Lo sport contro i tiranni, lo sport per la democrazia

aprile 23, 2007

Italo Cucci«È singolare come in questo caso si stia vendendo la pelle dell’orso (gli Europei potrebbero andare altrove, e me lo auguro, onde evitare lo sperpero di denaro pubblico verificatosi ai tempi del Mondiale Novanta), ma non è straordinario il fatto che Michel Platini, nuovo presidente dell’Uefa, stia oggi ridendo di noi che già stiamo occupando poltrone inesistenti. Siamo vincitori del Mondiale di calcio 2006, e lo dobbiamo a Marcello Lippi e alla sua banda. Ma la storia ci consegna, puntualmente, un trofeo speciale: quello di Grandi Cacciatori di Poltrone». (L’Indipendente – 25/3/2007)

Sento già i raffinati cultori del Giornalismo Accademico: «Com’è poco elegante, questo Cucci che si cita per rivelare le sue capacità profetiche». Pazienza. In realtà mi cito perché mi piace sottolineare come sarebbe stato facile, usando un po’ di prudenza e magari competenza, arrivare alle stesse conclusioni cui ero arrivato da tempo a proposito della candidatura dell’Italia all’organizzazione degli Europei 2012. In realtà, i toni altamente drammatici sparati da quelle vestali della notizia che oggi si stracciano le vesti per «l’affronto subìto dall’Uefa» sono la naturale, anzi truccatissima reazione al trionfalismo speso alla vigilia dell’assise di Cardiff dalla quale siamo usciti sconfitti e offesi perché l’evento desiderato è stato assegnato “a quei poveracci” della Polonia e dell’Ucraina. (Pensiero: l’altra sera ho visto su History Channel un magnifico documentario sull’Olimpiade di Roma 1960 e mi sono chiesto se, ragionando come certi sragionatori di casa nostra, il Comitato olimpico internazionale sarebbe mai arrivato ad assegnare il massimo evento sportivo a un Paese come l’Italia appena uscito da una guerra perduta che aveva lasciato distruzioni e povertà, sospetti su un popolo inaffidabile e una voglia di ricostruzione sostenuta dal Piano Marshall e dall’Unrra Casa. Per nostra fortuna – e per la bravura dei due grandi Giuli, Andreotti e Onesti – Roma ebbe i suoi Giochi che per bellezza rimangono – i pareri sono unanimi in ogni parte del globo – i più belli di sempre).
È vero: dovevamo immaginare la bocciatura, e non solo perché il mondo intero aveva preso nota di Calciopoli 1, perché l’assassinio di Licursi e Raciti aveva denunciato la tragica insicurezza dei nostri stadi, perché le manganellate di Roma-Manchester avevano testimoniato un’approssimativa organizzazione della sicurezza e, infine, perché Calciopoli 2 era stata annunciata proprio una settimana prima del verdetto. Ma tutto ciò era semplice corollario di una tesi più profonda: l’elezione a presidente dell’Uefa di Michel Platini aveva necessariamente innovato la geopolitica dello sport, prima legata a scelte dettate da conservatorismo affaristico. Sotto Johansson i giochi si facevano fra i Paesi del cosiddetto G8 calcistico fra i quali l’Italia – nazione dello sperpero e delle speculazioni – aveva un ruolo primario. Allora sembrava opportuno se non ovvio che gli Europei del 2012 toccassero a chi aveva già organizzato due tornei mondiali e due tornei continentali. Ma con Platini, eletto non a caso con i voti dei Paesi dell’Est procuratigli da Blatter (e con il voto contrario della nostra Federcalcio), la musica doveva per forza cambiare.
Evviva la Polonia e l’Ucraina, dunque, che grazie all’assegnazione dell’importante evento potranno fare un passo avanti verso l’integrazione operativa nell’Europa che li ha accolti con malcelati sospetti. L’evento coinciderà con l’apertura di cantieri, con la costruzione di impianti sportivi nuovi e di infrastrutture oggi carenti come strade, aeroporti, alberghi e quindi con un rilancio produttivo sul fronte turistico. E non solo: ne trarrà giovamento la giovane democrazia introdotta a fatica nel 1989 dopo la caduta del muro di Berlino. Questo dato è sfuggito ai distratti analisti delle massime istituzioni sportive nazionali. A me piace sottolineare, invece, che nel dibattito sulla “esportazione della democrazia” aperto dagli Stati Uniti, motivo di forti contrasti politici e religiosi, si inserisce un dato certo: è lo sport il più grande ed efficace esportatore di democrazia. Ho prove in abbondanza di quanto dico, ma mi basta citare un paio di eventi storici, i Mondiali di Argentina ’78 e l’Olimpiade di Mosca ’80, per asserire che lo sport è il più pericoloso nemico dei regimi totalitari.

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