Il Programma di Veltroni? Ottimo per la bicamerale

luglio 25, 2007

Giornaleda L’Indipendente del 25 luglio 

Walter Veltroni ha affidato al Corriere della Sera il suo manifesto programmatico da candidato leader del Partito democratico. «Dieci riforme per sbloccare l’Italia» annuncia il pomposo titolo. E dopo una lunga premessa sul malessere della democrazia nel mondo, sul significato lessicale della parola «democratico», sui mali del caso italiano, arrivano le ricette. Quali? Un pacchetto di interventi sul tessuto istituzionale, da approvare in Parlamento con accordi con l’opposizione: una sorta di agenda per una potenziale commissione Bicamerale, una delle tante che abbiamo già visto all’opera con scarsi risultati. Le proposte di Veltroni vanno dal superamento del bicameralismo perfetto (con il Senato delle autonomie locali) alla riduzione del numero di parlamentari; dalla nuova legge elettorale (con una strizzatina d’occhio al referendum) ai poteri del presidente del Consiglio; dal completamento della riforma federale (ma il centrosinistra non si è battuto per demolirla?) al voto concesso ai sedicenni. La prima cosa che impressiona di questo programma è il fatto che, a parte le ambizioni del titolo, non si vedono novità. Tutte le proposte di Veltroni sono, in qualche modo, già depositate in Parlamento, con tanto di firme di rappresentanti dei due schieramenti. Metterle insieme, in fila una dietro l’altra, può essere un utile esercizio per , appunto, una commissione bicamerale: ma non è certo quanto ci si aspetta dal fresco candidato di un partito che vuole governare l’Italia. Dove sta la novità? E la rottura? Strano: Veltroni, abilissimo comunicatore, dovrebbe avere capito che, senza strappi, nessun leader può affermarsi con la necessaria combinazione di autorevolezza e di entusiasmo. La seconda considerazione riguarda il perimetro nel quale si sta muovendo il candidato leader. Tutto politico, istituzionale, da addetti ai lavori. Per carità: le riforme istituzionali servono, e in qualche modo rappresentano un pezzo decisivo di un programma di cambiamento. Ma gli italiani da un leader vogliono sentire altre proposte. La riduzione delle tasse, un intervento sulle pensioni (e non il passo indietro appena varato dal governo) e sullo stato sociale, qualcosa di concreto sulla scuola e sulla università. Peccato che proprio su queste materie Veltroni può dire poco, perché correrebbe il rischio di “disturbare il manovratore”, cioè l’attuale capo del governo, già molto stizzito per il modo con quale si sta procedendo alle primarie del Pd. E allora, ecco venire fuori dal cilindro le proposte istituzionali: ma per quelle non c’è bisogno di eleggere un nuovo capo di un nuovo partito.


Centrodestra. Così proviamo a scrivere la nuova carta

giugno 27, 2007

GiornaleI partiti politici non sono un prodotto di laboratorio: non nascono dall’alto o per imposizione, sulla base di un semplice atto di volontà. Sono il frutto di un processo, spesso lento, di sedimentazione, il punto d’incontro non programmabile a tavolino di interessi sociali diffusi e di un sistema di valori. Sono la sintesi virtuosa tra un gruppo dirigente ideologicamente motivato e un “popolo” disposto a sposarne la causa. Questo per dire che non basterà scrivere uno statuto o elaborare un modello organizzativo, per quanto originale e sofisticato, per vedere nascere, in modo automatico, il Partito delle Libertà. Ma non ci si può nemmeno aspettare, come qualcuno nel centrodestra crede, che le cose accadano da sé, per inerzia o per caso. E nemmeno ci si può ridurre a cambiare solo perché costretti dalle contingenze esterne o dall’altrui capacità di innovazione: ad esempio dall’accelerazione impressa alla nascita, intorno alla leadership di Walter Veltroni, del Partito democratico. Ecco dunque spiegata l’importanza dell’iniziativa che quest’oggi verrà presentata a Roma: l’insediamento di una commissione di studio (già ribattezzato “gruppo dei trenta”) incaricata di discutere, elaborare e proporre un modello di “partito unitario del centrodestra” che sia, innanzitutto, all’altezza delle trasformazioni che hanno investito la politica nell’ultimo quindicennio, in Italia come nel resto del mondo. Le diverse varianti del partito novecentesco (da quello ideologico di massa a quello elettoraleprofessionale) hanno fatto il loro tempo o sono entrati in crisi. Si tratta dunque di capire quale sia il modello di organizzazione degli interessi, della militanza e del consenso elettorale più adatto al XXI secolo, segnato dal tramonto irreversibile delle ideologie e dalla pervasività dei nuovi sistemi di comunicazione digitale. Di immaginare la costituzione di un partito capace di ricostruire il rapporto tra cittadini e Stato, di esercitare una rappresentanza effettiva e di selezioni gruppi dirigenti: tutto ciò come sbocco all’infinita transizione italiana ma anche come occasione di rilancio per l’esperienza della Casa delle Libertà. Una sfida culturale, prima che politica, alla quale le forze che rappresentano i moderati italiani non possono più sottrarsi. Non è un caso, dunque, che a promuovere l’iniziativa – sotto il motto “Un nuovo partito per una nuova politica” – siano tre fondazioni: Liberal, Farefuturo e Craxi, in rappresentanza delle principali anime politico-culturali del centrodestra. Il loro tentativo non sarà facile, ma se condotto con rigore e libertà intellettuale potrebbe determinare risultati importanti per l’intera scena politica italiana.

di Alessandro Campi