La tenebra azzurra di Arpino

dicembre 3, 2007

Era nato nel ’27. E’ morto nell’87. Sessant’anni divorati dalle sigarette. Giovanni Arpino ci manca da vent’anni e hanno pensato di ricordarlo con Azzurro tenebra, romanzo “sportivo” del ’77 dedicato alla penosa esperienza della Nazionale di Valcareggi, di Riva e Chinaglia, di Rivera e Mazzola che detti così sembrano coppie di gemelli e invece erano calcisticamente divorziati l’uno dall’altro. E per questo finì male, quella spedizione: fummo cacciati da Stoccarda in una mezza sera di giugno ad opera di una Polonia comunisticamente scalcinata e tuttavia abbastanza orgogliosa da rifiutare l’offerta italiana di versarle un mucchietto di milioni perché non vincesse. Volevamo soltanto non perdere, bastava per andare avanti, ma non ci riuscimmo, nonostante – da leggere d’un fiato – Zoff, Spinosi, Facchetti, Benetti, Morini, Burgnich, Wilson, Causio, Capello, Chinaglia, Boninsegna, Mazzola, Anastasi, i famigerati tredici “milionari” sospinti inutilmente contro la soldataglia di Kasymir Gorsky. La resa fu firmata da un gol di Capello (Fabio segna soltanto per la storia, illustre o meschina, come il 14 novembre dell’anno prima, quando a Wembley aveva sconfitto per la prima volta la perfida Inghilterra a casa sua) dopo le segnature di Szarmach il Secco e Deyna il Moro. Alle 17.45 del 23 giugno gli “italiani di cermania” si raccolsero incazzati sotto la tribuna stampa per insultare l’Italia sconfitta e noi che ne narravamo le imprese. Noi. Ricordo che scelsero Brera, il giornalista famoso, come capro espiatorio, e Giovanni continuò imperturbabile a picchiare sui tasti dell’Olivetti mentre lo insultavano: tutto quel chiasso non degnò di un guardo, strinse solo più forte la pipa fra i denti. Era il suo popolo – il nostro popolo – che ci mandava affanculo. Leggi il seguito di questo post »


Geppo e gli ultrà perduti

novembre 19, 2007

Italo CucciTrent’anni fa ho fatto amicizia con gli Ultrà. Dirigevo il Guerin Sportivo e cominciai a interessarmi alla loro attività, ai colori, alle bandiere, alla passione organizzata. I vari gruppi sorgenti in tutta Italia ci mandavano scritti e immagini. Erano ragazzi entusiasti e perbene (nei limiti del possibile) che avevano tanti interessi – studio, lavoro, letture, musica, soprattutto musica – da portare nel gruppo. Strinsi rapporti speciali con quelli che si diceva fossero i più scatenati, i mitici Cucs (Commando Ultrà Curva Sud) tifosi della Roma. Ne ho ritrovati molti – da vent’anni vivo nella Capitale – diventati professionisti e padri di famiglia, tutti con la nostalgia di quei tempi eroici. Dire oggi “bravi ragazzi” darà fastidio a qualche benpensante. Ebbene, in questi giorni di lutto per la morte di Gabriele Sandri – tifoso laziale, ottimo ragazzo – infuriando la polemica sugli ultrà sono andato a cercare in internet tracce di quei tempi perduti e ho trovato una lettera che mi fu spedita nel gennaio del ‘78 da uno dei Cucs, si firmò Giuseppe Pucci: «Egregio direttore, sono un tifoso romanista appartenente al Commando Ultrà Curva Sud, quel cospicuo gruppo di ragazzi (4000 circa) che forma la cosiddetta “zona calda” dello stadio Olimpico (farete un articolo su di noi, come già avete fatto per altri gruppi di tifosi?) e vorrei informarla che il tifo giallorosso si sta civilizzando: cioè, messa da parte la violenza, si pensa solo a rendere più bello e folcloristico il tifo. Fatti come quelli di Roma-Juventus del ‘76 non accadranno più, basta pensare a Roma-Milan di quest’anno (1-2, rigore negato e gol rossonero in fuorigioco): che cosa sarebbe successo due o tre anni fa in questo frangente? Ora noi abbiamo deciso di eliminare la violenza proprio perché questa non ci conviene. Ci avete fatto felici pubblicando due nostre foto, nessuna però riguardava il derby d’andata: eppure ce la meritavamo perché tutta la curva era metà gialla e metà rossa grazie all’effetto di 150 fumoni e di 3000 palloncini giallorossi che salivano al cielo con tanto di sciarpe. Un articolo su di noi potrebbe far vedere ai tifosi ultrà di tutta Italia che il tifo è bello anche senza violenza». Direte ch’era passato De Amicis, da quelle parti, che forse era tutta una finzione, che c’ero cascato. Eppure – gente di poca fede – questi sono i reperti di una passione tramandata di padre in figlio, da fratello a fratello, i cui contenuti valgono (varrebbero) ancor oggi se non fossero stati spazzati via da un temporale che non ha cambiato solo gli ultrà ma il nostro povero Paese. Leggete: «Cerchiamo di insegnare ai ragazzi che in trasferta non si va come zingari, rubare all’autogrill vuol dire disonorare il nome di Roma (una delle canzoni più belle dice onoreremo la città), essere diffidati x avere rotto un treno (invece di un naso) vuol dire essere dei coglioni». «La politica, i partiti, le ideologie…..sono tutte cose che non fanno che creare divisioni in curva e allo stadio…Ma che cacchio c’entrano con la Magica?». «Allo stadio si va per cantare, cantare, e ancora cantare per la Roma…Il resto che centra?». «Roma, solo Roma, Roma e basta» si legge nella Nord…. Eppoi ci lamentiamo che la curva non è più quella di una volta….Io ci manco da un bel po’… proprio perchè sono stufo di saluti di destra e di sinistra,bracci alzati, svastiche, croci, cori di guerra, falci e martelli…siano di destra o di sinistra…Non me ne può fregàdimeno…Possibile che uno non se ne renda conto che sono questi i mali della Sud?????». Eppoi, i comandamenti, che forse ho suggerito, che comunque ho condiviso ritrovandoli in quello striscione che diceva:

