Ecco chi sono i moderati rivoluzionari

luglio 17, 2007

GiornaleIn risposta all’articolo di Adriano Sofri apparso su panorama di settimana scorsa, pubblichiamo la risposta del direttore uscita oggi sul nostro giornale

Nell’ultimo numero di Panorama, Adriano Sofri, riprendendo le nostre interviste domenicali (l’ultima ad Andrea Riccardi è disponibile qui), si chiede: «Ma chi sono i moderati?». Domanda legittima, perché l’aggettivo moderato è uno dei più citati e svalutati nell’attuale quadro politico. Talmente logorato da non esercitare alcun fascino sulle nuove generazioni (un brutto problema) e da essere abbinato al vizio del trasformismo, della dissimulazione, del compromesso. In pratica, il moderato in questa chiave è un distillato del vecchio doroteismo democristiano. Bene: noi pensiamo il contrario. Il moderatismo non è una dottrina, non è una scienza, ma innanzitutto rappresenta un metodo. Affermare un progetto, riconoscendo pari dignità all’avversario che non è mai un nemico. Difendere un’identità, con il massimo vigore, sapendo che la politica, se contiene gli strumenti del cambiamento, significa anche senso della misura, rispetto delle istituzioni, gradualità e ricerca di un consenso non effimero. Il moderatismo, quello che vorremmo, ha però una sua radicalità che noi proviamo a declinare con un’idea di possibile modernizzazione del Paese. Se la politica è debole e sfarinata, ecco il punto, è perché rappresenta, con tutti i suoi vizi amplificati, una società corporativa. Che non si può sparigliare con teorie liberali, ottime per scrivere opinioni ma inapplicabili al caso italiano, e ha bisogno di un progetto che coniughi, i socialisti lo avevano capito negli anni Ottanta, meriti e bisogni, ma allo stesso tempo moltiplichi le opportunità. Per tutti. Questo tipo di moderati, noi li definiamo rivoluzionari, e non si tratta di un ossimoro, perché guidare, accompagnare, la trasformazione della società italiana, è una sfida da rivoluzionari. Da moderati convinti della loro radicalità. Resta da definire quale sia il luogo dove meglio si può esercitare l’ambizione del moderato. Un tempo era il centro, dice Sofri (il cui intervento riproponiamo integralmente qui sul nostro sito e qui sul nostro blog), e ricostruire una posizione del genere oggi ci sembra un obiettivo del tutto velleitario. E allora? Sul versante della sinistra, il moderatismo radicale non ha spazio, è privo di ossigeno, se non altro per il fatto che in questa parte del campo si concentrano, attraverso varie forme di rappresentanza, gli interessi corporativi più consolidati. Resta il perimetro del centrodestra, nel quale bisogna rimboccarsi le maniche, e fare quel lavoro che in tutta Europa, e non è un caso, hanno realizzato appunto le destre. Sapendo che senza l’ancora e il filtro dei moderati, l’elettorato di destra scivola, quasi naturalmente, verso le sue peggiori derive: il populismo e il qualunquismo.

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Adriano Sofri: Ma chi sono i moderati?

luglio 16, 2007

Adriano Sofri, nell’ultimo numero di Panorama, è intervenuto nel dibattito sul ruolo dei moderati, lanciato dall’Indipendente

L’Indipendente, diretto da Antonio Galdo, veterano di Panorama, è un giornale di centrodestra, si direbbe ufficialmente. I suoi interlocutori preferiti, o auspicati, sono i «moderati che vorrei», come si intitolano le ampi interviste – manifesto domenicali a personalità del centrosinistra «culturale». Il destino della parola moderato è tortuoso. Designò specificamente una posizione politica del Cattolicesimo, dal neoguelfismo in poi. Anzi, divenne quasi un sinonimo di Cattolicesimo in politica: il moderatismo cattolico. A volte basta un trattino ad accostarlo ad altri aggettivi: clerical – moderato, moderato – democratico, liberal – moderato. Altre volte a quegli aggettivi si contrappone: cattolico moderato contro cattolico democratico, o progressista… Il lessico arranca dietro il ballo in maschera politico. Genericamente, moderatismo significò una distanza dagli estremismi, una predilezione per il centro, o un eufemismo per conservatorismo. Se intendo bene, l’aspirazione di Galdo è estrarre dalla tradizione un’accezione rinnovata del termine moderato, cioè, con un ritorno alla lettera, di ciò che in politica è dotato del senso della misura. Poco? Sta di fatto che l’estremismo di tanta parte della rappresentazione politica corrente (in cui scorrono fiumi di sangue, e per fortuna si tratta di vernice di scena) assegna alla misura un ruolo singolare. Siccome la misura è una benedizione in una curva di stadio, ma non basta, succede al rianimato moderatismo quello che succede al riformismo nel campo del centrosinistra: che i suoi fautori tengono a spiegare che moderazione e, rispettivamente, riforma non vogliono dire un atteggiamento rinunciatario e compromissorio, né una passione spenta o una mancanza di coraggio. Che si può essere misurati e riformatori e capaci di radicalità, altra parola magica dei nostri giorni, dai troppi usi. Domenica scorsa l’intervistato era Andrea Riccardi, il cui Cattolicesimo moderato (quello di Sant’Egidio) non pecca di indifferenza o di scarsa combattività. C’è bisogno di moderazione, dice, e insieme di grandezza. Galdo chiede perché in Italia non ci si sia ancora liberati dal ’68. Non so bene che cosa intenda. Però, in un’altra intervista dello stesso numero del giornale, a un grande latinista e uomo militante come Luca Canali, c’era un errore di stampa malignissimo. A una domanda sugli «uomini della provvidenza» del passato, Canali citava tra gli altri il generale Stilicone. E’ diventato Silicone. Ecco, questo silicone che si infila dappertutto è forse un ingrediente della risposta sul ’68 che non finisce.

oggi la risposta del direttore