Mussi approva subito le modifiche di Fabiani allo statuto di RomaTre

luglio 31, 2007

L’università degli orroriIl nuovo statuto dell’università di RomaTre, quello che il rettore Guido Fabiani ha modificato per potersi ricandidare ancora una volta dopo aver già governato per tre mandati l’ateneo, è stato approvato dal ministero dell’Università e della ricerca a tempo di record: in appena 10 giorni. Quando il periodo standard per l’approvazione dei nuovi statuti è addirittura di due mesi. La forte opposizione a Fabiani (il magnifico rettore in senato accademico è riuscito grazie a un solo voto di differenza a far approvare il nuovo statuto) legge la sveltezza della procedura come la conferma dell’esistenza di una rete politica che ha nel rettore di RomaTre un terminale importante. Eppure sulle anomalie della governance universitaria, in particolare su questa voga di modificare gli statuti da parte dei rettori, il ministro Mussi si era espresso molto negativamente in una riunione del Consiglio universitario nazionale. Un segnale che poteva lasciar pensare a prese di posizione più decise. E invece non solo niente censura ma addirittura un canale preferenziale di immediata approvazione. Ma non basta. Anche nel merito e nella metodo infatti le modifiche apportate allo statuto di RomaTre contengono anomalie molto gravi. Il dibattito sulla modifica della costituzione dell’ateneo anzi tutto non è stato portato dentro l’università; in secondo luogo i verbali delle sedute più accese, dove l’opposizione ha portato attacchi molto duri alla gestione del rettore, non compaiono nel sito dell’università; infine, e soprattutto, nel nuovo statuto all’articolo 5 si legge testualmente: «La funzione di rettore non può essere svolta, di norma, per più di due mandati consecutivi». È in quell’inciso “di norma” che si trova l’aggiramento ad ogni limitazione di mandato. E, di fatto, la pietra su cui potranno poggiare rettorati potenzialmente eterni.

di Riccardo Paradisi


Follie d’amore

luglio 26, 2007

Ronald D. Laing, Mi ami? Piccola Biblioteca Einaudi, 84 PAG. 11 EURO

«Mi ami?» sembra solo una classica domanda da innamorati. E invece, con il fondatore dell’antipsichiatria Ronald D. Laing, diventa la cifra per sondare molteplici rapporti: tra uomo e donna, genitori e figli, malati e pazienti e, colpo di scena, di ognuno di fronte a se stesso. Tutti accomunati dal bisogno ansioso di essere riconosciuti e accettati dall’Altro. Quello che pone domande, disturba, parla un linguaggio incomprensibile perché diverso, sembra stare fuori ma è radicato dentro. Negli scritti di Laing, infatti, si incontrano poesie fulminanti, dialoghi sconclusionati e brevi monologhi che ricordano tanto l’incomunicabilità messa in scena dal teatro di Genet e Beckett e, nei casi estremi, sfociano nell’assurdo di Ionesco. Tuttavia, non stiamo leggendo opere di pura fantasia ma la trascrizione “romanzata” dell’esperienza clinica e personale dell’autore, cristallizzata in una forma non teorica con l’intenzione di raggiungere anche i non addetti ai lavori. Quella che si ricompone, quindi, pagina dopo pagina, è l’impietosa rappresentazione dello scarto tra ciò che è naturale (nascere, fare l’amore, ammalarsi, esserci) e la capacità di amare e interagire con tutto questo, attitudine meno spontanea di quanto si pensi. Insomma, spezzoni di questioni relazionali sempre attuali – nonostante il libro sia stato pubblicato nel 1976 – e adesso riproposto nuovamente da Einaudi.