  1. “Siamo contro il calcio moderno”. Campagna acquisti da effettuarsi solo in estate e divieto di trasferimenti durante il campionato; al massimo, mercato di riparazione ad ottobre.
  2. libertà di correre sotto la curva per festeggiare i gol senza essere ammoniti o sanzionati in alcun modo: ormai non c’è più neanche la scusa della perdita di tempo, che si recupera;
  3. tutte le partite devono essere giocate nello stesso giorno e alla stessa ora;
  4. limitazione degli stranieri nelle squadre (io non ce li vorrei proprio) poichè tolgono spazio ai giovani;
  5. stop di un anno al calciatore che dopo aver firmato il contratto con una squadra vuole andarsene in anticipo perché un’altra squadra offre di più;
  6. impossibilità per il Presidente di una squadra di essere Presidente o azionista di maggioranza di più squadre di calcio;
  7. ripristino della vecchia Coppa dei Campioni: non è giusto che una squadra che non ha mai vinto uno scudetto possa vincere la Champions League…;
  8. numeri delle maglie da 1 a 11;
  9. divieto di esclusiva ad agenzie di viaggio per i biglietti delle partite in trasferta;
  10. le maglie siano quelle della tradizione e non cambiate ogni anno per questioni di mercato o quantomeno che i colori delle seconde maglie abbiano solo i colori sociali;

Gli ultras dovrebbero:

  1. rifiutare ogni rapporto od aiuto dalle società di calcio;
  2. rifiutare ogni “aiuto” dalle forze dell’ordine, il cui compito è controllare e non aiutare;
  3. avere nelle proprie curve meno gruppi possibile;
  4. andare in trasferta con mezzi propri;
  5. violare ogni limitazione che dovesse essere posta: del tipo che se mi vieti di andare in trasferta, non inviandomi biglietti o cose del genere, in trasferta ci vado lo stesso, mi compro il biglietto lì e mi metto in mezzo al pubblico avverso, come negli anni ‘80.

Dedico questo pezzo agli Ultrà perduti, e a uno in particolare, Geppo, punta di diamante di quei lontani Cucs. Geppo mi scrisse per mesi al Guerino – e io gli rispondevo – segnalandomi le sempre più dure realtà della curva, e della vita: erano arrivati i ladri di catenine d’oro, i profittatori, gli spacciatori. Il dossier con Geppo mi valse un premio da una giuria internazionale presieduta dalla Principessa di Monaco. Sì, Grace Kelly. Lo dedicai al mio sconosciuto interlocutore quando mi dissero ch’era morto di overdose. Gli spacciatori avevano vinto. Lo ritrovo – Geppo – sui tanti cippi disseminati lungo la via Flaminia – la strada di casa – con un nome, una sciarpa giallorossa e un mazzetto di fiori secchi. Questa è Roma. Questa è Roma.


