Antò, fa Galdo…

ottobre 9, 2007

Ed è con grande piacere che annuncio l’apertura del blog del nostro direttore. Basterà puntare i vostri browser a questo indirizzo (ma il nome Antò, fa Galdo… è molto più esplicativo di uno sterile url) e potrete leggere le sue opinioni sull’attualità economica e politica italiana. Per tutti quelli che vogliono una piccola descrizione del personaggio, potete andare qui. Se invece volete leggere cosa ha già scritto sulle pagine del nostro attuale blog, potete pigiare con il puntatore del vostro mouse in corrispondenza di questo link.

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I moderati che vorrei – Dodicesimo appuntamento – Alessandro Profumo

settembre 17, 2007

è disponibile per il download sul nostro sito l’intervista che il nostro direttore, Antonio Galdo, ha realizzato all’amministrato delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, per la serie “I moderati che vorrei”. Potete andare a  questa pagina e scaricare il formato digitale del quotidiano di domenica. Invece qui trovate le precedenti uscite. Intanto di seguito un piccolo estratto dell’intervista:

Quando all’estero le chiedono un flash sull’Italia, che cosa risponde?

Chiedo benevolenza. Abbiamo un’immagine peggiore della sostanza delle cose e dei nostri autentici problemi strutturali.

Il più grave?

L’Italia è un Paese con troppa ideologia e poca concretezza. E questo rende difficile qualsiasi cambiamento, qualsiasi riforma. Prenda l’esempio delle pensioni…

Ha vinto l’ideologia?

Purtroppo. L’età media e le aspettative di vita si alzano, e noi mandiamo la gente in pensione a 57-60 anni, quando cioè ci si sente ancora giovani e pronti a fare un secondo lavoro. Altro che difesa dei deboli! Così i giovani, i veri deboli, li colpiamo due volte. Prima perché pagheranno il conto di un sistema previdenziale che non può stare in equilibrio e poi per il fatto che sul mercato del lavoro aumenta la concorrenza di cinquantenni pensionati, in eccellenti condizioni psicofisiche, pronti a essere reclutati.

Torniamo ai difetti strutturali, dopo l’ideologia. In Italia conta più il mercato o una buona relazione?

Una buona relazione, è la triste realtà.


Come dare una spallata (dopo le elezioni) in 2 mosse

maggio 29, 2007

GiornaleSe proprio Silvio Berlusconi ci tiene a dare una spallata dopo le elezioni amministrative, lo faccia immediatamente con due iniziative politiche. La prima con una forte mobilitazione dell’opinione pubblica: bisogna riaprire il Senato. La melina della maggioranza, consapevole dei rischi che corre ogni volta che si vota a palazzo Madama, ha superato i limiti di una fisiologica tecnica parlamentare e si sta trasformando in un vero esproprio del gioco democratico. Domani si riunisce l’ufficio di presidenza con i capigruppo del Senato (ma ha ancora un senso partecipare a questi incontri?) e, statene certi, il governo se la prenderà molto comoda sulle sedute che pure dovrebbero essere dedicate a temi importanti, come i disegni sulle unioni civili e sulla riforma dei servizi di sicurezza. A un anno dal giorno dell’insediamento del governo Prodi, si è scoperto che il Senato ha lavorato più di cento ore in meno rispetto alla precedente legislatura e non certo per la cattiva volontà dei componenti dell’assemblea. Ma non basta. Di leggi ,praticamente, non se ne sono viste a palazzo Madama, e fino a prova contraria il nostro è ancora un bicameralismo pieno. Così, invece, è truccato. Se la maggioranza fa il suo lavoro di melina, è venuto il momento per l’opposizione di tirare fuori gli artigli. E di scendere anche in piazza, per spiegare agli italiani che non si può governare il Paese con il trucco della chiusura di una delle due Camere. La seconda iniziativa è interna al centrodestra. Il voto alle amministrative è andato bene (si perde, o non si vince, dove la coalizione è spaccata), ed è impressionante l’onda elettorale che monta nelle regioni del Nord. Molto di più di una questione settentrionale: è un pezzo dell’Italia, il cuore della locomotiva economica, che ha ormai voltato le spalle all’Unione e a una maggioranza che predica la riduzione delle tasse e poi stanga i contribuenti, che annuncia riduzioni di imposta con la finanziaria e poi si riprende i soldi con gli interessi attraverso l’aumento dei prelievi degli enti locali. A questo punto il tempo stringe. E prima di impiccarsi a una formula per ricostruire l’alleanza di centrodestra, è opportuno sedersi attorno a un tavolo per discutere, punto per punto, una possibile agenda di lavoro. Sarebbe questa, e non il messianico annuncio di un terremoto elettorale, la vera spallata da dare al governo. Siamo sicuri, infatti, che partendo dai contenuti, da un possibile programma di coalizione, sarà più facile anche trovare la rotta giusta per dare una nuova architettura al campo dei moderati. E la prima mossa, per aprire il tavolo, tocca a chi, sulla base dei rapporti di forza, è ancora il leader dell’opposizione, cioè a Silvio Berlusconi. Faccia un passo, forte e chiaro: lo aspettano innanzitutto gli elettori.


