«Mi hanno costretto a dire che Moro era pazzo»

maggio 10, 2007

Nei 55 giorni che sconvolsero l’Italia, le lettere di Aldo Moro (ieri è stato l’anniversario dell’uccisione) dalla “prigione del popolo”, in cui lo detenevano le Brigate rosse, furono oggetto di una vera “controguerriglia psichica” da parte dello Stato. Il risvolto inedito della vicenda lo racconta il criminologo Francesco Bruno, professore di Psichiatria forense presso La Sapienza di Roma, all’epoca stretto collaboratore del professor Franco Ferracuti, successivamente iscritto alla P2 e componente del comitato di crisi istituito da Francesco Cossiga, ministro dell’Interno in quel drammatico 1978. Le lettere di Moro iniziavano a contenere accuse pesanti verso tutta la Dc, dal segretario Benigno Zaccagnini al Presidente del consiglio Giulio Andreotti e allo stesso Cossiga, quindi il Comitato iniziò a ragionare sulla necessità di depotenziare il carico politico degli scritti dello statista pugliese. «Nel ’74 in Svezia una rapina era terminata con gli ostaggi che parteggiavano per i rapitori. In Italia la “sindrome di Stoccolma” non era ancora nota – ricorda Bruno – così preparai un’informazione scientifica che, richiamandosi a quell’esperienza, supportava la tesi che Moro credeva in quel che scriveva, ma era affetto da una sindrome psichiatrica che non gli consentiva lucidità». Bruno consegnò il suo studio a Ferracuti che lo portò in Commissione, dove finì nelle mani dell’uomo degli americani, Steve Pieczenik, consigliere del governo italiano. L’uomo dei servizi Usa utilizzò invece le conclusioni dei due psichiatri italiani facendo passare Moro per pazzo,non in sé, non credibile e da ignorare. Un approccio fatto proprio dal governo e dalla Dc, che se ne avvalse per ignorare la richiesta di Moro dal carcere di convocare il Consiglio nazionale di cui era presidente. La riunione in cui Amintore Fanfani avrebbe messo in votazione una sorta di riconoscimento politico alle Br per salvare Moro si svolse infatti solo il 9 maggio, pochi minuti prima del ritrovamento del corpo in via Caetani. Per questo oggi Bruno si pente del contributo fornito: «Il mio scopo era di fare in modo che se Moro fosse stato liberato, con la scusa della sindrome, avrebbe potuto ritrovare un suo ruolo politico all’interno delle istituzioni senza perdere la faccia». Bruno si è già scusato privatamente con la famiglia di Moro, ribadendo di aver agito secondo coscienza nel bene del presidente democristiano. «Mi sono sentito usato – racconta – nonostante io stesso ritenessi che bisognava “reindirizzare” l’opinione della gente su quanto scriveva Moro».

di Gianluca Cicinelli