Bortoluzzi, Liedholm e Biagi. Un saluto a 3 amici

novembre 14, 2007

Italo CucciUn conto è scrivere i coccodrilli, un conto perdere gli amici, i compagni di viaggio, i punti di riferimento del tuo mondo. L’esercizio di bella scrittura lascia posto al dolore e, perché no?, al timore. Un altro che se ne va, un altro ancora. Nel giro di poche ore, Roberto Bortoluzzi, Nils Liedholm e Enzo Biagi – tre signori degli anni Venti – hanno chiuso la loro storia lasciando unanimi rimpianti espressi in lacrime e parole. Tante parole. Per Biagi, una sorta di lutto nazionale. Per Lidas, il cordoglio di due città, Milano e Roma, portato in Europa dal Milan e dalla Roma nelle notti di Champions League ed esteso al popolo del calcio. Per Bortoluzzi, un addio con grande riservatezza, nello stile della sua esistenza. La magica voce di Tutto il calcio minuto per minuto, colonna sonora della domenicale messa pallonara per una trentina d’anni, era stata archiviata nel 1987 e non era stata identificata con un volto, come prima o poi era capitato a tutti, a Ciotti, a Ameri, ai passeggeri della stravagante corriera radiofonica. Però restava integro il ricordo dei suoi rapidi annunci, dei suoi interventi senza sbavature, degli ordini signorili ma secchi che impartiva dalla cabina di regìa agli annunciatori di drammi e trionfi fra i quali spiccava Ezio Luzzi, il primo urlatore della storia dei media oggi, compagno allegrone di Bassignano nella radiosatira Ho perso il trend. Per il pubblico era stato una guida sicura nell’intricata giungla dei gol, per il giornalista sportivo il garante della notizia che doveva esser certa, per il calcio il notaio che assicurava la regolarità del torneo. E’ tutto un fiorire di rievocazioni dei ruggenti anni Sessanta, ma prima, prima, che cosa vi siete persi. Ad esempio il calciatore Nils Liedholm, le cui ultime imprese – aveva ormai quarant’anni – Bortoluzzi fece cantare dai suoi ancor giovani menestrelli nella primissima stagione di Tutto il calcio. Io l’ho conosciuto bene, il Barone, e per un atto d’omaggio che si doveva alla sua civetteria, non gli ho mai detto che era uno dei miei idoli fin da ragazzino; mi sono proposto all’allenatore Liedholm come cronista/allievo e più tardi, affiancandolo in una trasmissione televisiva, l’ho praticamente raggiunto: è il gioco dell’età, il tempo che passa rende contemporanei se non coetanei, i vent’anni che ci separavano all’inizio della storia s’erano dissolti. Leggi il seguito di questo post »