RomaTre: fronda a Fabiani

luglio 25, 2007

L’università degli orroriPolemiche, critiche, indignazione: la decisione del magnifico rettore dell’università RomaTre Guido Fabiani (del quale ci siamo già occupati in precedenza )di modificare lo statuto dell’ateneo per eternarsi al vertice dell’ateneo ha lasciato dietro di sé una lunga teoria di disappunti. Riassunti in una dura lettera che numerosi componenti il Senato accademico hanno scritto rivolgendosi a tutto il personale docente dell’università, a quello amministrativo e bibliotecario oltre e che ai rappresentanti degli studenti. «Per la prima volta nella storia del nostro ateneo», si legge nella lettera, «il Senato accademico, a circa un anno dalla scadenza del suo mandato, ha deliberato una modifica sostanziale dello statuto con un solo voto di maggioranza, quello del presidente. Malgrado che anche dalle file dei favorevoli alla proposta di modifica era stata avanzata la richiesta di rinvio per consentire una più ampia consultazione delle varie componenti dell’Ateneo». La modifica allo statuto voluta e portata compimento dal gruppo di Fabiani non consente solo all’attuale rettore di ricandidarsi per essere eletto oltre il secondo mandato consecutivo, ma azzera anche le scadenze di altre cariche elettive monocratiche all’interno dell’ateneo: presidi, presidenti di corsi di studio e collegi didattici, direttori di dipartimento. I cui titolari già al secondo mandato consecutivo possono presentare nuovamente la propria candidatura e proseguire fino alla fine l’iter elettorale semplicemente ottenendo al primo turno solo un terzo dei voti degli aventi diritto. «Si aggiunga», entra ancora più nel merito la lettera «che le modalità di elezione sono diverse a seconda che il rettore uscente sia o no candidato: solo nel primo caso infatti se dal primo turno di votazioni non esce un vincitore si riaprono i termini per la presentazione delle candidature e possono presentarsi nuovi candidati». Un provvedimento molto pesante tanto più se si considera che invece il limite dei due mandati resta per le altre cariche elettive, tra cui il consiglio d’amministrazione e il senato accademico. Per questo, dentro Roma Tre, quello di Fabiani viene percepito come un autentico atto di forza: portato avanti malgrado il fatto che a votare la modifica sia stata una risicata maggioranza del senato accademico: 26 voti su 50. E con il voto decisivo del prorettore vicario Mario Morganti.


Il Programma di Veltroni? Ottimo per la bicamerale

luglio 25, 2007

Giornaleda L’Indipendente del 25 luglio 

Walter Veltroni ha affidato al Corriere della Sera il suo manifesto programmatico da candidato leader del Partito democratico. «Dieci riforme per sbloccare l’Italia» annuncia il pomposo titolo. E dopo una lunga premessa sul malessere della democrazia nel mondo, sul significato lessicale della parola «democratico», sui mali del caso italiano, arrivano le ricette. Quali? Un pacchetto di interventi sul tessuto istituzionale, da approvare in Parlamento con accordi con l’opposizione: una sorta di agenda per una potenziale commissione Bicamerale, una delle tante che abbiamo già visto all’opera con scarsi risultati. Le proposte di Veltroni vanno dal superamento del bicameralismo perfetto (con il Senato delle autonomie locali) alla riduzione del numero di parlamentari; dalla nuova legge elettorale (con una strizzatina d’occhio al referendum) ai poteri del presidente del Consiglio; dal completamento della riforma federale (ma il centrosinistra non si è battuto per demolirla?) al voto concesso ai sedicenni. La prima cosa che impressiona di questo programma è il fatto che, a parte le ambizioni del titolo, non si vedono novità. Tutte le proposte di Veltroni sono, in qualche modo, già depositate in Parlamento, con tanto di firme di rappresentanti dei due schieramenti. Metterle insieme, in fila una dietro l’altra, può essere un utile esercizio per , appunto, una commissione bicamerale: ma non è certo quanto ci si aspetta dal fresco candidato di un partito che vuole governare l’Italia. Dove sta la novità? E la rottura? Strano: Veltroni, abilissimo comunicatore, dovrebbe avere capito che, senza strappi, nessun leader può affermarsi con la necessaria combinazione di autorevolezza e di entusiasmo. La seconda considerazione riguarda il perimetro nel quale si sta muovendo il candidato leader. Tutto politico, istituzionale, da addetti ai lavori. Per carità: le riforme istituzionali servono, e in qualche modo rappresentano un pezzo decisivo di un programma di cambiamento. Ma gli italiani da un leader vogliono sentire altre proposte. La riduzione delle tasse, un intervento sulle pensioni (e non il passo indietro appena varato dal governo) e sullo stato sociale, qualcosa di concreto sulla scuola e sulla università. Peccato che proprio su queste materie Veltroni può dire poco, perché correrebbe il rischio di “disturbare il manovratore”, cioè l’attuale capo del governo, già molto stizzito per il modo con quale si sta procedendo alle primarie del Pd. E allora, ecco venire fuori dal cilindro le proposte istituzionali: ma per quelle non c’è bisogno di eleggere un nuovo capo di un nuovo partito.


