I moderati che vorrei – Nono appuntamento – L’università

giugno 18, 2007

moderati università

è online il nono appuntamento con i moderati che vorrei. Potete scaricare il pdf a questo indirizzo.

Gran Bretagna: Cameron, tasse alte ma college aperti di Carlamaria Rumor a pagina 4

Germania: La Grosse Koalition premia l’élite del sapere di Alessandro Alviani a pagina 4

Francia: Ricetta Sarkozy: maggiore sinergia tra imprese e atenei di Luca Sebastiani a pagina 5

Finlandia: È nata a Helsinki la Silicon Valley dell’istruzione di Maurizio Stefanini a pagina 5

Nel 2000 il Consiglio Europeo di Lisbona fissò per l’Unione l’obiettivo di diventare, entro il 2010, «l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Nei successivi consigli europei (Barcellona 2002 e Bruxelles 2003) si è insistito sull’importanza degli investimenti in formazione, ricerca e innovazione per una maggiore competitività del Vecchio Continente nel contesto della mondializzazione. Il filo conduttore della strategia di rilancio europeo parte insomma dall’Università, e come venne stabilito allora, dovrebbe condurre tutti gli Stati membri ad investire il 3 per cento del Pil in ricerca e sviluppo. Il primo Paese a doversi adeguare in fretta a questi orientamenti è proprio l’Italia, dove gli investimenti sono a tuttora al di sotto della media europea. Tuttavia allo stato attuale siamo ancora lontani dalla creazione di un sistema universitario europeo – vale a dire di un modello unico fondato sul doppio livello di laurea, ampiamente contestato però in vari Paesi – un passaggio senza il quale gli obiettivi di Lisbona rischiano di restare nella vaghezza dei progetti per il futuro. Ma è soprattutto nella potenzialità della ricerca che restano ancora forti gli scarti tra le nostre università e quelle di altri Paesi come gli Stati Uniti o l’India. A fronte dei progetti avviati – come il Network Europeo dei Centri di Mobilità (ERA-MORE) creato allo scopo di favorire le informazioni sulle opportunità di ricerca in Europa e incrementare lo scambio e la circolazione dei ricercatori – le differenze con modelli di ricerca e sviluppo radicati nel tessuto produttivo restano sensibili e sembrano, a dire il vero, espressione di una differente mentalità che da noi coinvolge tutte le parti in gioco (università, finanziamenti, Stato e imprese). Leggi il seguito di questo post »


MarketingPark e l’università

maggio 4, 2007

Sul blog di Titti Zingone, MarketingPark, in questo post si parla di un articolo del direttore apparso poco tempo fa su Economy. Tema i baronati universitari. L’università degli orrori insomma.