Non resta che vedere la partita in tv

novembre 13, 2007

Italo CucciOddio, la Società Malata che partorisce il Calcio Malato. E’ successo, tanto tempo fa: andavo orgoglioso d’essere privilegiato cittadino dell’Isola Felice. Beniamino Placido negli anni Ottanta ci (mi) rimproverava sostenendo che il calcio – come le Olimpiadi – doveva risultare una pausa di serenità in un Paese sconvolto dalla violenza. Noi ci proviamo, dicevo, difendendo la corporazione pallonara: lo Stato ci passava le sue scorie avvelenate, il modello contestatore faceva adepti fra le teste più calde, il movimento ultrà era soprattutto colore e passione. Poi, all’improvviso, fu delinquenza. E il calcio cambiò senza mai pensare alla bruciatissima gioventù che coltivava, agli stadi polveriere, ai nemici dei poliziotti nel frattempo benedetti da Pier Paolo Pasolini. E il calcio cambiò, dedicandosi anima e corpo allo showbitz, pagando il pizzo ai caporioni delle curve, perdendo prima l’anima eppoi la reputazione, la pace, la sua natura essenziale di svago scacciapensieri,di messa laica e via dicendo. Fu il momento della speculazione sociologica, delle tavole rotonde, dei summit al ministero degli Interni. Fu ancora – dopo l’omicidio di Vincenzo Paparelli – l’ora dei morti da stadio e da antistadio. Domenica, semplicemente, da calcio, con la terribile fatalità di quello sparo che uccide un ragazzo e lancia l’allarme per la guerrigilia urbana contro la polizia e i carabinieri, vero obiettivo dell’odio rinfocolato dalla sacrosanta repressione seguita all’omicidio Raciti. Così il calcio ha perduto la sua indipendenza, tutto preso a discutere la spartizione della torta televisiva: già l’osservatorio del Viminale, prefetti e questori ne gestivano il palinsesto, oggi si consegna nelle mani del governo, del Palazzo odiato e deriso quando – nel marasma generale – capitava nell’Ottantadue e nel Duemilasei– si vincevano i Mondiali. Spadolini, Pertini, Prodi, Napolitano hanno avuto le occasioni più belle per ammantarsi di tricolore, altro che Moggi. Ma è tornata la morte e le regole d’ora in poi le detterà quella società che dicevamo maligna. Era un’idea di Berlusconi il Giovane, vent’anni fa: io a San Siro offro il Milan a miei abbonati, agli altri, in Italia, glielo faccio veder al cinema. E’ arrivata la paytivù, il problma è risolto: i comodisti guardano, imprecano, gioiscono e giudicano seduti in poltrona. Olè, un bel wiskaccio.


Ferrari: il vincitore perpetuo

ottobre 29, 2007

Italo CucciLa Ferrari ha vinto. Sapete già come e perché e non è questa l’occasione per ripercorrere l’Avventura Rossa. A me preme ricordare l’Uomo, stranamente dimenticato nell’ora dell’ultimo trionfo. Dico di Enzo Ferrari (in rete si trovano quasi più pagine che hanno per protagonista la Ferrari Enzo), il Padre Fondatore. Gli ero amico. Mi ha dato per sempre l’opportunità di essere vicino – scelto fra tanti – a chi in questo singolare Paese ha fatto la Storia. Non ne ricordo molti altri. In fondo quando lo conobbi, incontrandolo nel suo ufficio di Maranello spoglio e oscuro, appena illuminato da quelle tre lucette biancorossaeverdi accese sotto il ritratto di suo figlio Dino, una delle sue gioie terrribili, mi disse subito: «Lo sa chi sono gli italiani conosciuti in America? Mussolini, Fellini e Ferrari». Era l’avvio di una conversazione stenta, per me preoccupante: lo avevo attaccato sul Resto del Carlino all’indomani della morte di Ignazio Giunti, pilota Ferrari, riprendendo una vecchia e non sopita polemica di Civiltà Cattolica che di lui aveva detto – a proposito dei piloti morti in gara – «è un Saturno che divora i suoi figli». Leggi il seguito di questo post »


Ora Bearzot piace a tutti

ottobre 8, 2007

Italo CucciEnzo Bearzot ha compiuto ottant’anni il 26 settembre. Lo chiamavamo Vecio fin da giovane, mi auguro che adesso abbia uno spirito più leggero, un cuore più lieto di quando lo conobbi. Prima litigando, poi realizzando una bell’amicizia, poi finendo lontani, sodali – io spero – almeno nei pensieri. In ritardo sui festeggiamenti (non conto mai gli anni che corrono, neanche i miei) posso solo dirgli «ti voglio bene» con qualche ricordo che ci riporti alla stagione più bella della sua (e mia) vita, il Mondiale dell’Ottantadue. Ho letto, in occasione del compleanno che lo fa a tutti gli effetti anagraficamente senatore (“vecchio” non si usa più) che qualcuno pensò di candidarlo, anni fa, senatore a vita, mentre l’inquilino del Colle era Ciampi. Non se ne fece niente. Forse per volontà dello stesso Bearzot, come a suo tempo aveva fatto Enzo Ferrari, che rifiutò il laticlavio. O forse perché la proposta era stata avanzata dal centrodestra. Se ci fosse stato ancora Pertini, al Quirinale, quell’onore gli sarebbe stato concesso. Il vecchio Presidente gli doveva il giorno più bello della sua vita – la festa mundial del Bernabeu, a Madrid, quando s’era messo a ballare davanti all’attonito Juan Carlos di Spagna – e la più emozionante partita a tressette. Leggi il seguito di questo post »


