mille altre cose. Li fa leggere e questo è importante perché di solito a questa età pochi leggono. Ma che cosa li fa leggere? Che modello propone? Una vita piatta, superficiale, sentimentale, fatta di marchi di moda e di nomi abbreviati. Di immagine e di apparenza. A volte mi viene da ringraziare il vecchio buon Disney ché almeno in Disney Channel e nei suoi film ci sono dei sentimenti autentici, dei buoni propositi, qualche valore. Droga, fumo e sesso non sono una figata da grandi. Nel nuovo cinema italiano di successo fra gli adolescenti, non c’è neanche questo. E’ bene che i genitori lo sappiano prima di sborsare i 7 euro e 50 per il cinema il sabato pomeriggio, pop corn esclusi. Alessandro Banfi

Hai domande, dubbi, curiosità, commenti? Scrivi a Casa Banfi . Il giornalista risponderà qui sul blog


I moderati che vorrei – terzo appunamento – Nikolas Sarkozy

marzo 12, 2007

Sarkoè disponibile il terzo appuntamento de “I Moderati che vorrei”. Questa volta viene proposto un intervento di Nikolas Sarkozy. Per scaricarlo andate a questa pagina.

Ecco l’introduzione di Enrico Singer:

Per la Francia si sta chiudendo un’era. Quella di Jacques Chirac. Il Presidente che entrò all’Eliseo nel 1995, dopo l’addio di Francois Mitterrand, ha appena partecipato, due giorni fa, al suo ultimo vertice europeo a Bruxelles e si prepara al commiato formale dagli altri leader della Ue che avrà come palcoscenico un’occasione speciale: la celebrazione, a Berlino, dei cinquant’anni del Trattato di Roma che ha dato vita a quella che oggi tutti chiamiamo l’Unione europea senza sapere bene, in fondo, che cosa vuol dire. E, soprattutto, che cosa è diventata da quando, quel 25 marzo del 1957, i sei “padri fondatori” ne firmarono nella sala degli Orazi e Curiazi l’atto di nascita. Perché l’Europa ha fatto passi da gigante, ha finalmente la sua moneta unica, è cresciuta fino a raggiungere i 27 Paesi membri, ha l’ambizione di parlare da pari a pari con gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, le vecchie e nuove tigri dell’Asia: dal Giappone all’India. Ma è anche in crisi. E proprio dalla Francia, con il “no” al referendum del 2005 sulla nuova Costituzione, è partito il campanello d’allarme. Per questo il successore di Chirac, che sarà scelto tra meno di due mesi, ha una responsabilità particolare: dipendenderà in gran parte dal suo atteggiamento il futuro della trattativa per superare la crisi in atto.
Con il testo che pubblichiamo in queste pagine, Nicolas Sarkozy, che tutti i sondaggi considerano il grande favorito tra i pretendenti alla successione di Chirac, anticipa per i lettori de L’Indipendente il suo progetto per l’Europa. Abbiamo deciso di pubblicarlo nella nostra serie “I moderati che vorrei” perché è la testimonianza del pensiero di uno dei più interessanti protagonisti del campo dei nuovi moderati europei. Che dimostra, ancora una volta, il suo coraggio: nel dire no all’ingresso della Turchia, nel proporre un Trattato semplificato da approvare senza nuovi referendum, nell’attrezzare l’Europa alla sfida della globalizzazione.

Il primo di domenica 11 febbraio con Ezio Mauro, è disponibile a questa pagina.
Il secondo di domenica 4 Marzo con Pier Luigi Celli, è disponibile a questa pagina.


Perchè in Italia abbiamo dimenticato le fabbriche?

marzo 8, 2007

FabbricheQuella che segue è l’introduzione del nuovo libro del direttore Antonio Galdo. Tema (come si evince dal titolo) le fabbriche. Ieri è stato ospite alla trasmissione di Augias le storie. Per vedere il suo intervento, basta cliccare su questo link. Contestualizzando il panorama proposto dal libro con quello attuale, una domanda sorge spontanea: perchè in Italia abbiamo dimenticato le fabbriche? Oltre al dibattito qua nel blog, è possibile prendere parte al sondaggio nel sito del giornale

Sono state le fabbriche della follia. Di una lucida, accecante pazzia che ha stravolto i connotati dell’Italia, fino a trasformare un Paese di agricoltori e di mezzadri in una opulenta potenza industriale. Allora, agli inizi del terribile Novecento insanguinato da due guerre mondiali, non esistevano le grandi banche d’affari, il denaro facile del capitalismo globale, la finanza che decide prodotti, mercati, consumi. Bisognava inventare, e creare. Così una generazione di imprenditori (Stato compreso) si è tuffata a capofitto nel vortice della produzione in serie, delle catene di montaggio, delle ciminiere.
Non avevano soldi, e sono andati a prenderli ovunque: anche sotto i materassi dei contadini che nascondevano i risparmi di un raccolto generoso, di una buona vendemmia. Serviva spazio, e lo hanno trovato ingoiando le campagne, avvicinandole ai centri urbani, e attrezzando delle gigantesche company town. Fabbriche diventate città. Cercavano manodopera, e la selezionavano, braccia per braccia, offrendo il miraggio di un posto fisso, uno stipendio sicuro, il prestito per comprarsi la casa. Auto, acciaio, pneumatici. I prodotti e il modello organizzativo per realizzarli su larga scala, erano importati dall’estero: viaggiavano, i nostri capitalisti senza capitali, si aprivano la testa e si eccitavano innanzitutto di fronte al fenomeno americano, al Nuovo Mondo esploso oltreoceano. Copiavano, ma, come succede in ogni esercizio di emulazione, aggiungevano un tocco di novità. Uno stile, un disegno, un’innovazione. Le radici genetiche di quello che poi sarà il made in Italy.
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