Cari cattolici, sarete irrilevanti nel Pd

aprile 19, 2007

GiornaleCon appena una decina di anni di ritardo, dopo i congressi che si celebrano questa settimana dei Ds e della Margherita, vedremo il decollo ufficiale del Partito democratico. Preparatevi a un lungo tira e molla sul peso che avranno nella nuova formazione i due azionisti di riferimento, i post comunisti e gli ex popolari, e non perdete troppo tempo a cercare una bussola nella nebbia mediatica, un fuoco incrociato di dichiarazioni e di interviste, che circonda l’identità del Pd. Deciderà (o meglio: ha già deciso) la forza di gravità della politica che non è lieve come una comparsata in tv. Per la legge dell’artimetica che regola i rapporti di forza, per l’egemonia che deriva da una radice più integra, e innanzitutto per l’assetto delle forze politiche sullo scenario europeo, il Partito democratico altro non potrà essere che la versione italiana, riveduta e corretta, della grande famiglia socialista. Dentro la quale la componente dei cattolici democratici non potrà che svolgere una funzione già vista nel film del Novecento politico (ricordate gli indipendenti nel Pci?): una minoranza, attiva e pensante. Ma pur sempre una minoranza. Non a caso, una delle teste più lucide della Margherita in transizione, parlo di Ciriaco De Mita, ha già inventato una sua architettura organizzativa con la quale i cattolici democratici dovrebbero almeno esistere e magari contare. E’ lo schema del Partito democratico federale, con un’autonomia regionale attraverso la quale gli ex popolari, e i loro alleati minori, dovrebbero competere con i post comunisti. Mi dispiace deludere De Mita, ma ammesso che questa teoria diventi regola (vera, non finta), quanto conteranno iscritti e dirigenti provenienti dalla Margherita della Campania, rispetto ai diessini dell’Emilia, della Toscana, della Lombardia, dell’Umbria? Sono e resteranno una laterale minoranza. Leggi il seguito di questo post »

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