Il dottor Fulvio qualunquista: «Dovetti perdere col Duce»

ottobre 1, 2007

Italo CucciA modo mio qualunquista lo sono stato anche io. Chi me lo disse in faccia, un giorno, fu Gianni Brera. Ero appena arrivato al Guerino, a Milano, da Bologna, e il direttor Giovanni aveva il dente avvelenato con i bolognesi per via dello scudetto “rubato” all’Inter nello spareggio dell’Olimpico. Già, il direttore Brera: in verità, l’unica volta che lo chiamai così mi mandò a quel paese, spiegandomi che lui era un uomo libero e che i direttori sono schiavi del padrone più di quanto non lo siano i modesti redattori, e lui col Conte Rognoni di Romagna – che chiamava il Passator del Mese alla stregua del mitico dottor Pelloni del Carlino – faceva quel che voleva, imponendosi come anarchico di lusso, e il Conte abbozzava. Felice. Dunque arrivai a Piazza Duca d’Aosta e la prima volta che aprii bocca in redazione per parlar di calcio, decantando le virtù dei rossoblù e del loro tecnico, Fulvio Bernardini, che ne schierava quattro e mezzo là davanti a fabbricare gol (Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller e Pascutti, Giacomino lavorava per tutti) Giovanni disse alzando il sopracciglio: «L’è ‘rivà un qualunquista». Leggi il seguito di questo post »


Case Chiuse da mezzo secolo

settembre 24, 2007

Italo CucciMi perdonerà, il direttore, se il “Dove eravamo rimasti” mi sta conducendo in un luogo proibito dove si presume che lo sport c’entri un bel nulla. L’attualità mi porta prepotentemente davanti all’uscio di un casino. Sì: dite bordello, casa chiusa, casino era. A Livorno, fra via dell’Angelo e via di Santa Barbara. Una cinquantina d’anni fa. Anzi, lasciatemi dire – è storia – mezzo secolo fa. Era il settembre del 1958. Bisognava aver soldi, per entrare, e appena seduti veder circolare le Ragazze in veli trasparenti, reggipetti minuscoli contenenti a malapena frutti sovrababbondanti; e a volte cogliere accenni d’ombra, laggiù, boschetti o foreste malcelate ch’erano l’invito a una conoscenza più intima subito accompagnato da un grido della Signora: ragazzi in camera! Senza soldi, si stava fuori, ed era comunque un bell’andare, gruppetti di perditempo che cianciavano di calcio, soprattutto di ricordi: di quel Livorno che dieci anni prima era stato in Serie A e adesso malinconicamente svernava nella C ma all’Ardenza c’erano sempre i fuochi dei tempi migliori. Fu facile scoprire l’enorme differenza fra le fondamentali passioni della nostra vita: il calcio parlato gratis, il sesso fatto a pagamento. Gli entusiasmi pallonari erano altissimi, naturalmente, perché senza costo aiutavano a trascorrere il tempo, vere e proprie assemblee di competenti interrotte di tanto in tanto da chi usciva tutto tronfio, dal casino, non da chi entrava invidiato e furtivo. Leggi il seguito di questo post »


Rugbysti siete snob

settembre 10, 2007

Italo CucciAll’improvviso il rugby in Prima Pagina. E non per una partita, una vittoria, una sconfitta. Rugby socio/culturale. Ha cominciato Giuseppe D’Avanzo di Repubblica di martedì. Sì, proprio D’Avanzo, l’elegante implacabile narratore dei Segreti di Stato: un’apologia intitolata “Il sogno di un’Italia diversa”. Sottotitolo “Perché questa disciplina è oggi l’anticalcio”. Sommarietto: “Analisi di un gioco il cui stile rappresenta tutto quanto il Paese non è riuscito a diventare”. Bene: un D’Avanzo che sconfina prepotentemente nello sport dovrebbe consentire all’umile sottoscritto una passeggiata nell’Altro Mondo e magari di sottolineare, da appassionato lettore delle inchieste di D’Avanzo, un altro sommarietto: “Analisi di un mondo il cui stile rappresenta tutto quanto il Paese non è riuscito a diventare”. L’avrei fatto, vent’anni fa, quando m’incazzavo per poco; oggi, saggio per esperienza, ma forse più per età, cerco di vedere il buono e l’utile dappertutto. Soprattutto, rispetto le opinioni altrui. Ad esempio, scrive D’Avanzo:

«Abbiamo la convinzione che l’Italia abbia bisogno del rugby; che i principi del rugby consentano di guardare meglio lo stato presente del costume degli italiani. Questo gioco può migliorare l’Italia».

