I moderati che vorrei – Tredicesimo appuntamento – Linus

ottobre 8, 2007

Domenica isieme a L’Indipendente delle idee, è uscito il tredicesimo supplemento de I moderati che vorrei. Questa volta, intervistato dal nostro direttore Antonio Galdo, l’appuntamento ha visto come protagonista Linus, lo storico dj di radio dj, della quale è direttore artistico. Per scaricare l’intervista a Pasquale Di Molfetta (o Moletta di Pasovale che dirsi voglia) andate a questa pagina e troverete la versione pdf del giornale. Ecco di seguito un piccolo estratto:

Perché la parola moderato piace così poco ai giovani?

La abbinano a una mancanza di personalità, a un colore troppo sfumato. Un grigio pallido o un beige che un ragazzo non userebbe mai per vestirsi.

Colori a parte, è una forma di prevenzione ideologica.

Conta molto, purtroppo, anche il fatto che in questi anni il termine moderato è stato svalutato dal suo uso improprio.

In che senso?

Evoca compromessi, trasformismi, furbizie. Ecco perché, da un punto di vista politico, i giovani considerano la moderazione un grave difetto, salvo poi scoprirne, da grandi, le virtù. Un percorso che conosco bene, perché da giovane volevo fare i 100 metri, poi ho capito che la corsa più importante nella vita è la maratona.

Anche lei si sarà interrogato tante volte sul distacco, l’abisso, tra i giovani e la politica.

È un bel problema, specie per un Paese che penalizza le nuove generazioni.

Il seguito è disponibile qui


I moderati che vorrei – Dodicesimo appuntamento – Alessandro Profumo

settembre 17, 2007

è disponibile per il download sul nostro sito l’intervista che il nostro direttore, Antonio Galdo, ha realizzato all’amministrato delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, per la serie “I moderati che vorrei”. Potete andare a  questa pagina e scaricare il formato digitale del quotidiano di domenica. Invece qui trovate le precedenti uscite. Intanto di seguito un piccolo estratto dell’intervista:

Quando all’estero le chiedono un flash sull’Italia, che cosa risponde?

Chiedo benevolenza. Abbiamo un’immagine peggiore della sostanza delle cose e dei nostri autentici problemi strutturali.

Il più grave?

L’Italia è un Paese con troppa ideologia e poca concretezza. E questo rende difficile qualsiasi cambiamento, qualsiasi riforma. Prenda l’esempio delle pensioni…

Ha vinto l’ideologia?

Purtroppo. L’età media e le aspettative di vita si alzano, e noi mandiamo la gente in pensione a 57-60 anni, quando cioè ci si sente ancora giovani e pronti a fare un secondo lavoro. Altro che difesa dei deboli! Così i giovani, i veri deboli, li colpiamo due volte. Prima perché pagheranno il conto di un sistema previdenziale che non può stare in equilibrio e poi per il fatto che sul mercato del lavoro aumenta la concorrenza di cinquantenni pensionati, in eccellenti condizioni psicofisiche, pronti a essere reclutati.

Torniamo ai difetti strutturali, dopo l’ideologia. In Italia conta più il mercato o una buona relazione?

Una buona relazione, è la triste realtà.


Ecco chi sono i moderati rivoluzionari

luglio 17, 2007

GiornaleIn risposta all’articolo di Adriano Sofri apparso su panorama di settimana scorsa, pubblichiamo la risposta del direttore uscita oggi sul nostro giornale

