Troppa fretta per scarcerare un presunto assassino

luglio 24, 2007

GiornaleDovevano avere molta fretta, i giudici del tribunale dei minorenni di Catania per scarcerare Antonio Filippo Speziale, il giovane indagato per la morte dell’ispettore capo Filippo Raciti. Sono passati appena cinque mesi dagli incidenti allo stadio siciliano, durante il derby Catania- Palermo, e dall’esplosione di quella bomba carta che, ricordiamolo, fu lanciata con il preciso obiettivo di centrare l’agente di polizia. In questi mesi, Speziale ha confessato la sua aggressione, ha ricostruito i fatti avvenuti allo stadio, si è dichiarato pentito per l’accaduto. E ha detto: «Il mio obiettivo non era la polizia, ma i palermitani». Con la sentenza di ieri, il tribunale ha deciso di affidare il ragazzo a una comunità che, per il momento, ancora non è stata individuata. Una comunità, e non la famiglia, perché secondo i magistrati «i genitori di Speziale, seppure consapevoli di avere avuto una condotta educativa incoerente nell’arco degli anni, avendo perdonato alcune intemperanze del figlio, non posseggono la dovuta autorevolezza educativa». Ricapitolando: gli inquirenti sono ancora convinti della colpevolezza di Speziale, ma decidono comunque di liberarlo e, non fidandosi della sua famiglia, aspettano un posto in comunità per poterlo rieducare. C’è in questa sentenza un’esemplare testimonianza del corto circuito Statocittadini- famiglie. Mentre non viene garantita alcuna certezza di fronte a un reato così grave, allo stesso tempo si riconosce perfino la pericolosità sociale dell’imputato e, per redimerlo, ci si affida alla supplenza di una comunità. Il carcere è un luogo orribile e lo Stato non deve mai coltivare l’istinto alla vendetta. Ma in una decisione così rapida, rispetto allo svolgersi dei fatti, è impossibile non intravedere una resa, un’abdicazione delle proprie funzioni, e la ricerca di scorciatoie che lasciano esterrefatti per la loro fragilità. Antonio Filippo Speziale ha tutto il diritto di ricostruirsi una vita, ma il modo peggiore per ricominciare è il pensiero, la convinzione, di essere impunito per il gesto con il quale ha seminato la morte. Anche a casa Raciti ci sono due minorenni, due ragazzini di 15 e 8 anni. E anche loro hanno alcuni sacrosanti diritti. Per esempio, quello di conoscere il nome dell’assassino del padre, di sapere come e perché ha pagato con la vita il suo lavoro di vent’anni al servizio della polizia, dello Stato. E la risposta al loro incredulo dolore non può essere un colpo di spugna pilatesco con il quale, di fatto, un omicidio viene archiviato come un incidente di cronaca.

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Un popolo di Campioni

aprile 16, 2007

Italo CucciIl 28 settembre 2006, con due gol di Simplicio e uno di Di Michele rifilati agli inglesi del West Ham, il Palermo faceva un passo avanti in Coppa Uefa celebrando allo stadio “Barbera” un rito del tutto insolito per il calcio. Sugli spalti si esibivano migliaia di tifosi che indossavano una maglietta con la scritta «La mafia mi fa schifo. La libertà è cosa nostra». I tre gol e la manifestazione “antimafia” voluta da Totò Cuffaro erano la risposta a una improvvida iniziativa del club londinese che nel match dell’andata all’Upton Park aveva regalato ai propri supporters una maglietta rosanero…alternativa con la scritta “West Ham United Versus Mafia”. La singolare accoglienza alla stupida comitiva di balordi d’Oltremanica era stata anticipata, alla vigilia, da alcuni striscioni esposti al campo d’allenamento di Altavilla Milizia messo a disposizione del WH: “Benvenuti nella terra della mafia”, “Viva la mafia”, “Vinceremo anche senza la mafia”. Per l’occasione, la mobilitazione siciliana aveva toccato anche le altre due città “calcistiche” di Serie A, Catania e Messina e altre migliaia di t-shirt antimafia venivano distribuite con i rispettivi colori rossoazzurri e giallorossi. L’episodio non sarà sfuggito all’etologo antropologo zoologo inglese Desmond Morris, universalmente noto come autore de La scimmia nuda, al quale si deve tuttavia un’altra ricerca unica nel suo genere : La tribù del calcio. Leggi il seguito di questo post »


Violenza negli stadi: quando Curcio spiegò la morte sugli spalti

marzo 22, 2007

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Antefatto. Qualche tempo fa, un preside di Agropoli è stato fatto a pezzi da un esercito di censori per avere invitato Luciano Moggi a parlare su “Etica e sport”, come se proprio il noto protagonista di “Calciopoli” non se ne intendesse, di etica e di sport. Almeno per quel che riguarda la capacità di piegare entrambi alla propria, ehm ehm, cultura. Ho notato, in quei giorni di rivolta nazionale, come fosse passata in second’ordine una vicenda locale di segno molto simile, sicuramente riferibile all’uso che si fa, nelle nostre scuole d’ogni ordine e grado, dei cosiddetti Cattivi Maestri: in Puglia, infatti, una università aveva invitato a tenere una lezione Renato Curcio, il riconosciuto capo delle Brigate Rosse negli anni di piombo.
Il fatto era stato contestato in loco, e basta, mentre imperversava il furore mediatico nazionale contro Moggi. Dove credete ch’io vada a parare? Volete che vi dica che se parla ai giovani un antico dannato è più scandaloso che far parlare Moggi? No, io credo che dovessero avere libertà di parola entrambi: l’intellettuale protagonista di vicende che hanno insanguinato l’Italia, per lunghi anni detenuto nelle patrie galere, e il mercante di calcio che, a tutt’oggi, ha ricevuto soltanto una condanna da un tribunale calcistico. E vi spiego perché.

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Il calcio? Uno sport da vecchi

marzo 7, 2007

Il calcio è uno sport da vecchi. Almeno in Inghilterra, a quanto si legge dall’articolo del Guardian di oggi. Non è che ai giovani il calcio della premier league non piaccia, semplicemente non lo seguono come i tifosi della vecchia guardia. Non vanno allo stadio insomma. Si parla di cambiamento di usi e costumi. Andare allo stadio costa troppo? Poco male, tanto il match me lo guardo al pub con gli amici e mi bevo pure una bella guinnes. Pare in poche parole che ai giovani inglesi, una ipotetica proposta di stadi chiusi e partite solo in tv non dispiacerebbe. Il prezzo dei biglietti in Gran Bretagna è salito del 600% dagli anni ottanta e tutto ciò ha infatti influito sull’età dei supporter che si recano ai match. Per quanto riguarda il nostro paese, una fruizione del calcio più matura non sarebbe un’idea malvagia, anche visti gli sviluppi del caso Raciti. Ma che sia una scelta cosciente.