Università italiane e americane, il confronto che ci umilia

Tra riforme a colpi d’ascia e guerre dichiarate alle “baronie”, poco è cambiato all’interno dei nostri atenei. Anzi, il più grande male dell’università italiana è forse quello che troppo spesso cambia per non cambiare mai.
Maurizio Viroli, professore di Teoria Politica all’Università di Princeton e co-autore insieme a Norberto Bobbio di Dialogo intorno alla Repubblica, non ha dubbi: ciò che manca nei nostri atenei è il rispetto dell’individuo e la cultura del merito, sia tra gli studenti ma soprattutto tra i professori. Guardare al modello delle università “virtuose” americane – ovviamente a quelle private come Princeton, Harvard e Yale che sono la punta di diamante della formazione universitaria a stelle e strisce – può aiutare a capire meglio i contorti meccanismi del nostro mondo universitario. Anche se il confronto fa male.

Professore, quali sono le differenze principali tra le università italiane e quelle americane?

Primo, le università italiane sono democratiche e povere, mentre le università americane sono aristocratiche e ricche. Nelle prime, il potere va dall’alto al basso mentre nelle seconde va dal basso all’alto. A Princeton, i presidi e i capi di dipartimento vengono eletti dal board of trustees, il consiglio di
amministrazione che controlla l’università e che è indipendente. I professori vengono assunti o promossi in base alla qualità delle pubblicazioni scientifiche e dell’insegnamento, e non come avviene in Italia tramite concorsi gestiti da commissioni elette da altri docenti. In America c’è un rispetto fanatico del principio della meritocrazia e della competizione, in questo Princeton è un’università feroce. Ma vige anche e soprattutto il principio della solidarietà: chi non può permettersi la retta annuale da 45mila dollari viene aiutato economicamente. Parliamo di università ricche e aristocratiche ma allo stesso tempo aperte, che sostengono i deboli e gli svantaggiati. Terza caratteristica delle università americane che manca in quelle italiane è il sacro
principio della libertà intellettuale: le idee opposte vengono rispettate. A Princeton, inoltre, vige un’etica particolare.

In che senso?

C’è un determinato costume, stile, modo di fare e di insegnare pieno di ethos, di senso del dovere e di rispetto della persona. Questo ethos fa parte della tradizione delle élite americane, il cui credo è la motivazione di vincere in una società democratica di mercato. Una sorta di codice d’onore. In America, colui che va contro le regole dell’università viene isolato mentre in Italia viene esaltato. A Princeton, un professore che arriva in ritardo alle lezioni alla fine sarà emarginato dai suoi stessi colleghi. Idem per lo studente che copia agli esami: oltre all’espulsione di un anno viene esposto al disdegno dei compagni di classe. Da noi gli esami avvengono nell’assenza totale dei professori, chi copia lo fa a suo danno.

Beh, da noi non è proprio così …

La verità è che in Italia manca un modello dall’alto perché sono gli stessi professori che spesso danno il cattivo esempio. Purtroppo, quando le istituzioni sono mediocri non c’è il rispetto della persona. Norberto Bobbio, che è stato un mio grande maestro, diceva sempre che il male dell’università italiana è il ‘marcio’ che ostacola qualsiasi tentativo di cambiamento. Nessun potere politico è capace di riformare il sistema, ci sono resistenze troppo forti. Per questo io credo che l’università italiana non sia riformabile. Almeno dall’interno.

Cosa intende?

In Italia ci sono docenti di grande spessore, migliori di quelli americani. Non dimentichiamo, infatti, che siamo figli di una grande cultura europea mentre quella americana è una cultura insulare. Allo stesso modo, in Italia ci sono degli ottimi studenti che però sono dispersi come delle piccole isole. Se ci impegniamo possiamo superare gli americani. Perché non si dà vita a un tavolo comune che coinvolga università americane, intellettuali italiani, fondazioni bancarie e imprenditori che amano il proprio paese, per rilanciare i nostri atenei? Princeton, nata come piccolo college presbiteriano, gode oggi di un capitale inalienabile di 12 miliardi di dollari grazie alle donazioni accumulate. Gli imprenditori americani finanziano progetti, ma lo fanno per il bene dell’intero paese e non della singola azienda. In Italia si parla tanto d’introdurre meccanismi “meritocratici” di valutazione dei docenti ma poi non se ne fa nulla.

A Princeton come funziona?

Innanzitutto, da noi non esiste il salario collettivo, uguale per tutti. Le retribuzioni sono individuali, strettamente legate ai risultati dell’insegnamento. Gli stipendi, infatti, dipendono in larga misura dal giudizio degli alunni che periodicamente devono valutare i loro insegnanti. Ma come si potrebbe mai cambiare il sistema di reclutamento degli atenei italiani? Mai verrebbe accettato, per esempio, un comitato “esterno” che valutasse l’operato degli insegnanti, magari composto da studiosi stranieri. I nostri professori sciopererebbero.

Perché?

In Italia il male in atto in tutte le sfere della società. A partire dal 1400 la sfida del nostro Paese è sempre stata la stessa, ossia come rendere forti le persone con grande senso etico del dovere e del rispetto, con ciò che io chiamo ‘tigna’. Si tratta di un problema di formazione: devi prima educare il cittadino affinché possa, un domani, diventare un buon politico, un buon imprenditore, un buon professore.

di Silvia Marchetti

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2 Responses to Università italiane e americane, il confronto che ci umilia

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