Perchè i master universitari non servono a niente

aprile 25, 2007

Ma servono davvero, in Italia, i master universitari? Di certo rappresentano una fabbrica della formazione in continua crescita, in termini di fatturato e di addetti. Soltanto nell’ultimo anno, infatti, ne sono stati organizzati oltre duemila (quasi la metà alla prima edizione) per circa quarantamila studenti e con le generose sponsorizzazioni di 3500 aziende. Macchine da soldi, insomma, con un fatturato che, secondo le indagini del Censis, supera i 180 milioni di euro. Stessa musica per i professori reclutati con i master: sono ormai un esercito di 34mila docenti, in gran parte universitari che arrotondano gli stipendi, praticamente uno per ogni studente che in media spende 4800 euro per la sua iscrizione. Fin qui il gigantesco giro d’affari che copre, come un lenzuolo, l’universo dei master universitari. E i vantaggi, in termini di occupazione, per gli iscritti? Pochi, pochissimi. Un’indagine di AlmaLaurea, Osservatorio Statistico dell’Università di Bologna nato nel 1994, dimostra infatti che «non si registrano differenze significative tra coloro che hanno terminato un master rispetto ai colleghi che non hanno concluso un’ esperienza analoga». Ma se i master fuori ateneo non servono a nulla, valgono poco anche quelli universitari. A cinque anni dalla laurea, quelli che ne hanno frequentato uno di primo livello, registrano una percentuale di occupazione pari all’ 88 per cento. Appena tre punti in più di chi ne ha fatto a meno. Il vantaggio occupazionale scende invece a due punti di differenza per i master di secondo livello. La situazione è addirittura paradossale se poi si considera la stabilità lavorativa, che «risulta addirittura più ridotta tra i laureati che hanno frequentato un qualunque tipo di master rispetto a quella raggiunta dai laureati privi di tale esperienza». Chi ha fatto un master trova un lavoro stabile nel 59 per cento dei casi. Chi si è accontentato della laurea nel 74 per cento dei casi. E per giunta guadagna 17 euro in più: 1320 euro mensili contro 1303. Se ci si limita ai corsi di formazione di primo livello, la differenza in busta paga sale ancora di più. I laureati semplici sopravanzano i “masterizzati” di 65 euro. Dati confortanti, visto che il rapporto di Almalaurea sottolinea che i corsi post-laurea, oltre a essere inutili, sono anche discriminatori: hanno la possibilità di accedervi solo il 9 per cento di studenti disagiati, mentre il resto dei posti a disposizione, di pari passo con l’eccellenza e il costo, è appannaggio di giovani molto facoltosi. I master sono insomma un grande bluff, di cui il professore della Iulm Mauro Pecchenino spiega il gioco: «Le università italiane ormai sono aziende. E le aziende devono vendersi. Il master è un prodotto. Né più né meno che la maionese».

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