Nell’ultimo numero di Panorama, Adriano Sofri, riprendendo le nostre interviste domenicali (l’ultima ad Andrea Riccardi è disponibile qui), si chiede: «Ma chi sono i moderati?». Domanda legittima, perché l’aggettivo moderato è uno dei più citati e svalutati nell’attuale quadro politico. Talmente logorato da non esercitare alcun fascino sulle nuove generazioni (un brutto problema) e da essere abbinato al vizio del trasformismo, della dissimulazione, del compromesso. In pratica, il moderato in questa chiave è un distillato del vecchio doroteismo democristiano. Bene: noi pensiamo il contrario. Il moderatismo non è una dottrina, non è una scienza, ma innanzitutto rappresenta un metodo. Affermare un progetto, riconoscendo pari dignità all’avversario che non è mai un nemico. Difendere un’identità, con il massimo vigore, sapendo che la politica, se contiene gli strumenti del cambiamento, significa anche senso della misura, rispetto delle istituzioni, gradualità e ricerca di un consenso non effimero. Il moderatismo, quello che vorremmo, ha però una sua radicalità che noi proviamo a declinare con un’idea di possibile modernizzazione del Paese. Se la politica è debole e sfarinata, ecco il punto, è perché rappresenta, con tutti i suoi vizi amplificati, una società corporativa. Che non si può sparigliare con teorie liberali, ottime per scrivere opinioni ma inapplicabili al caso italiano, e ha bisogno di un progetto che coniughi, i socialisti lo avevano capito negli anni Ottanta, meriti e bisogni, ma allo stesso tempo moltiplichi le opportunità. Per tutti. Questo tipo di moderati, noi li definiamo rivoluzionari, e non si tratta di un ossimoro, perché guidare, accompagnare, la trasformazione della società italiana, è una sfida da rivoluzionari. Da moderati convinti della loro radicalità. Resta da definire quale sia il luogo dove meglio si può esercitare l’ambizione del moderato. Un tempo era il centro, dice Sofri (il cui intervento riproponiamo integralmente qui sul nostro sito e qui sul nostro blog), e ricostruire una posizione del genere oggi ci sembra un obiettivo del tutto velleitario. E allora? Sul versante della sinistra, il moderatismo radicale non ha spazio, è privo di ossigeno, se non altro per il fatto che in questa parte del campo si concentrano, attraverso varie forme di rappresentanza, gli interessi corporativi più consolidati. Resta il perimetro del centrodestra, nel quale bisogna rimboccarsi le maniche, e fare quel lavoro che in tutta Europa, e non è un caso, hanno realizzato appunto le destre. Sapendo che senza l’ancora e il filtro dei moderati, l’elettorato di destra scivola, quasi naturalmente, verso le sue peggiori derive: il populismo e il qualunquismo.


Adriano Sofri: Ma chi sono i moderati?

luglio 16, 2007

Adriano Sofri, nell’ultimo numero di Panorama, è intervenuto nel dibattito sul ruolo dei moderati, lanciato dall’Indipendente

L’Indipendente, diretto da Antonio Galdo, veterano di Panorama, è un giornale di centrodestra, si direbbe ufficialmente. I suoi interlocutori preferiti, o auspicati, sono i «moderati che vorrei», come si intitolano le ampi interviste – manifesto domenicali a personalità del centrosinistra «culturale». Il destino della parola moderato è tortuoso. Designò specificamente una posizione politica del Cattolicesimo, dal neoguelfismo in poi. Anzi, divenne quasi un sinonimo di Cattolicesimo in politica: il moderatismo cattolico. A volte basta un trattino ad accostarlo ad altri aggettivi: clerical – moderato, moderato – democratico, liberal – moderato. Altre volte a quegli aggettivi si contrappone: cattolico moderato contro cattolico democratico, o progressista… Il lessico arranca dietro il ballo in maschera politico. Genericamente, moderatismo significò una distanza dagli estremismi, una predilezione per il centro, o un eufemismo per conservatorismo. Se intendo bene, l’aspirazione di Galdo è estrarre dalla tradizione un’accezione rinnovata del termine moderato, cioè, con un ritorno alla lettera, di ciò che in politica è dotato del senso della misura. Poco? Sta di fatto che l’estremismo di tanta parte della rappresentazione politica corrente (in cui scorrono fiumi di sangue, e per fortuna si tratta di vernice di scena) assegna alla misura un ruolo singolare. Siccome la misura è una benedizione in una curva di stadio, ma non basta, succede al rianimato moderatismo quello che succede al riformismo nel campo del centrosinistra: che i suoi fautori tengono a spiegare che moderazione e, rispettivamente, riforma non vogliono dire un atteggiamento rinunciatario e compromissorio, né una passione spenta o una mancanza di coraggio. Che si può essere misurati e riformatori e capaci di radicalità, altra parola magica dei nostri giorni, dai troppi usi. Domenica scorsa l’intervistato era Andrea Riccardi, il cui Cattolicesimo moderato (quello di Sant’Egidio) non pecca di indifferenza o di scarsa combattività. C’è bisogno di moderazione, dice, e insieme di grandezza. Galdo chiede perché in Italia non ci si sia ancora liberati dal ’68. Non so bene che cosa intenda. Però, in un’altra intervista dello stesso numero del giornale, a un grande latinista e uomo militante come Luca Canali, c’era un errore di stampa malignissimo. A una domanda sugli «uomini della provvidenza» del passato, Canali citava tra gli altri il generale Stilicone. E’ diventato Silicone. Ecco, questo silicone che si infila dappertutto è forse un ingrediente della risposta sul ’68 che non finisce.