Scuola, non ci sono i soldi per i benefit ai più bravi

luglio 25, 2007

L’università degli orroriViaggi d’istruzione, card per musei ed eventi, voucher, buoni e carte di credito personalizzate. Nonostante la fitta pioggia di ricompense e benefit predisposti dal ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, gli studenti liceali più meritevoli pare dovranno continuare ad accontentarsi della paghetta di mamma e papà. Nell’intento di valorizzare i percorsi formativi, la riforma disegnata da viale Trastevere prevede infatti uno stanziamento di cinque milioni di euro, e anche se il decreto è stato approvato in Parlamento, si è appreso che di fatto manca la copertura. Il ministero contava di raggranellare la somma sfruttando gli accantonamenti e i risparmi di spesa legati alle Finanziarie degli anni precedenti (2001, 2003 e 2004), ma per accedere a queste risorse sarebbero necessari interventi contabili che spettano al Tesoro. È il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che dovrà decidere se svincolare i premi studio, ma tutto lascia presagire che sull’eccellenza soffino venti sfavorevoli. Dopo le ingenti risorse impiegate da Fioroni per il nuovo contratto del personale scolastico, la borsa è rimasta semivuota. I 42 miliardi di euro impiegati hanno fatto schizzare la spesa corrente a un +15 per cento rispetto al bilancio dell’anno precedente. Quanto basta per mettere a rischio gli incentivi per i ragazzi più studiosi. Lungamente contestato il sei rosso, e rilanciate a più riprese le virtù della meritocrazia, Fioroni aveva affidato alla riforma il punto di partenza di una nuova cultura scolastica. Premi e ricompense per chi mostra talento e volontà, sacrificio e senso dell’onore per chi è chiamato a saldare i propri debiti formativi. Se non dovessero essere reperite le risorse, non rischiano di rimanere scoperti soltanto gli assegni. Il provvedimento mira anche a tirocini formativi e alla moltiplicazione di certamina individuali e collettivi tra i vari istituti scolastici, assegna alle università la facoltà di riconoscere crediti formativi ai diplomati più brillanti, ma soprattutto tenta di appianare gli ostacoli di genere, origine e cultura alle pari opportunità. Progetti pieni di buona volontà, che rischiano di rimanere confinati nel capitolo degli annunci. Se la caccia ai cinque milioni di euro rimanesse infruttuosa, mai come in questo caso, ogni promessa resterebbe un debito.