Perchè i master universitari non servono a niente

aprile 25, 2007

Ma servono davvero, in Italia, i master universitari? Di certo rappresentano una fabbrica della formazione in continua crescita, in termini di fatturato e di addetti. Soltanto nell’ultimo anno, infatti, ne sono stati organizzati oltre duemila (quasi la metà alla prima edizione) per circa quarantamila studenti e con le generose sponsorizzazioni di 3500 aziende. Macchine da soldi, insomma, con un fatturato che, secondo le indagini del Censis, supera i 180 milioni di euro. Stessa musica per i professori reclutati con i master: sono ormai un esercito di 34mila docenti, in gran parte universitari che arrotondano gli stipendi, praticamente uno per ogni studente che in media spende 4800 euro per la sua iscrizione. Fin qui il gigantesco giro d’affari che copre, come un lenzuolo, l’universo dei master universitari. E i vantaggi, in termini di occupazione, per gli iscritti? Pochi, pochissimi. Un’indagine di AlmaLaurea, Osservatorio Statistico dell’Università di Bologna nato nel 1994, dimostra infatti che «non si registrano differenze significative tra coloro che hanno terminato un master rispetto ai colleghi che non hanno concluso un’ esperienza analoga». Ma se i master fuori ateneo non servono a nulla, valgono poco anche quelli universitari. A cinque anni dalla laurea, quelli che ne hanno frequentato uno di primo livello, registrano una percentuale di occupazione pari all’ 88 per cento. Appena tre punti in più di chi ne ha fatto a meno. Il vantaggio occupazionale scende invece a due punti di differenza per i master di secondo livello. La situazione è addirittura paradossale se poi si considera la stabilità lavorativa, che «risulta addirittura più ridotta tra i laureati che hanno frequentato un qualunque tipo di master rispetto a quella raggiunta dai laureati privi di tale esperienza». Chi ha fatto un master trova un lavoro stabile nel 59 per cento dei casi. Chi si è accontentato della laurea nel 74 per cento dei casi. E per giunta guadagna 17 euro in più: 1320 euro mensili contro 1303. Se ci si limita ai corsi di formazione di primo livello, la differenza in busta paga sale ancora di più. I laureati semplici sopravanzano i “masterizzati” di 65 euro. Dati confortanti, visto che il rapporto di Almalaurea sottolinea che i corsi post-laurea, oltre a essere inutili, sono anche discriminatori: hanno la possibilità di accedervi solo il 9 per cento di studenti disagiati, mentre il resto dei posti a disposizione, di pari passo con l’eccellenza e il costo, è appannaggio di giovani molto facoltosi. I master sono insomma un grande bluff, di cui il professore della Iulm Mauro Pecchenino spiega il gioco: «Le università italiane ormai sono aziende. E le aziende devono vendersi. Il master è un prodotto. Né più né meno che la maionese».


Scandalo Università. In Italia 37 minifacoltà con un solo studente

aprile 20, 2007

L’appello del Ministero dell’Istruzione alla semplificazione dell’offerta è rimasto inascoltato. Gli Atenei italiani continuano ad espandere lezioni e sedi in tutto il territorio nazionale. Allo stato attuale sono attivi infatti trentasette corsi universitari frequentati da un singolo studente. Un solo allievo per ognuna di queste baby facoltà. Non solo. Hanno due frequentanti altri dieci corsi, e ce ne sono altrettanti in cui rispondono all’appello tre persone, fino ad arrivare a un totale di 323 università bonsai frequentate al massimo da quindici studenti. Considerato che sono finanziate dallo Stato, un gran bello spreco di risorse. E fantasia. Perché la smisurata proliferazione dei corsi universitari, balzati dai 2444 del duemila ai circa 6300 di oggi ha prodotto discipline bizzarre e situazioni spesso imbarazzanti. È il caso di un giovane di Forlì: frequenta Scienze della mediazione linguistica, ma essendo l’unico iscritto non ha molto modo di fare pratica. C’è poi lo studente coraggioso di Rende, che frequenta Ingegneria industriale senza il conforto di altri colleghi con cui scambiare appunti, e il giovane di Camerino, l’unico ad alzare la mano all’appello del mattino presso la locale facoltà di Scienze e tecnologie farmaceutiche. Ma anche se i ragazzi non vanno in Facoltà, è la Facoltà a raggiungere i ragazzi. L’ Università “La Sapienza” di Roma ha da poco tagliato il traguardo delle duecento sedi. Nelle quali sono stati dirottati 341 corsi in cerca di allievo. Dall’infermieristica a Bracciano a logopedia ad Ariccia, dalle tecniche di laboratorio biomedico a Pozzilli all’architettura degli interni a Pomezia. Tra professori ordinari, assistenti e ricercatori si parla di cinquemila docenti a stipendio. La stessa che ha generatoall’Università di Firenze corsi di “giurisprudenza italo-spagnola”, “produzione di arte tessile” e “operazioni di pace”, mentre Ingegneria è passata dai 3 corsi del1998, agli attuali 26 tra primo e secondo livello. Una moltiplicazione delle cattedre che ha permesso ad alcuni professori di ruolo di ottenere fino a dieci stipendi: uno per ogni corso, tenuti in realtà da più comodi assistenti.

Hai avuto brutte esperienze con l’università, cose che non ti quadrano, fregature, cose che ti fanno rabbia? mandaci una mail