Giornalisti, non Rambo con carta e penna

marzo 22, 2007

Abbiamo già parlato del mestiere di reporter in tempo di guerra, qui con l’articolo di Filippo di Robilant che fornisce il suo punto di vista e qui con altre considerazioni sulla vicenda Mastrogiacomo e suo entourage. Prendo spunto dal giornale di oggi sul quale c’è un articolo di Silvia Marchetti (che potete scaricare qui in quarta pagina [se invece volete abbonarvi gratuitamente a L’Indipendente andate qui invece 🙂 ] ) in cui il fuoco è puntato sulla formazione ricevuta da chi si trova a fare giornalismo nei terreni caldi. Queste persone di solito non vengono mandate allo sbaraglio, ma affrontano, prevenitvamente, dei corsi speciali molte volte patrocinati da formazioni militari. è per esempio il caso della Scuola Superiore Santanna di Pisa che organizza un importante corso di peacekeeping in collaborazione con la Folgore. La frase che sintetizza in maniera eccellente e inquadra la figura del reporter di guerra nel suo spazio vitale è stata pronunciata da Andrea de Guttry, responsabile del corso sopracitato:

 «Noi non formiamo dei rambo ci limitiamo a trasferire agli inviati il bagaglio di conoscenze necessarie, perché oggi devono essere maggiormente consapevoli dei pericoli a cui vanno incontro. Sono diventati oggetto di interessi e devono trovare un giusto equilibrio tra la ricerca della notizia e il non contribuire a inasprire il conflitto.»

Annunci

Prigionieri anonimi uccisi, prigionieri illustri liberati. Sayed e Mastrogiacomo

marzo 21, 2007

Credo che nel Buongiorno della Stampa di oggi, Gramellini esponga sinteticamente e con la sua solita efficacia una situazione alla quale non è stata prestata, per ovvi motivi, l’attenzione che avrebbe dovuto meritare. Riporto le sue frasi:

Vorrei inviare una carezza di carta alla moglie di Sayed Agha, l’autista di Daniele Mastrogiacomo che i talebani hanno sgozzato con la stessa pietà che il macellaio dedica a un prosciutto. Uno degli orrori delle guerre è che ci obbliga a selezionare le commozioni. Nessuno, a parte forse qualche santo, ha energie sufficienti per soffrire ogni giorno e per ogni corpo che cade. Perciò si finisce col concentrare l’emotività su un caso emblematico, di solito quello che vede protagonista un proprio connazionale. Meglio se giornalista o pacifista, al fine di conservare un’illusione pelosa (e penosa) di equidistanza fra le parti. Ma anche all’interno della microstoria che accidentalmente eleviamo a Storia non tutti i personaggi godono della stessa attenzione. Sayed è stato fin dall’inizio «l’autista di», come se non avesse un nome, un’identità, una dignità propria. Occupati a trepidare per la sorte dell’ostaggio italiano, abbiamo accolto con distrazione e quasi con indifferenza la notizia che era stato decapitato e che sua moglie, incinta di sei mesi, per il dolore aveva perso il bambino.
Ma adesso Mastrogiacomo è libero e ci sentiamo liberi anche noi di rivolgere il pensiero a una donna e al suo uomo, che aveva l’unico torto di guadagnarsi da vivere scarrozzando giornalisti lungo strade infestate da esseri umani nei cui gesti riesce davvero difficile trovare il barlume di quella divinità della quale si professano custodi.

Ora possiamo dedicare un po’ di attenzione al dolore di quella donna che ha dovuo affrontare la tragedia nella tragedia, di perdere marito e (futuro) figlio in un colpo solo. Il prezzo da pagare per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo è stato caro per tutti (non in termini di denaro come – forse – è successo nei casi precedenti). Le vite in gioco erano tante, sia di chi ora non c’è più, e sia di chi ora è stato liberato (dalla prigionia e dal carcere) ed ora può tornare senza intoppi in Italia a raccontare la propria esperienza o in patria a rimpinguare il numero di teste di autisti che verranno tagliate nei prossimi tempi. Allora il gioco valeva davvero la candela? A tal proposito segnalo nuovamente il post di ieri il succo del quale era la condotta dei reporter di guerra. Embedded, allo sbaraglio o dalla propria camera d’albergo? Leggi il seguito di questo post »


Mastrogiacomo e gli altri reporter. Come non diventare strumenti di ricatto?

marzo 20, 2007

Riportiamo di seguito il pezzo di Filippo di Robilant apparto sul numero odierno dell’Indipendente. Cosa ne pensate? Sul nostro sito abbiamo anche aperto un sondaggio.

Il codice di condotta dei giornalisti nei teatri di guerra non è soltanto un problema di etica professionale.
Una lezione da imparare: come si può evitare il rischio di diventare strumenti di terribili ricatti

Dopo il sollievo per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo è forse possibile affrontare con serenità il tema del comportamento dei giornalisti nei teatri di guerra o in fragili situazioni post-belliche. Per le potenziali conseguenze, è un tema che ci riguarda tutti. Allora, esiste una via di mezzo tra il giornalista rintanato nella stanza d’albergo a scrivere il pezzo guardando la Cnn e quello scalpitante che pensa che il pericolo sia il suo mestiere? O tra il reporter embedded e quello pronto a gettarsi nella mischia? Certamente sì. Per assolvere il compito di vedere, capire, decifrare e raccontare, un reporter che interroga e s’interroga, ma in maniera prudente, non è meno professionale di uno che sfida il pericolo, soprattutto in un contesto labile come l’Afghanistan. Leggi il seguito di questo post »