di Antonino Ulizzi


Troppa fretta per scarcerare un presunto assassino

luglio 24, 2007

GiornaleDovevano avere molta fretta, i giudici del tribunale dei minorenni di Catania per scarcerare Antonio Filippo Speziale, il giovane indagato per la morte dell’ispettore capo Filippo Raciti. Sono passati appena cinque mesi dagli incidenti allo stadio siciliano, durante il derby Catania- Palermo, e dall’esplosione di quella bomba carta che, ricordiamolo, fu lanciata con il preciso obiettivo di centrare l’agente di polizia. In questi mesi, Speziale ha confessato la sua aggressione, ha ricostruito i fatti avvenuti allo stadio, si è dichiarato pentito per l’accaduto. E ha detto: «Il mio obiettivo non era la polizia, ma i palermitani». Con la sentenza di ieri, il tribunale ha deciso di affidare il ragazzo a una comunità che, per il momento, ancora non è stata individuata. Una comunità, e non la famiglia, perché secondo i magistrati «i genitori di Speziale, seppure consapevoli di avere avuto una condotta educativa incoerente nell’arco degli anni, avendo perdonato alcune intemperanze del figlio, non posseggono la dovuta autorevolezza educativa». Ricapitolando: gli inquirenti sono ancora convinti della colpevolezza di Speziale, ma decidono comunque di liberarlo e, non fidandosi della sua famiglia, aspettano un posto in comunità per poterlo rieducare. C’è in questa sentenza un’esemplare testimonianza del corto circuito Statocittadini- famiglie. Mentre non viene garantita alcuna certezza di fronte a un reato così grave, allo stesso tempo si riconosce perfino la pericolosità sociale dell’imputato e, per redimerlo, ci si affida alla supplenza di una comunità. Il carcere è un luogo orribile e lo Stato non deve mai coltivare l’istinto alla vendetta. Ma in una decisione così rapida, rispetto allo svolgersi dei fatti, è impossibile non intravedere una resa, un’abdicazione delle proprie funzioni, e la ricerca di scorciatoie che lasciano esterrefatti per la loro fragilità. Antonio Filippo Speziale ha tutto il diritto di ricostruirsi una vita, ma il modo peggiore per ricominciare è il pensiero, la convinzione, di essere impunito per il gesto con il quale ha seminato la morte. Anche a casa Raciti ci sono due minorenni, due ragazzini di 15 e 8 anni. E anche loro hanno alcuni sacrosanti diritti. Per esempio, quello di conoscere il nome dell’assassino del padre, di sapere come e perché ha pagato con la vita il suo lavoro di vent’anni al servizio della polizia, dello Stato. E la risposta al loro incredulo dolore non può essere un colpo di spugna pilatesco con il quale, di fatto, un omicidio viene archiviato come un incidente di cronaca.


Messina, saga accademica

luglio 24, 2007

L’università degli orroriSono trascorsi quasi dieci anni da quando balzò ai disonori della cronaca sotto il nome di verminaio, ma il sottosuolo dell’università di Messina sembra essere tornato a pullulare. Trame segrete, girandole di denari, concorsi truccati e corruzione. Una saga di potere e di traffici illeciti, a tratti sanguinosa, che già costò la vita al professore Matteo Bottari, freddato a colpi di lupara il 15 gennaio del 1998. Da allora, sullo Stretto era calato il silenzio, soltanto qualche mormorio e timida accusa. Fino alla nuova tempesta giudiziaria di questi giorni che ha portato ad arresti, interdizioni e perquisizioni. Nel centro del mirino la facoltà di Veterinaria dell’ateneo messinese. Alcuni concorsi sospetti sono valsi le manette al preside Battesimo Macrì, per i quali i pm Nino Nastasi e Adriana Sciglio hanno disposto i domiciliari. Ma l’inchiesta non ha risparmiato neppure il Magnifico Francesco Tomasello, per il quale il gip Antonino Genovese ha chiesto l’interdizione dalle pubbliche funzioni. Stessa richiesta anche per il consulente legale Raffaele Tommasini, l’ex preside di Veterinaria Giovanni Germanà e il membro del consiglio di facoltà Salvatore Giannetto. Gli inquirenti ipotizzano che Macrì abbia brigato per far vincere al figlio Francesco il concorso di professore associato a Chirurgia veterinaria. Per riuscirci avrebbe fatto pesanti pressioni su un altro docente, ma il preside di Veterinaria avrebbe preso a cuore un altro protetto, che a suo tempo si aggiudicò l’incarico di ricercatore. Altro ramo dell’inchiesta riguarda un cospicuo finanziamento che la Regione e l’Università di Messina avevano destinato al progetto scientifico Lip. Circa 300mila euro sarebbero finiti nelle tasche dei cinque indagati, per i quali si prospetta il reato di peculato. A Benedetto Macrì si contesta anche il reato di falso in atto pubblico, ma si è fatta molto delicata anche la posizione del professore Giuseppe Piedimonte, responsabile dell’Industrial Liaison Office (struttura dell’ateneo che si occupa dell’inserimento dei neolaureati nel mondo del lavoro), e di sua moglie Ivana Saccà, dipendente della già discussa società Unilav, presso la quale numerosi precari dell’università messinese avevano denunciato assunzioni irregolari e favoritismi.

