Senza uno strappo l’Europa non cammina

giugno 20, 2007

GiornaleDoveva essere il vertice del rilancio dell’Europa: quello che avrebbe resuscitato la Costituzione impallinata dai due “no” dei referendum in Francia e in Olanda nell’ormai lontano 2005. Rischia, invece, di marcare un’altra sconfitta e di risolversi con l’ennesimo rinvio. Alla vigilia del Consiglio che riunirà, da domani, a Bruxelles i leader dei 27 Paesi dell’Unione, il barometro segna tempesta. Nemmeno l’abilità diplomatica di Angela Merkel, presidente di turno della Ue, è riuscita a cucire un’intesa di massima sul documento che circola da qualche giorno tra le capitali. Le ragioni sono tante. C’è Tony Blair, alla sua ultima uscita da premier britannico, che non vuole arretrare dalla tradizionale “linea rossa” di Londra – nessun condizionamento sulla politica estera, nessuna estensione del voto a maggioranza – perché sa che tutto quello che potrebbe concedere, magari in cambio della futura designazione a primo “presidente europeo”, finirebbe per rovesciarsi sulle già incerte fortune politiche di Gordon Brown, il suo successore designato, che sarebbe poi costretto a difendere un Trattato costituzionale troppo eurocentrico in un referendum che potrebbe segnare la sua sconfitta interna. E c’è la Polonia dei gemelli nazionalisti Kaczynski (Lech, presidente della Repubblica e Jaroslaw, primo ministro) che non vuole mollare sul nuovo sistema di voto che, valutando anche il numero degli abitanti di ciascun Paese, toglierebbe una parte di potere contrattuale a Varsavia. C’è perfino l’Olanda che vorrebbe marcare il primato dei Parlamenti nazionali su quello europeo. C’è Nicolas Sarkozy che non ha partecipato a tutta la fase preparatoria di questo appuntamento e adesso preferisce tenersi al riparo da un fallimento negoziale. Anche perché, tra un anno, dopo due presidenze semestrali deboli come la slovena e la portoghese, capiterà proprio alla Francia l’occasione di salvare l’Europa in tempo per la scadenza del 2009 fissata per mettersi d’accordo sul nuovo Trattato. In mezzo ci sarà l’inevitabile compromesso di facciata al vertice di Bruxelles, ci sarà forse la convocazione di una mini-conferenza intergovernativa per rimettere tutti attorno a un tavolo. Ieri, con un tempismo esemplare, è stato anche diffuso un eurobarometro che rivela come i cittadini dei Ventisette hanno ancora fiducia. Anzi, si aspettano più Europa. Ma finché non si ritroverà un nucleo capace di spingere in una direzione certa, saranno sempre i particolarismi a vincere e a frenare la marcia. Se nel vertice di domani si cominciasse almeno a intravvedere una nuova “locomotiva” europea, sarebbe già un successo. Altrimenti dovremo rassegnarci a un’altra traversata del deserto.

di  Enrico Singer

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I moderati che vorrei – Nono appuntamento – L’università

giugno 18, 2007

moderati università

è online il nono appuntamento con i moderati che vorrei. Potete scaricare il pdf a questo indirizzo.

Gran Bretagna: Cameron, tasse alte ma college aperti di Carlamaria Rumor a pagina 4

Germania: La Grosse Koalition premia l’élite del sapere di Alessandro Alviani a pagina 4

Francia: Ricetta Sarkozy: maggiore sinergia tra imprese e atenei di Luca Sebastiani a pagina 5

Finlandia: È nata a Helsinki la Silicon Valley dell’istruzione di Maurizio Stefanini a pagina 5

