Il derby di Guareschi

maggio 14, 2007

Italo CucciVi sarete accorti che putiferio ha scatenato il mio ricordo di Peppino Prisco. Il blog dell’Indipendente è diventato – mi perdonerete? – una sorta di Bar Sport. Anzi, di più: un Accademia del Pallone dove, con accenti ora meschinelli – roba da tifo curvaiolo – ora impegnati si è riacceso un duro confronto fra Interisti e Juventini. Uno di questi – non lo critico: segnalo – si prende molto sul serio, e mi crea imbarazzo. Almeno in questa sede avrei visto volentieri prevalere l’ironia. Alla Peppino Prisco. Un personaggio guareschiano. Questo pensavo, mentre i nostri lettori si sfidavano sulla pubblica piazza mediatica, quando ho letto che nei giorni scorsi a Nuova York (grazie, Ruggero Orlando) ha avuto un grande successo la settimana di Don Camillo & Peppone. Alla Casa Italiana sono stati proiettati i film di Duvivier tratti dalla saga padana di Giovannino Guareschi e interpretati da Fernandel e Gino Cervi. Film eterni, come dimostra il successo di ascolti che ancora colgono passando ad ore notturne su Rete 4. Lo stimolo a ripescare storie guareschiane nella memoria ha risvegliato in me la nostalgia del bel calcio perduto: quel gioco popolare, arruffone e casinaro, a volte suscitatore di scontri muscolari fra agitati e agitatori di opposte sponde, raccolti ora sotto la bandiera di una squadra, ora in manipoli di diverso segno politico. Come il parroco e il sindaco di Brescello. Guareschi non era un tifoso, forse neppure uno sportivo, eppure non si lasciò sfuggire la componente sociopolitica del gioco del pallone. Ed è per questo che il Brescello d’oggi – militante fra i Dilettanti ma pochi anni fa assurto addirittura agli onori della Serie B – ha nell’iconografia sociale le facce dei due celebri sfidanti, Peppone & Don Camillo, il prete ovviamente tutto nero e il sindaco col fazzolettaccio rosso, a dirne anche l’atteggiamento politico. Così, nel pensiero, sono tornato a Brescello per un’antica furibonda e polverosa partita dei primi anni Cinquanta. Tanto per cominciare, l’ambiente paesano, così descritto da Giovannino: «È un pezzo della pianura padana: e qui bisogna precisare che, per me, il Po comincia a Piacenza. Il fatto che da Piacenza in su sia sempre lo stesso fiume, non significa niente: anche la Via Emilia, da Piacenza a Milano, è in fondo la stessa strada; però la Via Emilia è quella che va da Piacenza a Rimini…». Nel primo film della serie, “Don Camillo”, ecco la partita di pallone che assume il ruolo di un derby fra opposte parti politiche. Con un vincitore, Peppone, e uno sconfitto, Don Camillo. Brescello è tutto un derby, nel racconto guareschiano. Ed ecco, forse decisiva, la partita di calcio, giocata con straordinaria animosità e conclusa da una scazzottata generale in stile western. Calcio vero, verissimo, lo giuro. A modo suo violento, ma allegro, pensando alle violenze d’oggidì. Ed ecco l’esagerato Don Camillo prendersi il cartellino rosso e l’espulsione da Brescello e l’esilio in una chiesetta di montagna. Ma non aveva tutti i torti, il pretaccio manesco; e infatti si scopre che la partita, conclusasi con la vittoria dei Rossi, il sindaco se l’era comprata. Calciopoli Atto Primo. Ho conosciuto Guareschi da ragazzino. In casa – famiglia di reazionari – si leggeva il suo Candido. Ma soprattutto avevo uno zio salesiano, Don Luigi, ch’era stato il suo cappellano militare nel campo di concentramento di Sanbostel, in Germania, e ne parlava in continuazione prim’ancora del clamoroso successo letterario. Da buon zio prete, mi raccomandò a lui quando mi misi in testa di fare il giornalista, ma non ci fu nulla da fare: Giovannino aveva già iniziato il difficile percorso verso la condanna e Candido languiva. Ricordo che mi trovai tutto solo, davanti alla vecchia Rizzoli, disperato come può essere un giovane perduto per Milano. Mi salvò l’istinto di conservazione, un tram che mi portò fino a piazza Cavour, dov’era la redazione della Notte, il quotidiano nato insieme a Don Camillo. Bussai e mi fu aperto. Chiesi di Nino Nutrizio e mi accolse. Scoprii che un grande direttore poteva comandare un giornale e indossare una giacchetta di panno azzurra come i suoi occhi…Ma questa è un’altra storia.