di Francesco Lo Dico


Il piccolo genio

luglio 22, 2007

tubo_lil.jpgSono infinite. Aquale età un bambino può vedere film violenti? Il governo pensa ad un vietato ai minori di 10 anni, da affiancare agli altri due, ossia 14 e 18 anni. Era ora. Ma si profila il pastrocchio: saranno i produttori ad indicare il limite, per poi rischiare di vedersi sequestrata la pellicola se una supercommissione di censura avrà un parere diverso. Viva la Francia, che tutela i minori con due commissioni statali. Le emozioni di un bimbo di 9 anni non sono cose da privatizzare, come tralicci o rotaie. La bischerata della settimana è già venuta fuori. Il regista Daniele Luchetti è orgogliosissimo di suo figlio di 7 anni, il quale «si autoregolamenta da solo» dopo aver visto vari trailers. Uno dei miei figli ha 8 anni. Se domani mi dicesse di voler bastonare i romeni e gli arabi perchè ha riflettuto su alcune notizie del tg cosa dovrei dirgli? Forse questo: «Picchia e mena, tanto è tutto un film».Sono infinite. Aquale età un bambino può vedere film violenti? Il governo pensa ad un vietato ai minori di 10 anni, da affiancare agli altri due, ossia 14 e 18 anni. Era ora. Ma si profila il pastrocchio: saranno i produttori ad indicare il limite, per poi rischiare di vedersi sequestrata la pellicola se una supercommissione di censura avrà un parere diverso. Viva la Francia, che tutela i minori con due commissioni statali. Le emozioni di un bimbo di 9 anni non sono cose da privatizzare, come tralicci o rotaie. La bischerata della settimana è già venuta fuori. Il regista Daniele Luchetti è orgogliosissimo di suo figlio di 7 anni, il quale «si autoregolamenta da solo» dopo aver visto vari trailers. Uno dei miei figli ha 8 anni. Se domani mi dicesse di voler bastonare i romeni e gli arabi perchè ha riflettuto su alcune notizie del tg cosa dovrei dirgli? Forse questo: «Picchia e mena, tanto è tutto un film».