Nel 2000 il Consiglio Europeo di Lisbona fissò per l’Unione l’obiettivo di diventare, entro il 2010, «l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Nei successivi consigli europei (Barcellona 2002 e Bruxelles 2003) si è insistito sull’importanza degli investimenti in formazione, ricerca e innovazione per una maggiore competitività del Vecchio Continente nel contesto della mondializzazione. Il filo conduttore della strategia di rilancio europeo parte insomma dall’Università, e come venne stabilito allora, dovrebbe condurre tutti gli Stati membri ad investire il 3 per cento del Pil in ricerca e sviluppo. Il primo Paese a doversi adeguare in fretta a questi orientamenti è proprio l’Italia, dove gli investimenti sono a tuttora al di sotto della media europea. Tuttavia allo stato attuale siamo ancora lontani dalla creazione di un sistema universitario europeo – vale a dire di un modello unico fondato sul doppio livello di laurea, ampiamente contestato però in vari Paesi – un passaggio senza il quale gli obiettivi di Lisbona rischiano di restare nella vaghezza dei progetti per il futuro. Ma è soprattutto nella potenzialità della ricerca che restano ancora forti gli scarti tra le nostre università e quelle di altri Paesi come gli Stati Uniti o l’India. A fronte dei progetti avviati – come il Network Europeo dei Centri di Mobilità (ERA-MORE) creato allo scopo di favorire le informazioni sulle opportunità di ricerca in Europa e incrementare lo scambio e la circolazione dei ricercatori – le differenze con modelli di ricerca e sviluppo radicati nel tessuto produttivo restano sensibili e sembrano, a dire il vero, espressione di una differente mentalità che da noi coinvolge tutte le parti in gioco (università, finanziamenti, Stato e imprese). Leggi il seguito di questo post »


Ma gli italiani guadagnano davvero meno rispetto agli altri europei?

aprile 2, 2007

I giornali hanno dato un consistente rilievo alla notizia che conferma come i salari dei lavoratori italiani siano tra i più bassi dell’Unione europea. Naturalmente, come tutti dati statistici, anche questo va guardato un po’ controluce, per evitare l’arcinoto effetto, reso celebre in una poesia di Trilussa, che per effetto statistico distribuisce il pollo del ricco anche al povero, cui in realtà non ne tocca neppure un pezzetto. Si tratta di retribuzioni contrattuali, visto che quelle reali in Italia non le calcola nessuno in modo appena attendibile. Questo significa che dal calcolo sono escluse tutte le forme di retribuzione pattuite direttamente, a livello individuale o di azienda, tra datore di lavoro e dipendente. Il confronto europeo è legittimo e formalmente esatto, perché confronta la stessa situazione nei diversi Paesi. Però il dato italiano può significare due cose diverse, o che le retribuzioni italiane sono davvero inferiori a quelle di tutti gli altri, esclusi i portoghesi, oppure, e questa è probabilmente la conclusione giusta alla quale arrivare, che la quota contrattuale del salario reale in Italia è sensibilmente inferiore a quella media europea. Questo significa, in sostanza, che i sindacati italiani, che continuano a fondare il sistema contrattuale su mega contratti nazionali di lavoro di grandissime categorie, finiscono per esercitare un’autorità salariale inferiore a quella degli altri sindacati europei che hanno adottato forme più flessibili e articolate di contrattazione. D’altra parte, se si esce dalla logica egualitaria ormai piuttosto obsoleta, è ovvio che se i contratti si fanno su basi amplissime, bisogna marciare col passo dei settori e delle imprese più lente, altrimenti si rischia di espellerle dal mercato con un carico eccessivo di costo del lavoro. Così la persistenza di ideologie superate e la politicizzazione dei sindacati italiani, che cercano di stabilire intese “concertative” con le loro controparti naturali su materie che riguardano il governo e trascurano la naturale competizione sulla distribuzione del risultato d’impresa tra salari e profitti hanno prodotto l’esatto contrario di quello che si prometteva e si promette ai lavoratori iscritti alle confederazioni. Il salario non aumenta perché ci si affida alle promesse di recupero del cuneo fiscale, mentre le aspettative di reddito trovano, nella maggior parte dei casi e naturalmente in una dimensione troppo modesta, qualche soluzione prevalentemente al di fuori della contrattazione collettiva, che i sindacati italiani si rifiutano di rinnovare.

di Sergio Soave