Ma il centrodestra si è accorto di Savino Pezzota?

giugno 14, 2007

GiornaleMi chiedo, in tutta franchezza, se i nostri leader del centrodestra abbiano veramente capito qualcosa del Family Day e di Savino Pezzotta (qui l’intervista rilasciata al nostro quotidiano). La manifestazione di piazza san Giovanni ha rappresentato il fatto politico più importante di questi ultimi mesi, altro che la stucchevole discussione su capi e capetti della ex casa delle Libertà. È venuto fuori, con una fortissima spinta popolare, tutto il malumore dei cattolici nei confronti del governo e della maggioranza, la frattura che si è aperta tra il centrosinistra e l’universo delle associazioni. Roba seria. Allo stesso tempo, un uomo rigoroso, di alto profilo, con una storia alle spalle (la guida della Cisl vi dice qualcosa?), cioè Savino Pezzotta, portavoce del Family Day, prende le distanze dal Partito democratico. Lo boccia senza se e senza ma, si dichiara estraneo a questa asfittica alchimia di gruppi dirigenti e annuncia di “stare sul fiume”. Non solo: Pezzotta ci fa sapere che non intende iscriversi al Partito democratico, e quindi è fuori dalla casa comune di Ds e Dl. Le due cose, gli umori di una piazza e la severa critica di un leader, si tengono, perché provengono dallo stesso mondo, ne misurano la stessa temperatura, gli stessi problemi.. A questo punto, che cosa ti saresti aspettato dal centrodestra? Un’apertura, segnali concreti, proposte per la famiglia. Un’iniziativa politica. E invece, niente. Berlusconi, Fini e Casini hanno fatto la loro sfilata a piazza San Giovanni, incassando il magro dividendo di un giorno, si sono divisi equamente microfoni e dichiarazioni. Poi nulla, un silenzio tombale. Nel frattempo Pezzotta va per la sua strada e prova a mettere in piedi un movimento “parapolitico” che dia voce e rappresentanza ai cattolici. Gira l’Italia, verifica sul campo quali spazi ci sono al di fuori della pura testimonianza che gli ex popolari si sono ritagliati all’interno del Pd. E i dirigenti della Margherita, leggete oggi l’intervista della nostra Susanna Turco con il ministro Giuseppe Fioroni, corteggiano l’ex segretario nazionale della Cisl. Loro, insomma, fanno politica. E noi stiamo a guardare.

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I moderati che vorrei – Settimo appuntamento – Savino Pezzotta

maggio 14, 2007

Continua il viaggio dell’Indipendente in compagnia di personaggi dell’establishment culturale ed economico di sinistra. Un confronto che nasce dall’esigenza di riflettere sui temi forti della rappresentanza moderata, crocevia da cui passa la stabilità politica del nostro Paese. Questa settimana il terzo appuntamento è con Savino Pezzotta. Gli altri sono disponibili qui sul nostro sito

Lei si definisce un cattolico riformista. Che cosa significa?
Sono cattolico perché appartengo alla Chiesa, alla sua apertura, al suo sguardo universale. E politicamente sono un riformista perché coltivo il senso della gradualità per cambiare il mondo.
Le dispiace se aggiungo la parola moderato?
Assolutamente. La moderazione è la prima virtù di un riformista: significa la capacità di conciliare i contrasti. Con realismo, ma anche con molto rigore perché il moderato ha la consapevolezza che le sue decisioni si riflettono sulla vita delle persone. Non sono astratte.
Perché moderato è una parola che piace poco, per esempio, ai giovani?
È stata svalutata da un’idea pragmatica, furbesca e di basso profilo del moderatismo. Invece, lo dico pensando in particolare ai giovani, il moderato è un autentico radicale. Vive di utopie, ma sa dove deve andare perché è guidato da un progetto.
Mi traduca meglio, per favore.
Il moderato non è un vagabondo o un nomade, è un pellegrino. Il Novecento ha avuto il grande male delle ideologie e nel nome di una razza o di una classe si pensava di costruire un mondo migliore. Era la piramide costruita con il sacrificio. Per il moderato quella piramide è un orrore, ma il sogno di costruire qualcosa di meglio, di allungare lo sguardo, resta.
Chi è un moderato moderno che incarna queste virtù?
In Italia ne abbiamo avuti tanti, da Alcide De Gasperi a Aldo Moro. E alla fine del terribile Novecento, il leader politico di maggiore qualità è proprio un moderato: Helmut Kohl.
La sua utopia è stata la riunificazione della Germania.
Già, qualcosa che sembrava impossibile anche nelle opinioni pubbliche del Paese.Lui è andato avanti, diritto per la sua strada verso un obiettivo che solo un vero leader poteva raggiungere. E ha vinto.
La leadership oggi ha un peso determinante nella battaglia politica.
Non mi spaventa l’idea che oggi, in politica, conti innanzitutto il fascino di un leader. L’importante, però, è come si esercita questa leadership…
Cioè?
Un leader unisce, non separa. Convince, non domina. E non riduce il suo progetto politico a un fatto personale. Non a caso, nel malato bipolarismo all’italiana abbiamo due leader che pensano di incarnare il tutto a forza di strappi e di divisioni.

per continuare a leggere l’intervista scaricate il pdf qui