Centrodestra. Mentre a Milano si fa il congresso, a Roma ci si trastulla

maggio 11, 2007

GiornaleSe non ve ne siete già accorti, vi segnalo che a Milano si sta celebrando il congresso del centrodestra italiano. I temi ci sono tutti, dai nuovi confini della «società aperta» ai doveri che precedono i diritti, dalla mobilità del lavoro a un diverso modello di welfare, dalla formazione con le opportunità fornite da scuola e università al merito contro i privilegi. dalla religione nella vita pubblica all’Europa delle nazioni. Non mancano il grande pubblico, si vedono perfino tanti giovani, e gli ospiti stranieri. Si parla di politica forte, anche se l’ombrello della manifestazione, il Forum organizzato dalla Bocconi e dal Corriere della Sera, è un termometro della politica debole. Già, perché mentre a Milano si discute sul serio di una possibile agenda del centrodestra, a Roma ci si trastulla, con scambi di battute e di veleni, sulle solite scatole cinesi, oggi montate domani smontate, nel perimetro Forza Italia-An-Udc-Lega. Senza lo straccio di un’idea forte, magari uscirà dopo le elezioni amministrative, di un possibile percorso della colazione alternativa al Partito democratico ed ai suoi alleati. «A questo punto per fare il salto di qualità servono politici come Reagan e la Thatcher» avverte dal Forum l’ottimo professore Francesco Giavazzi, altro pezzo da novanta della scuderia Bocconi-Corriere della Sera. Ha ragione, ovviamente, sul piano storico: cita due leader che hanno fatto la rivoluzione liberale del secondo Novecento. E non a caso si tratta di due personaggi del pantheon dei moderati radicali e rivoluzionari, perché trasferendoci dalla sfera globale al cortile italiano, è soltanto dal centrodestra che può venire fuori una spinta modernizzatrice come la aspettiamo dagli anni Settanta. Il centrosinistra (laddove il centro è una minoranza a disagio), infatti, rappresenta proprio gli interessi che bisogna smontare. Il muro sindacale, invalicabile, sulla ragionevole riforma delle pensioni del professore Tommaso Padoa-Schioppa, siamo sempre a casa Bocconi-Corriere, parla meglio di qualsiasi analisi. E dove c’è da dare spallate, pensate alla scuola e alle università, i poteri corporativi più solidi sono sempre quelli che hanno le sponde nel centrosinistra. Dunque, il lavoro duro ma appassionante tocca a noi. E nel momento in cui brillano nuove stelle nel firmamento europeo del centrodestra, da Sarkozy a Cameron , non possiamo affidarci a una virtuale supplenza dei tecnici ormai anomali politici senza partito. Magari Monti sarebbe un buon premier, e Giavazzi un possibile successore di Padoa-Schioppa. Ma, prima dei cervelli della Bocconi e della benedizione cardinalizia del Corriere della Sera (direttore in testa), serve un vero centrodestra.


