Rottamazione dei docenti. Primo e secondo atto

maggio 30, 2007

L’università degli orroriBari incentiva i docenti anziani per recuperare 11 milioni di euro

Dopo scandali su concorsi truccati, promozioni in famiglia e baronie varie, l’Università di Bari rischia di svoltare per davvero. In senso positivo. Dopo gli sprechi degli anni passati non ripianati dal ministero, il taglio delle spese previsto dal decreto Visco-Bersani, l’avversione del ministro Fabio Mussi che pretende razionalizzazione e pulizia il bilancio dell’Università barese piange. E così il nuovo rettore, Corrado Petrocelli, punta alla trasparenza e a recuperare fondi. Impresa non facile, visto che quest’anno dovrà ripianare un deficit di oltre 11 milioni di euro. La commissione bilancio dell’ateneo ha preparato un’interessante relazione con un dettagliato piano di tagli e razionalizzazioni, che il consiglio di amministrazione, salvo sorprese dell’ultima ora, approverà per permettere l’immediata operatività. Un piano imponente nel quale spiccano delle importanti innovazioni per l’ateneo e per un’università del Mezzogiorno. La prima è il pensionamento dei professori che hanno superato i 65 anni di servizio o i 40 anni di lavoro. Non si tratta di un pensionamento forzato, ma quello che viene considerato una sorta di pre-pensionamento, sarà incentivato al massimo pur di convincere almeno una trentina di docenti più anziani e costosi a lasciare la cattedra. Pazienza se nella rete finiranno anche due dei più famosi professori dell’ateneo barese, lo storico Luciano Canfora e il sociologo Franco Cassano. Con l’uscita dei docenti più longevi, l’università risparmierebbe circa 4,5 milioni di euro e otterrebbe un drastico calo dell’eta media dei docenti (e relativi stipendi). Il resto degli 11 milioni mancanti dovrebbe arrivare dalla vendita di alcuni immobili poco utilizzati e da una doppia riorganizzazione. Da una parte verranno accorpate in poche sedi le circa cento biblioteche disseminate tra facoltà e istituti. Dall’altra verranno finalmente riuniti i corsi con la soppressione di quelli frequentati da pochi studenti. Un tentativo di invertire la tendenza alla loro proliferazione, denunciata dal ministro dell’Università Mussi.

di Antonio Calitri

ll’Alma Mater le vecchie glorie vogliono restare in cattedra

Affossate da tagli in Finanziaria per 120 milioni di euro, stritolate da logiche baronali che a oggi hanno prodotto la classe docente più anziana d’Europa e un numero record di precari: le università italiane sembrano ormai squadre di calcio in fallimento. Società costrette a ripartire da zero, che per sopravvivere devono cedere i loro campioni. Sta accadendo all’ateneo di Bologna, culla storica delle intelligenze italiane. A giorni il prorettore Luigi Busetto convocherà i 450 professori over-65 che insegnano all’Alma Mater, gli spiegherà le difficoltà in cui naviga l’ateneo, e poi li inviterà ad andare in pensione con un incentivo. Tanti saluti e grazie per il lavoro svolto, in cattedra c’è bisogno di gente più giovane, low-cost e flessibile. Loro, dinosauri del sapere che da 40 anni accumulano saggi, gloria e contributi, costano troppo. Bologna non può più permetterseli, ma molti di loro non hanno intenzione di lasciare la mano. «L’età non c’entra, quello che conta è l’efficienza», ci spiega il professor Vincenzo Balzani. Classe 1936, docente di chimica all’Alma Mater da oltre quarant’anni, svolge a tutt’oggi un’attività febbrile. «Io la rottamazione la farei in un altro modo: manderei via solo chi si annoia», commenta serafico. «Per chi non ha voglia di lavorare, l’incentivo alla pensione è una manna – aggiunge – io mi diverto di più ad insegnare ». Non è il solo, perché il fronte dei vecchietti dell’ateneo felsineo è folto e agguerrito. «Al mio lavoro sono troppo affezionato», precisa il professore di diritto Augusto Barbera, mentre non ci gira intorno il sociologo Marzio Barbagli: «Non vado in pensione prima del previsto». Ma le vecchie glorie non sono insensibili ai giovani. «Un ricambio è necessario», ci dice il professor Lanfranco Masotti, storico fondatore del corso di laurea in Biotecnologie . «A Farmacia usiamo già da tempo gli incentivi. Chi vuole può lasciare prima dei sessanta e una parte del suo budget è dato ai ricercatori ». Un modo di guardare al futuro, che con i crudi numeri dei bilanci annuali, non ha nulla a che spartire.

di Francesco Lo Dico

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