I silenzi d’oro di Boniperti

luglio 22, 2007

Italo CucciSquillava il telefono. Raramente. Era Boniperti: «Hai letto?». «Cosa, Giampiero?». «Non hai letto?» «Non saprei, dimmi». «Come stai?». Sembravano i discorsi del signor Veneranda di manzoniana memoria (Manzoni Carletto, quello del Candido guareschiano). E invece bisognava tener conto del tradizionale riserbo di Mister Juventus, l’uomo che più ha dato al calcio italiano in generale e alla Famiglia Agnelli in particolare. Accettava anche di essere intervistato, talvolta. Gli chiedevi, ad esempio: «Ma cosa pensi di Ian Rush? Lo riprenderesti?» Risposta: «E tu cosa ne pensi?» Era così difficile strappargli una dichiarazione che se diceva appena appena «sono soddisfatto di Trapattoni» la banalissima battuta diventava un titolo a nove colonne. In un periodo abbastanza drammatico per il calcio italiano mi telefonava a notte fonda e capivo ch’era lui perché sentivo un sospiro profondo e uno che fingeva di avere sbagliato numero. Come se già pensasse all’esistenza delle intercettazioni. Un quarto di secolo fa. Stavo al gioco, parlavo solo io: Poi lui: “Buonanotte”. Per uno che non ha mai detto niente son sicuro che non gli farà piacere leggere il niente che mi ha detto. Come se rompesse una consegna del silenzio durata mezzo secolo. M’ero abituato – in verità – a “sentire” i suoi silenzi, a tradurli in pensieri e parole. Se gli chiedevo della Triade (Giraudo, Moggi e Bettega) un colpo di tosse e un rapido accenno al tempo («Che freddo, a Torino») valeva un eloquente virgolettato. Quando la Juve è stata cacciata in B credo di avergli sentito dire “Pazienza!”. E per uno che alla Juve ha consacrato la vita si può ben capire quanta sofferenza dietro quella “pazienza” ma anche quale senso di liberazione da Quei Tre che le avevano rovinato la reputazione. E la cacciata di Quei Tre? “Ohhhhh”. Quasi un godimento. Avevano “rapito” la Vecchia Signora, l’avevano sottratta ai due veri innamorati, lui e l’Avvocato. Ma Agnelli ne aveva sofferto meno, perché la mossa l’aveva fatta il fratellino bravo negli affari, Umberto, e la Famiglia ne avrebbe tratto vantaggio. Infatti Quei Tre sbandieravano il fatto che Gianni aveva lasciato cento miliardi di debiti e loro avevano presto pareggiato i conti. Anzi: «Scrivilo, scrivilo», diceva Moggi, che non nascondeva la libidine d’onnipotenza che lo spingeva addirittura a dettare i sui Pensieri Stupendi – «scrivilo che alla Famiglia non chiediamo più una lira. Anzi…». Si fermava lì. Immagino che avrebbe voluto dire: «Anzi, gliene diamo». E quando “gli” vendettero Zidane, l’Uomo dal Piede d’Oro: «Cavo Moggi, cos’è questa stovia di Zidane al Veal? Siete impazziti». E Moggi, con quella voce cavernicola: «Avvocato, ci danno centoventi miliardi…». “Davvevo?”. Clic. A Boniperti era rimasta una parvenza di presidenza onoraria, lui ch’era una potenza reale quando aveva accettato di candidarsi alle elezioni europee aveva sbaragliato il campo torinese, prendendo più voti della Susi Agnelli e dei liberalrepubblican- democristian tradizionali. Non solo: quando parlavano di lui, Quei Tre (ma devo dire che Bettega stava piuttosto zitto e contava poco e d’ora in avanti dirò Quei Due) non perdevano l’occasione di sfotterlo, il Boniperti che s’era rifiutato di comprare Maradona e siccome era griccio (braccio corto) si accontentava della Sudditanza Psicologica e non cacciava una lira per arbitri e accattoni vari. Ah ah, il rinco. E giù a ridere. Poi, com’è noto, ride bene chi ride ultimo. Bene, ho ripensato all’amico Giampiero Boniperti (sì, mi onoro di un’amicizia senza prezzo, silenziosa ma rispettosa, fatta soprattutto di fatali coincidenze, nel senso che ci chiamiamo nello stesso istante quando succede qualcosa che fa vibrare le nostre antiche corde, mio figlio dice ……), ho ripensato ai suoi solenni silenzi registrando le molteplici interviste di Cobolli Gigli (presidente), Blanc (amministratore delegato), Tardelli (consigliere o ex), Lapo, Trezeguet, Nedved, Camoranesi, Chiellini (sic), be’, tutti straparlano in questa Juve. Tutti tranne Secco e Del Piero, che oserei definire i più bonipertiani, visto che il giovane ds è figlio del mitico ragionier Secco che ai tempi di Giampiero metteva in riga giornalisti e fotografi e che Alex arrivò alla Juve proprio ragazzino e per lui l’allora presidente non pensò neppure di aprire la bottiglia di spumante Riccadonna che aveva tentato di ammollare a Platinì, il quale lo champagne cercò di andare e berlo a Casa Agnelli, sui colli fatali di Torino, ma risulta che non gli andò bene anche lì. Come dicevo, Quei Due – ovvero Agnelli e Boniperti, – parlavano quasi niente. Giampiero si affidava ai “ma va”, “davvero?”, “embè”, Gianni si concedeva solo a Franco Costa della Rai che per farsi riconoscere anche alla settantesima intervista portava un cappellaccio nero alla Fellini. Poche parole, molti fatti. È vero: capisco Cobolli Gigli, che ha dovuto cambiare aria alla Juve anche nel lessico societario. Spero taccia, presto, anche lui. Ma gli altri, zitti e basta. Fanno un casino che non sembra neppure la Juventus, danno addirittura l’idea che siano rimasti in Serie B dove se non alzi la voce nessuno dà conto di conoscerti, soprattutto se sei nobile de-caduto. Così, fanno il gioco di Moratti che una volta al giorno leva il cronista di torno con una succosa polpetta di parole; o di Berlusconi, che in confronto a loro parla per la Storia, non per la cronaca. Botta michelangiolesca: perché non tacete? Come si fa? Chiedete a Boniperti.


