Treni italiani vs treni giapponesi

aprile 19, 2007

Prendo spunto da un video che ho visto su questo blog, dove il tema centrale è l’esperienza della vita giapponese. Nel filmato si vede un treno di quelli che da noi ce li sognamo. In poche parole i sedili si girano in automatico per permettere ai passeggeri di essere sempre voltati nella direzione di marcia del treno. Fare un confronto con la situazione italiana del trasporto su binari ferrati mi pare impossibile. Mi ricordo l’anno scorso quando lavoravo a milano e pendolavo (in realtà anche durante il periodo dell’università) su quei treni locali della famigerata linea novara-milano (non che gli interregionali della torino-milano siano meglio) dove non c’è nemmeno lo spazio vitale per mettere le gambe, e se si vuole distenderle un po’ bisogna incastrarle a tetris con il vicino davanti. Per non parlare dell’odiato posto vicino al finestrino quando il riscaldamento è acceso…

di seguito un video girato alla stazione di novara, sui meccanismi che regolano l’apertura delle porte dei treni italiani (bello come anche il ferroviere rimanga basito e non sappia subito come risolvere la situazione)

in Giappone invece i treni sono così

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Ma gli italiani guadagnano davvero meno rispetto agli altri europei?

aprile 2, 2007

I giornali hanno dato un consistente rilievo alla notizia che conferma come i salari dei lavoratori italiani siano tra i più bassi dell’Unione europea. Naturalmente, come tutti dati statistici, anche questo va guardato un po’ controluce, per evitare l’arcinoto effetto, reso celebre in una poesia di Trilussa, che per effetto statistico distribuisce il pollo del ricco anche al povero, cui in realtà non ne tocca neppure un pezzetto. Si tratta di retribuzioni contrattuali, visto che quelle reali in Italia non le calcola nessuno in modo appena attendibile. Questo significa che dal calcolo sono escluse tutte le forme di retribuzione pattuite direttamente, a livello individuale o di azienda, tra datore di lavoro e dipendente. Il confronto europeo è legittimo e formalmente esatto, perché confronta la stessa situazione nei diversi Paesi. Però il dato italiano può significare due cose diverse, o che le retribuzioni italiane sono davvero inferiori a quelle di tutti gli altri, esclusi i portoghesi, oppure, e questa è probabilmente la conclusione giusta alla quale arrivare, che la quota contrattuale del salario reale in Italia è sensibilmente inferiore a quella media europea. Questo significa, in sostanza, che i sindacati italiani, che continuano a fondare il sistema contrattuale su mega contratti nazionali di lavoro di grandissime categorie, finiscono per esercitare un’autorità salariale inferiore a quella degli altri sindacati europei che hanno adottato forme più flessibili e articolate di contrattazione. D’altra parte, se si esce dalla logica egualitaria ormai piuttosto obsoleta, è ovvio che se i contratti si fanno su basi amplissime, bisogna marciare col passo dei settori e delle imprese più lente, altrimenti si rischia di espellerle dal mercato con un carico eccessivo di costo del lavoro. Così la persistenza di ideologie superate e la politicizzazione dei sindacati italiani, che cercano di stabilire intese “concertative” con le loro controparti naturali su materie che riguardano il governo e trascurano la naturale competizione sulla distribuzione del risultato d’impresa tra salari e profitti hanno prodotto l’esatto contrario di quello che si prometteva e si promette ai lavoratori iscritti alle confederazioni. Il salario non aumenta perché ci si affida alle promesse di recupero del cuneo fiscale, mentre le aspettative di reddito trovano, nella maggior parte dei casi e naturalmente in una dimensione troppo modesta, qualche soluzione prevalentemente al di fuori della contrattazione collettiva, che i sindacati italiani si rifiutano di rinnovare.

di Sergio Soave


Una strage, due lapidi – FURONO GLI AMERICANI A UCCIDERE 60 CIVILI NEL DUOMO DI SAN MINIATO

marzo 1, 2007

San MiniatoUna strage, due lapidi


La vecchia targa con il falso storico resterà al suo posto e il Comune non vuole toccarla. La nuova, scritta da Scalfaro e benedetta da Amato, arriverà a luglio

Ormai non c’è più nessun dubbio. La strage nel duomo di San Miniato del 22 luglio 1944, che provocò la morte di 56 persone, non fu opera dell’esercito d’occupazione tedesco. Ma la conseguenza tragica di un proiettile sparato per errore dal 337 battaglione di artiglieria americano verso la cattedrale gremita. Una vicenda registrata anche nei diari di alcuni militari statunitensi di stanza a San Miniato. A sancire ufficialmente, e giudiziariamente, la versione della strage americana d’altra parte c’é anche una recente sentenza del tribunale militare di La Spezia dove si parla di «insussistenza di un’azione criminale condotta dall’esercito tedesco a danno della popolazione civile di San Miniato». La lapide, apposta sul muro del duomo dal comune del paese toscano, parla però di strage nazi-fascista: «Ricorda nei secoli il gelido eccidio perpetrato dai tedeschi di sessanta vittime inermi. Non necessità di guerra ma pura ferocia spinse gli assassini a lanciare micidiale granata nel tempio maggiore». Un falso storico marmorizzato. Che già i Taviani nel film La notte di San Lorenzo avevano contribuito a fissare nell’immaginario collettivo degli italiani. Un errore clamoroso che però le giunte di San Miniato, pur coscienti di come fossero veramente andate le cose, non hanno mai voluto correggere – per una questione di “continuità morale” hanno spiegato. Almeno fino ad oggi. Infatti la svolta è di questi giorni. Ad annunciarla è lo stesso sindaco di San Miniato Angelo Frosini: «A San Miniato, scritta da un’indiscussa autorità repubblicana, sarà affissa una nuova lapide». Anche il ministro dell’Interno Giuliano Amato si dice soddisfatto dell’esito di una vicenda che stava diventando ogni giorno più imbarazzante. Nella serata di ieri arriva il testo della nuova lapide, la firma è di Oscar Luigi Scalfaro: «Sono passati più di 60 anni dall’eccidio del 22 luglio 1944, attribuito ai tedeschi. La ricerca storica ha accertato invece che la responsabilità è delle forze alleate. La verità deve essere rispettata e dichiarata sempre». Meglio tardi che mai. Ma la vecchia lapide? Resta li dove si trova. Farà compagnia alla nuova, continuando ad affermare l’altra verità. Evidentemente è il principio della “continuità morale”.

di Riccardo Paradisi dall’Indipendente del 1 marzo 2007