Ma perchè il sindacato non sospende il 1° maggio

maggio 4, 2007

GiornaleMentre a Roma il conduttore Andrea Rivera consumava il rito della gloria plebea con il trucco del sermone anticlericale, a Sorrento due donne, Claudia Morelli e Teresa Reale, restavano schiacciate come dei moscerini sotto il braccio della gru di un cantiere aperto senza i regolari permessi. E poche ore dopo due operai in Calabria ci rimettevano le pelle soltanto per un motivo: lavorare. Il primo maggio italiano è volato così, tra una festa di piazza trasformata in una canea mediatica e una tragedia di uomini e donne consumata nell’indifferenza (a parte le solite condoglianze istituzionali) di un Paese che conta cento morti al mese (ripeto:cento morti) sui luoghi di lavoro. Le chiamano morti bianche, dicono che sono peggio di una guerra, ma nessun dirigente sindacale, nessun Epifani, Bonanni e Angeletti di turno, ha pensato di fare la cosa più semplice per sbattere in faccia all’opinione pubblica l’assurdità di queste stragi: rinunciare alla liturgia del primo maggio, musica rock e siparietti da cabaret televisivo, per dare un segnale forte di indignazione e, questa sì, di protesta. Un modo forte e chiaro per dire: cari italiani, qui c’è poco, anzi nulla, da festeggiare, perchè non si può fare un concerto in nome del lavoro mentre il lavoro significa morte. E invece il nostro sindacato, sempre più povero di idee, di coraggio, ha fatto come quei divi dello spettacolo che difendono sempre e comunque la loro funzione di grandi maestri di cerimonie. The show must go on, ha detto. E così è stato. Quello che è venuto dopo, le polemiche incrociate sulle frasi pronunciate da Rivera, è soltanto un dettaglio della cronaca, un ennesimo assaggio della temperatura contagiosa delle nostre polemiche dentro il palcoscenico della dissimulazione e fuori dalla quotidianità di una tanto scadente convivenza civile. Era importante, invece, quello che poteva arrivare prima, il gesto di una scelta del silenzio quando tanti urlano, l’attimo di una pausa imprevista quando c’è bisogno almeno di riflettere. Pensateci: se i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil avessero raccolto, con concretezza, l’invito ripetuto più volte anche da Giorgio Napolitano, di ribellarsi di fronte a una statistica scritta sulla sabbia dell’ingiustizia, avrebbero dato una prova sorprendente della loro essenzialità. Avrebbero rinunciato al misero dividendo di un concerto ormai troppo ripetitivo per essere autentico, nel nome di una testimonianza molto più utile per chi dovrebbe sentirsi tutelato e rappresentato dal sindacato. E ci avrebbero risparmiato le battute di cattivo gusto del giovane Rivera a caccia di popolarità nell’Italia delle Antonio Galdo morti bianche.

di Antonio Galdo


Perchè in Italia abbiamo dimenticato le fabbriche?

marzo 8, 2007

FabbricheQuella che segue è l’introduzione del nuovo libro del direttore Antonio Galdo. Tema (come si evince dal titolo) le fabbriche. Ieri è stato ospite alla trasmissione di Augias le storie. Per vedere il suo intervento, basta cliccare su questo link. Contestualizzando il panorama proposto dal libro con quello attuale, una domanda sorge spontanea: perchè in Italia abbiamo dimenticato le fabbriche? Oltre al dibattito qua nel blog, è possibile prendere parte al sondaggio nel sito del giornale

Sono state le fabbriche della follia. Di una lucida, accecante pazzia che ha stravolto i connotati dell’Italia, fino a trasformare un Paese di agricoltori e di mezzadri in una opulenta potenza industriale. Allora, agli inizi del terribile Novecento insanguinato da due guerre mondiali, non esistevano le grandi banche d’affari, il denaro facile del capitalismo globale, la finanza che decide prodotti, mercati, consumi. Bisognava inventare, e creare. Così una generazione di imprenditori (Stato compreso) si è tuffata a capofitto nel vortice della produzione in serie, delle catene di montaggio, delle ciminiere.
Non avevano soldi, e sono andati a prenderli ovunque: anche sotto i materassi dei contadini che nascondevano i risparmi di un raccolto generoso, di una buona vendemmia. Serviva spazio, e lo hanno trovato ingoiando le campagne, avvicinandole ai centri urbani, e attrezzando delle gigantesche company town. Fabbriche diventate città. Cercavano manodopera, e la selezionavano, braccia per braccia, offrendo il miraggio di un posto fisso, uno stipendio sicuro, il prestito per comprarsi la casa. Auto, acciaio, pneumatici. I prodotti e il modello organizzativo per realizzarli su larga scala, erano importati dall’estero: viaggiavano, i nostri capitalisti senza capitali, si aprivano la testa e si eccitavano innanzitutto di fronte al fenomeno americano, al Nuovo Mondo esploso oltreoceano. Copiavano, ma, come succede in ogni esercizio di emulazione, aggiungevano un tocco di novità. Uno stile, un disegno, un’innovazione. Le radici genetiche di quello che poi sarà il made in Italy.
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