RomaTre, Fabiani quattro il rettore diventa un re

luglio 21, 2007

L’università degli orroriUn altro highlander tra i rettori italiani. Si chiama Guido Fabiani e siede al vertice dell’università di RomaTre da dieci anni. Questo che si appresta a chiudere doveva essere l’ultimo mandato del suo lunghissimo e a tratti contestato rettorato. Almeno così prescriveva lo statuto di RomaTre che si ispira al più generale schema statutario che regola, si fa per dire, la governance delle università italiane e che pone un limite di due mandati per chi riveste la carica di rettore. Ma si sa: gli statuti universitari in Italia ormai esistono per essere modificati. Accade oggi a Roma, ma come questo giornale ha raccontato, è già avvenuto a Cagliari, a Bologna, a Brescia, a Perugia, in Molise che i rettorati si siano trasformati in pontificati. Cambiare lo statuto degli atenei del resto è una prassi ormai ordinaria per quei rettori che hanno la vocazione dei monarchi. Tanto che Fabiani una prima modifica allo statuto l’aveva già fatta alla scadenza dei primi due mandati come rettore di RomaTre, garantendosi un altro quadriennio. Adesso, a ridosso della nuova scadenza, con un’altra modifica Fabiani si assicura la possibilità di ricandidarsi a succedere a se stesso per la quarta volta consecutiva verso un nuovo mandato quadriennale. Potrebbe essere sufficiente questo per prendere atto con costernazione dello stato della governance nelle università italiane, sulla quale si attende invano da mesi che il ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi, pronunci una condanna, annunci un’iniziativa. Ma non c’é solo questo. Il gruppo che sostiene Fabiani nella sua ibernazione alla guida del politburo di RomaTre infatti è andato oltre la seconda modifica dello statuto. È riuscito a ottenere – malgrado l’eroica resistenza dell’opposizione in ateneo – che al magnifico Fabiani per poter essere rieletto bastino al primo turno il 33 per cento dei voti tra gli aventi diritto. Dentro RomaTre cova il malcontento, naturalmente, anche perché nel senato accademico la modifica allo statuto è passata per un solo voto. Ma come si dice cosa fatta capo ha. Gli statuti passano, i rettori, come i diamanti, sono per sempre.

di Riccardo Paradisi