I silenzi d’oro di Boniperti

Italo CucciSquillava il telefono. Raramente. Era Boniperti: «Hai letto?». «Cosa, Giampiero?». «Non hai letto?» «Non saprei, dimmi». «Come stai?». Sembravano i discorsi del signor Veneranda di manzoniana memoria (Manzoni Carletto, quello del Candido guareschiano). E invece bisognava tener conto del tradizionale riserbo di Mister Juventus, l’uomo che più ha dato al calcio italiano in generale e alla Famiglia Agnelli in particolare. Accettava anche di essere intervistato, talvolta. Gli chiedevi, ad esempio: «Ma cosa pensi di Ian Rush? Lo riprenderesti?» Risposta: «E tu cosa ne pensi?» Era così difficile strappargli una dichiarazione che se diceva appena appena «sono soddisfatto di Trapattoni» la banalissima battuta diventava un titolo a nove colonne. In un periodo abbastanza drammatico per il calcio italiano mi telefonava a notte fonda e capivo ch’era lui perché sentivo un sospiro profondo e uno che fingeva di avere sbagliato numero. Come se già pensasse all’esistenza delle intercettazioni. Un quarto di secolo fa. Stavo al gioco, parlavo solo io: Poi lui: “Buonanotte”. Per uno che non ha mai detto niente son sicuro che non gli farà piacere leggere il niente che mi ha detto. Come se rompesse una consegna del silenzio durata mezzo secolo. M’ero abituato – in verità – a “sentire” i suoi silenzi, a tradurli in pensieri e parole. Se gli chiedevo della Triade (Giraudo, Moggi e Bettega) un colpo di tosse e un rapido accenno al tempo («Che freddo, a Torino») valeva un eloquente virgolettato. Quando la Juve è stata cacciata in B credo di avergli sentito dire “Pazienza!”. E per uno che alla Juve ha consacrato la vita si può ben capire quanta sofferenza dietro quella “pazienza” ma anche quale senso di liberazione da Quei Tre che le avevano rovinato la reputazione. E la cacciata di Quei Tre? “Ohhhhh”. Quasi un godimento. Avevano “rapito” la Vecchia Signora, l’avevano sottratta ai due veri innamorati, lui e l’Avvocato. Ma Agnelli ne aveva sofferto meno, perché la mossa l’aveva fatta il fratellino bravo negli affari, Umberto, e la Famiglia ne avrebbe tratto vantaggio. Infatti Quei Tre sbandieravano il fatto che Gianni aveva lasciato cento miliardi di debiti e loro avevano presto pareggiato i conti. Anzi: «Scrivilo, scrivilo», diceva Moggi, che non nascondeva la libidine d’onnipotenza che lo spingeva addirittura a dettare i sui Pensieri Stupendi – «scrivilo che alla Famiglia non chiediamo più una lira. Anzi…». Si fermava lì. Immagino che avrebbe voluto dire: «Anzi, gliene diamo». E quando “gli” vendettero Zidane, l’Uomo dal Piede d’Oro: «Cavo Moggi, cos’è questa stovia di Zidane al Veal? Siete impazziti». E Moggi, con quella voce cavernicola: «Avvocato, ci danno centoventi miliardi…». “Davvevo?”. Clic. A Boniperti era rimasta una parvenza di presidenza onoraria, lui ch’era una potenza reale quando aveva accettato di candidarsi alle elezioni europee aveva sbaragliato il campo torinese, prendendo più voti della Susi Agnelli e dei liberalrepubblican- democristian tradizionali. Non solo: quando parlavano di lui, Quei Tre (ma devo dire che Bettega stava piuttosto zitto e contava poco e d’ora in avanti dirò Quei Due) non perdevano l’occasione di sfotterlo, il Boniperti che s’era rifiutato di comprare Maradona e siccome era griccio (braccio corto) si accontentava della Sudditanza Psicologica e non cacciava una lira per arbitri e accattoni vari. Ah ah, il rinco. E giù a ridere. Poi, com’è noto, ride bene chi ride ultimo. Bene, ho ripensato all’amico Giampiero Boniperti (sì, mi onoro di un’amicizia senza prezzo, silenziosa ma rispettosa, fatta soprattutto di fatali coincidenze, nel senso che ci chiamiamo nello stesso istante quando succede qualcosa che fa vibrare le nostre antiche corde, mio figlio dice ……), ho ripensato ai suoi solenni silenzi registrando le molteplici interviste di Cobolli Gigli (presidente), Blanc (amministratore delegato), Tardelli (consigliere o ex), Lapo, Trezeguet, Nedved, Camoranesi, Chiellini (sic), be’, tutti straparlano in questa Juve. Tutti tranne Secco e Del Piero, che oserei definire i più bonipertiani, visto che il giovane ds è figlio del mitico ragionier Secco che ai tempi di Giampiero metteva in riga giornalisti e fotografi e che Alex arrivò alla Juve proprio ragazzino e per lui l’allora presidente non pensò neppure di aprire la bottiglia di spumante Riccadonna che aveva tentato di ammollare a Platinì, il quale lo champagne cercò di andare e berlo a Casa Agnelli, sui colli fatali di Torino, ma risulta che non gli andò bene anche lì. Come dicevo, Quei Due – ovvero Agnelli e Boniperti, – parlavano quasi niente. Giampiero si affidava ai “ma va”, “davvero?”, “embè”, Gianni si concedeva solo a Franco Costa della Rai che per farsi riconoscere anche alla settantesima intervista portava un cappellaccio nero alla Fellini. Poche parole, molti fatti. È vero: capisco Cobolli Gigli, che ha dovuto cambiare aria alla Juve anche nel lessico societario. Spero taccia, presto, anche lui. Ma gli altri, zitti e basta. Fanno un casino che non sembra neppure la Juventus, danno addirittura l’idea che siano rimasti in Serie B dove se non alzi la voce nessuno dà conto di conoscerti, soprattutto se sei nobile de-caduto. Così, fanno il gioco di Moratti che una volta al giorno leva il cronista di torno con una succosa polpetta di parole; o di Berlusconi, che in confronto a loro parla per la Storia, non per la cronaca. Botta michelangiolesca: perché non tacete? Come si fa? Chiedete a Boniperti.

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