Incasso, non ironizzo: ci avevo pensato anch’io, al Rugby Esemplare, ma senza arrivare a capo di nulla perché la muscolosa lealtà di quegli atleti, la limpida rudezza che produce rivali e mai nemici, e quel loro ritrovarsi nel Terzo Tempo, questo sì da adottare dovunque, ma con spirito franco non per vocazione all’inciucio, non hanno mai fatto breccia nella massa dei cosiddetti sportivi; forse perché – come giustamente sottolinea D’A. – «è un mistero inglorioso, per gli italiani, il rugby, pochi sanno esattamente di cosa si tratta…ed è un peccato perché il rugby ha le stesse capacità mitopoietiche del calcio e, come il calcio, permette di interpretare il mondo». Mi chiedo, tuttavia, perché questa critica agli italiani che hanno liberamente scelto di amare il calcio a decine di milioni, imitati dal mondo latino, da quello anglosassone, di recente anche da quegli snob dei francesi che fino a quando hanno potuto hanno celebrato sull’Equipe il rugby piuttosto che il calcio e poi hanno ceduto, diventando addirittura Champions du Monde elevando la palla rotonda al cielo (ricordo la vigilia del Mondial ’98, le Figarò che lo presentava con un fondo di Raymond Aron intitolato “Il calcio oppio dei popoli” eppoi lo stesso giornale, un mesetto dopo, dedicargli tutta la prima pagina, perché avevano vinto). La colpa non è degli italiani, la cui passione calcistica scaturisce da una cultura non banale (leggersi la Storia sociale del calcio di Papa e Panico, edizione Il Mulino), ma semmai del rugby medesimo, che non è riuscito mai a sfondare desiderando il piacere snobistico della “casta protetta”. Il rugby non ha mai vinto niente, il nostro calcio può vantare 4 titoli mondiali vinti e, in quanto a popolarità, è secondo solo al Brasile. Dico spesso, certo esagerando: l’avessi avuto a mano io, il rugby, sai quanti giovani l’avrebbero scoperto e amato. Nel Sessantuno, a Bologna, le prime esperienze di giornalismo sportivo le feci con il rugby, spedito dal Carlino, la domenica mattina, nel fango dell’antistadio, dove giocava la Viro di Pederzini,propagandista e finanziatore del gioco. Il dopopartita, certe riunioni chiassose a tutta birra, mi lasciarono imperturbabile: c’era, nei protagonisti, una forse involontaria presunzione di superiorità,non solo muscolare, anche ideologica. Finii per appassionarmi al calcio dei breriani italianuzzi stortignaccoli, perché i miei connazionali erano in gran parte italianuzzi e stortignaccoli. Negli anni successivi, ebbi sodale, l’ottimo Giuseppe Tognetti che, se avesse incontrato l’intelligenza federale, sarebbe diventato il vero divulgatore del rugby: era scrittore colto, uomo mite, armato di disinteressata passione. Chiuso lì. Per anni il Rugby ha perso tempo e solo oggi sale alla ribalta, di tanto in tanto, ma spesso raccontato – anche in tivù – come evento folcloristico. L’allegria, la birra, gli irlandesi focosi coi bimbi appresso, gli scozzesi smutandati, il Flaminio tutto bandiere e popolo festante: un’anima esteriore, “dentro il rugby” ci arrivano in pochi. E per me è troppo tardi. Peccato.Dopo l’elegante tirata di D’Avanzo, ecco di nuovo il folclore che avanza: mercoledì, prima pagina del Giornale, Michele Brambilla racconta la storia di Epi Taione, star del rugby di Tonga, che per ottenere un finanziamento della sua nazionale in vista dei Mondiali di Francia ha scambiato il proprio nome con quello di uno sponsor irlandese e adesso deve chiamarsi Paddy Power, come la ditta. Brambilla si scandalizza, e va bene, ma io trovo proprio in questo gesto tanto scriteriato come appassionato – e generoso, no? – l’Essenza del Rugby. Meno complicato, meno snob. Epi Taione ha preso i soldi e via. Dopo il Mondiale, ciao Paddy Power. Ecco dove aprirei la discussione: D’Avanzo o Taione? Propongo di coinvolgere – se D’Avanzo ci sta, non si sa mai – Benito Paolone, padrino (patrono?) del Rugby Catania.


