Ma gli italiani guadagnano davvero meno rispetto agli altri europei?

aprile 2, 2007

I giornali hanno dato un consistente rilievo alla notizia che conferma come i salari dei lavoratori italiani siano tra i più bassi dell’Unione europea. Naturalmente, come tutti dati statistici, anche questo va guardato un po’ controluce, per evitare l’arcinoto effetto, reso celebre in una poesia di Trilussa, che per effetto statistico distribuisce il pollo del ricco anche al povero, cui in realtà non ne tocca neppure un pezzetto. Si tratta di retribuzioni contrattuali, visto che quelle reali in Italia non le calcola nessuno in modo appena attendibile. Questo significa che dal calcolo sono escluse tutte le forme di retribuzione pattuite direttamente, a livello individuale o di azienda, tra datore di lavoro e dipendente. Il confronto europeo è legittimo e formalmente esatto, perché confronta la stessa situazione nei diversi Paesi. Però il dato italiano può significare due cose diverse, o che le retribuzioni italiane sono davvero inferiori a quelle di tutti gli altri, esclusi i portoghesi, oppure, e questa è probabilmente la conclusione giusta alla quale arrivare, che la quota contrattuale del salario reale in Italia è sensibilmente inferiore a quella media europea. Questo significa, in sostanza, che i sindacati italiani, che continuano a fondare il sistema contrattuale su mega contratti nazionali di lavoro di grandissime categorie, finiscono per esercitare un’autorità salariale inferiore a quella degli altri sindacati europei che hanno adottato forme più flessibili e articolate di contrattazione. D’altra parte, se si esce dalla logica egualitaria ormai piuttosto obsoleta, è ovvio che se i contratti si fanno su basi amplissime, bisogna marciare col passo dei settori e delle imprese più lente, altrimenti si rischia di espellerle dal mercato con un carico eccessivo di costo del lavoro. Così la persistenza di ideologie superate e la politicizzazione dei sindacati italiani, che cercano di stabilire intese “concertative” con le loro controparti naturali su materie che riguardano il governo e trascurano la naturale competizione sulla distribuzione del risultato d’impresa tra salari e profitti hanno prodotto l’esatto contrario di quello che si prometteva e si promette ai lavoratori iscritti alle confederazioni. Il salario non aumenta perché ci si affida alle promesse di recupero del cuneo fiscale, mentre le aspettative di reddito trovano, nella maggior parte dei casi e naturalmente in una dimensione troppo modesta, qualche soluzione prevalentemente al di fuori della contrattazione collettiva, che i sindacati italiani si rifiutano di rinnovare.

di Sergio Soave

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