Perchè in Italia abbiamo dimenticato le fabbriche?

FabbricheQuella che segue è l’introduzione del nuovo libro del direttore Antonio Galdo. Tema (come si evince dal titolo) le fabbriche. Ieri è stato ospite alla trasmissione di Augias le storie. Per vedere il suo intervento, basta cliccare su questo link. Contestualizzando il panorama proposto dal libro con quello attuale, una domanda sorge spontanea: perchè in Italia abbiamo dimenticato le fabbriche? Oltre al dibattito qua nel blog, è possibile prendere parte al sondaggio nel sito del giornale

Sono state le fabbriche della follia. Di una lucida, accecante pazzia che ha stravolto i connotati dell’Italia, fino a trasformare un Paese di agricoltori e di mezzadri in una opulenta potenza industriale. Allora, agli inizi del terribile Novecento insanguinato da due guerre mondiali, non esistevano le grandi banche d’affari, il denaro facile del capitalismo globale, la finanza che decide prodotti, mercati, consumi. Bisognava inventare, e creare. Così una generazione di imprenditori (Stato compreso) si è tuffata a capofitto nel vortice della produzione in serie, delle catene di montaggio, delle ciminiere.
Non avevano soldi, e sono andati a prenderli ovunque: anche sotto i materassi dei contadini che nascondevano i risparmi di un raccolto generoso, di una buona vendemmia. Serviva spazio, e lo hanno trovato ingoiando le campagne, avvicinandole ai centri urbani, e attrezzando delle gigantesche company town. Fabbriche diventate città. Cercavano manodopera, e la selezionavano, braccia per braccia, offrendo il miraggio di un posto fisso, uno stipendio sicuro, il prestito per comprarsi la casa. Auto, acciaio, pneumatici. I prodotti e il modello organizzativo per realizzarli su larga scala, erano importati dall’estero: viaggiavano, i nostri capitalisti senza capitali, si aprivano la testa e si eccitavano innanzitutto di fronte al fenomeno americano, al Nuovo Mondo esploso oltreoceano. Copiavano, ma, come succede in ogni esercizio di emulazione, aggiungevano un tocco di novità. Uno stile, un disegno, un’innovazione. Le radici genetiche di quello che poi sarà il made in Italy.

Attorno alle fabbriche, integrate nel territorio come gli alberi in un bosco, sono cresciute intere comunità. Da un lato i padri-padroni, impregnati di un paternalismo che miscelava autorità e generosità, disciplina e protezione, passione e denaro; dall’altro gli operai, eroi silenziosi e anonimi di un’epopea collettiva, di un’ambizione comune alla sicurezza sociale. Allo status che la fabbrica, a prescindere dal ruolo nella scala gerarchica, ti assegnava per tutta la vita. Finito il turno, spogliato della sua tuta di lavoro, l’operaio conservava il legame con un universo che non si esauriva nei tempi e nei ritmi della produzione. Fuori dal cancello dello stabilimento c’erano i circoli aziendali, le colonie estive e invernali, i raduni per le scampagnate domenicali. E quella tragica durezza della catena di montaggio, del caldo torrido di un altoforno, si ammorbidiva nella gratificazione di possedere un’identità. Anzi, di rivendicarla. Il romanzo della fabbrica è una storia straordinaria. Di uomini separati dalla lotta di classe, dal profitto e dal salario: ma uniti dalla consapevolezza che il loro destino dipendeva dal successo di una partita giocata insieme.
Le distanze, anche dal punto di vista estetico, non erano così marcate; a vederli vicini, il padrone e l’operaio, non erano tanto distanti, irraggiungibili come oggi. La regola del «creare valore» per tutti, tanto sbandierata nel capitalismo contemporaneo delle stock option, dei manager supermilionari e della falsa divinità del mercato (che pure ha le sue virtù quando si rispettano le regole), era implicita nella densità di quelle fabbriche che distribuivano ricchezza. Il cambiamento, in pochi anni, è stato impressionante. Nei luoghi, dove i vecchi impianti fordisti sono stati sostituiti dai centri commerciali, secondo la logica di quelle che si chiamavano trasformazioni urbanistiche. Industrie cancellate dall’onda lunga e ineluttabile dell’economia dei servizi. E innanzitutto nelle persone, da quegli imprenditori che spesso sembrano aver rinunciato alla creatività, agli operai diventati post, smarriti in una dimensione che non è più definita né dal luogo né dal tipo di lavoro. Certo: di belle fabbriche ne abbiamo ancora tante, altre ne continuano a nascere, specie nei settori dove ci sono più opportunità, comprese le nuove tecnologie e l’industria della televisione, passando per la metafisica contemporanea dei call center. Ma ci manca, e si sente, il profumo di quella lucida follia che ha dato l’impronta alla nostra rincorsa alla modernità e al benessere.

tratto da Fabbriche di Antonio Galdo

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2 Responses to Perchè in Italia abbiamo dimenticato le fabbriche?

  1. Renzo ha detto:

    Con il tempo ho capito che per me la Fabbrica è stata una opportunità straordinaria. Credo di avere avuto anche furtuna perchè la sicurezza del lavoro e di riscuotere c’è sempre stata, ma per me, che quando entrai in Fabbrica a sedici anni con solo la 5° elementare e, ora ne sono cosciente, senza sapere nulla di economia e di politica, con gli anni anche io sono scesciuto con il crescere della Fabbrica.Certo ci sono stati momenti in cui i problemi non sono mancati, ma alla fine per me e per tanti miei colleghi e compagni di lavoro, il risultato dei conti è stato certamente positivo.

  2. alepuzio ha detto:

    Lo storico Carlo Maria Cipolla in una sua storia dell’economia italiana diceva in effetti che le fabbriche in Italia sono meno convenienti rispetto altri posti per alcuni problemi legati a trasporti e materie prime…
    Se la memoria non mi inganna, off course

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