Un popolo di Campioni

Italo CucciIl 28 settembre 2006, con due gol di Simplicio e uno di Di Michele rifilati agli inglesi del West Ham, il Palermo faceva un passo avanti in Coppa Uefa celebrando allo stadio “Barbera” un rito del tutto insolito per il calcio. Sugli spalti si esibivano migliaia di tifosi che indossavano una maglietta con la scritta «La mafia mi fa schifo. La libertà è cosa nostra». I tre gol e la manifestazione “antimafia” voluta da Totò Cuffaro erano la risposta a una improvvida iniziativa del club londinese che nel match dell’andata all’Upton Park aveva regalato ai propri supporters una maglietta rosanero…alternativa con la scritta “West Ham United Versus Mafia”. La singolare accoglienza alla stupida comitiva di balordi d’Oltremanica era stata anticipata, alla vigilia, da alcuni striscioni esposti al campo d’allenamento di Altavilla Milizia messo a disposizione del WH: “Benvenuti nella terra della mafia”, “Viva la mafia”, “Vinceremo anche senza la mafia”. Per l’occasione, la mobilitazione siciliana aveva toccato anche le altre due città “calcistiche” di Serie A, Catania e Messina e altre migliaia di t-shirt antimafia venivano distribuite con i rispettivi colori rossoazzurri e giallorossi. L’episodio non sarà sfuggito all’etologo antropologo zoologo inglese Desmond Morris, universalmente noto come autore de La scimmia nuda, al quale si deve tuttavia un’altra ricerca unica nel suo genere : La tribù del calcio. In questa voluminosa bibbia degli usi e costumi della Religione Calcio compaiono tutti i segni e i tic e le costumanze del popolo degli stadi al quale – se ci si fa caso – è ormai affidata, nella stagione della globalità trionfante, la cura del patrimonio di campanilismi, faide, luoghi comuni, insomma il glocalismo becero che ritroviamo esibito anche nella rozza dialettica tifosa tuttora imperversante. Quando mercoledì quattro aprile allo stadio Olimpico si sono verificati gravi incidenti in occasione di Roma-Manchester United, con centinaia di supporters anglosassoni duramente picchiati dalla polizia, mentre i media inglesi riscoprivano un’Italia “Paese dei Manganelli” e non più da operetta, la risposta dei media nostrani era – penso involontariamente – ispirata all’invettiva lanciata dal giornalista toscano Mario Appelius dai microfoni dell’Eiar durante la seconda guerra mondiale, “Dio stramaledica gli inglesi”, slogan che periodicamente riappare sotto forme attualizzate come “Inglesi ubriaconi”. Insomma, noi mafiosi, loro ubriaconi, e via così in un viaggio attraverso il mondo del calcio e dello sport in generale che ci vede, spesso, protagonisti di primo piano nella liturgia dell’insulto. Come quando ricorriamo all’ormai immortale canzone di Paolo Conte per irridere ai “francesi che s’incazzano” per i trionfi di Bartali, o citiamo “crucchi”. “tognini”, “kartoffel” per sfottere i tedeschi. E mi limito al dizionario degli insulti “leggeri”. Eppure, chi più di noi è identificato da invettive di carattere soprattutto gastronomico? Ho vissuto l’ultima fase del Mondiale 2006, in Germania, registrando rigurgiti di veterorazzismo suscitato in via eccezionale dalle nostre imprese pedatorie, visto che abitualmente la citazione antitaliana è riferita alle nostre storiche sconfitte belliche o alla nostra disinvoltura nel gestire le alleanze. In vista dell’importante partita con la nazionale tedesca, tutti gli italiani ormai ben accolti e felicemente accasati in Germania tornavano a subire gli antichi insulti: “maccaroni”, “spaghetti” e, in particolare, “pizzaioli”. Contro i quali veniva richiesto da fogli intellettuali come la famigerata Bild addirittura uno sciopero della pizza. Alla fine, piegata dagli azzurri la Germania, i tedeschi – meno cretini di quanto non li facciano i loro media – digerita la sonata tornavano felicemente ad affollare le pizzerie. E addirittura ad associarsi al nostro trionfo la sera in cui battemmo, diventando campioni del Mondo, l’odiata Francia. Odiata forse più da loro che da noi. Girando il mondo per mezzo secolo al seguito di eventi sportivi, ho tuttavia visto ridotto a macchiettismo il presunto disprezzo per i paisà di cui tanto s’è parlato in passato. E se la qualità dell’Italiano magliaro pezzealculo emigrante mandolinista camorrista mafioso osolemio soffre di una vasta letteratura qualunquista, è vero – al contrario – che grazie alle performances sportive gli ex “italianuzzi” breriani hanno conquistato l’ammirazione del mondo intero. Per le imprese di Nino Benvenuti sul ring del Madison Square Garden, per il bel gioco dell’Italia negli stadi di Argentina ’78 e di Spagna ’82, dove gli spagnoli – che non ci adorano – diventarono addirittura tifosi di complemento mano a mano che eliminavano argentini, brasiliani e polacchi fino all’annichilimento delle sturmtruppen tedesche (non vi viene in mente, al proposito, il fumetto irridente del’indimenticabile Bonvi?); e ancora applausi a Mosca ’80 per la vittoria di Pietro Mennea e un garrire planetario di bandiere rosse e tricolori per la Ferrari, l’Italia più amata di sempre. Siamo usciti precipitosamente dalla retorica deamicisiana, ci siamo scrollati di dosso pauperismo, mammismo, quell’impronta d’improvvisazione e miracolismo spesso evocata per spiegare – o giustificare – i nostri successi nelle varie discipline. L’esplosione di Alberto Tomba, insolito “uomo delle nevi” metropolitano, come quella di Valentino Rossi, “giapponese” ad honorem, e i continui insistenti trionfi delle nostre schermitrici e dei nostri nuotatori e nuotatrici ci meritano non solo l’ammirazione di chi s’era abituato al dileggio dell’Italiano ma l’associazione – con relativi aggiornamenti – alla scritta che campeggia sul Colosseo Quadrato dell’Eur, “un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori”, biglietto da visita autoreferenziale esibito nel 1942 per l’Esposizione Universale di Roma. Se non vogliamo elencare i vari ruoli, aggiungiamo una solaparola: Campioni.

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