Gli ex campioni

agosto 26, 2007

Italo CucciLa Nazionale d’estate non va mai presa sul serio. Non a caso si chiama Italia. Non a caso l’Italia estiva – non solo quella calcistica – fa di tutto per non esser presa sul serio. Come mi insegnò Ferdinando Camon, tanti anni fa, l’unica cosa seria dell’estate italiana è il puntuale rincaro dei prezzi dei prodotti al consumo e l’altrettanto puntualissimo aumento delle tasse: ci prendono mentre ci trastulliamo sul mitico bagnasciuga o balliamo estasiati il tamurè. Oltrettutto, il metodo Visco è arrivato alla perfezione: prima ti fanno sapere che il Grande Evasore Valentino dovrà pagare al Fisco milioni di euro, poi a te ne scuciono qualche centinaio. E dovresti sentirti quasi soddisfatto. Divagando divagando, eccoti dunque, alla vigilia del Campionato più grande e più bello che pria, la Nazionale più brutta dell’ultimo ventennio, schiaffeggiata e offesa dall’Ungheria che con gli azzurri non faceva festa da quand’ero ragazzo io. Che succede, agli ex campioni del mondo? Niente di nuovo. Non è un caso che le nostre attese mondiali siano storicamente lunghe: dal ’38 all’82, dall’82 al 2006. Oltre a dover fare i conti con avversari potenti, siamo propensi all’appagamento. E forse proprio per questo quando poi vinciamo ce la godiamo da matti e invece di finire nella cronaca finiamo nella Storia. Stiamo giocando per conquistare un posto agli Europei del 2008 che si giocheranno in Austria e Svizzera: penso che ce la faremo, ma non pregusto grandi successi. L’Europa pallonara in chiave azzurra ci sta stretta, il torneo continentale l’abbiamo vinto una volta sola, nel 1968, e per portare a casa la Coppa Henry Delauneay c’è toccato far anche giochi di prestigio. E Moggi non c’era. Sarebbe forse l’ora di invertire la tendenza, visto che, nel frattempo, è abbondantemente mutato il concetto di Europa e ce ne andiamo a cogliere allori sui campi della Moldavia, dell’Estonia, della Lettonia e di tanti altri Paesi finalmente raggruppati intorno a una bandiera blu con tante stelle. È per questo che non mi limiterò alle considerazioni fatte un po’ da tutti i commentatori: l’Italia è caduta malamente a Budapest, perché-diconoindietro nella preparazione, priva di quegli stimoli che torneranno – assicurano – quando l’8 settembre incontreremo la Francia dello scorbutico, intrigante Domenech, un guitto che gode quando lo prendono sul serio e noi ci siamo cascati subito. Siamo indietro? E allora spiegatemi perché abbiamo portato alle stelle la Roma che ha spavaldamente sottratto all’Inter la Supercoppa. Era una finta? No. Ho ancora negli occhi quella fuga improvvisa di Totti che salta due-tre avversari, aggancia la palla con un calamitato tocco di destro, se la porta sulla testa, e poi avanti, grintoso, veloce e raffinato insieme. Scherzava? Era l’ultimo colpo di beach-football per annunciare la fine dell’estate? No. Era Totti. Quello che ha detto addio alla Nazionale. Quello che non è più disposto a sacrifici per un ideale che ritiene scaduto e ha scelto di dedicarsi solo alla Roma. Ne abbiamo parlato tanto concludendo che beh, pazienza, avanti il prossimo fuoriclasse. È sparito Baggio, può sparire anche Totti. È assetato di gloria, non un guerriero a riposo.Vuole essere corteggiato, riverito, pregato. Sempre pensando alla sua ultima convincente esibizione di San Siro, s’io fossi Donadoni andrei a Canossa. Ovvero a Trigoria. E chiederei umilmente a Francesco di ripensarci. Di tornare. Di dare una mano non solo a vincere ma a ricostruire l’immagine della Nazionale che in poco tempo, dalla notte di Berlino, s’è offuscata, banalizzata. Totti, De Rossi, Aquilani: c’è un filo giallorosso che bisognerebbe tingere d’azzurro a costo di inginocchiarsi davanti a Totti che s’è ritirato pieno d’amarezza non tanto per quei dolorini che talvolta l’assalgono ma per l’indifferenza mostratagli da un’Italia ingrata.