oggi la risposta del direttore 


I moderati che vorrei – Nono appuntamento – L’università

giugno 18, 2007

moderati università

è online il nono appuntamento con i moderati che vorrei. Potete scaricare il pdf a questo indirizzo.

Gran Bretagna: Cameron, tasse alte ma college aperti di Carlamaria Rumor a pagina 4

Germania: La Grosse Koalition premia l’élite del sapere di Alessandro Alviani a pagina 4

Francia: Ricetta Sarkozy: maggiore sinergia tra imprese e atenei di Luca Sebastiani a pagina 5

Finlandia: È nata a Helsinki la Silicon Valley dell’istruzione di Maurizio Stefanini a pagina 5

Nel 2000 il Consiglio Europeo di Lisbona fissò per l’Unione l’obiettivo di diventare, entro il 2010, «l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Nei successivi consigli europei (Barcellona 2002 e Bruxelles 2003) si è insistito sull’importanza degli investimenti in formazione, ricerca e innovazione per una maggiore competitività del Vecchio Continente nel contesto della mondializzazione. Il filo conduttore della strategia di rilancio europeo parte insomma dall’Università, e come venne stabilito allora, dovrebbe condurre tutti gli Stati membri ad investire il 3 per cento del Pil in ricerca e sviluppo. Il primo Paese a doversi adeguare in fretta a questi orientamenti è proprio l’Italia, dove gli investimenti sono a tuttora al di sotto della media europea. Tuttavia allo stato attuale siamo ancora lontani dalla creazione di un sistema universitario europeo – vale a dire di un modello unico fondato sul doppio livello di laurea, ampiamente contestato però in vari Paesi – un passaggio senza il quale gli obiettivi di Lisbona rischiano di restare nella vaghezza dei progetti per il futuro. Ma è soprattutto nella potenzialità della ricerca che restano ancora forti gli scarti tra le nostre università e quelle di altri Paesi come gli Stati Uniti o l’India. A fronte dei progetti avviati – come il Network Europeo dei Centri di Mobilità (ERA-MORE) creato allo scopo di favorire le informazioni sulle opportunità di ricerca in Europa e incrementare lo scambio e la circolazione dei ricercatori – le differenze con modelli di ricerca e sviluppo radicati nel tessuto produttivo restano sensibili e sembrano, a dire il vero, espressione di una differente mentalità che da noi coinvolge tutte le parti in gioco (università, finanziamenti, Stato e imprese). Leggi il seguito di questo post »


I moderati che vorrei – Settimo appuntamento – Savino Pezzotta

maggio 14, 2007

Continua il viaggio dell’Indipendente in compagnia di personaggi dell’establishment culturale ed economico di sinistra. Un confronto che nasce dall’esigenza di riflettere sui temi forti della rappresentanza moderata, crocevia da cui passa la stabilità politica del nostro Paese. Questa settimana il terzo appuntamento è con Savino Pezzotta. Gli altri sono disponibili qui sul nostro sito

Lei si definisce un cattolico riformista. Che cosa significa?
Sono cattolico perché appartengo alla Chiesa, alla sua apertura, al suo sguardo universale. E politicamente sono un riformista perché coltivo il senso della gradualità per cambiare il mondo.
Le dispiace se aggiungo la parola moderato?
Assolutamente. La moderazione è la prima virtù di un riformista: significa la capacità di conciliare i contrasti. Con realismo, ma anche con molto rigore perché il moderato ha la consapevolezza che le sue decisioni si riflettono sulla vita delle persone. Non sono astratte.
Perché moderato è una parola che piace poco, per esempio, ai giovani?
È stata svalutata da un’idea pragmatica, furbesca e di basso profilo del moderatismo. Invece, lo dico pensando in particolare ai giovani, il moderato è un autentico radicale. Vive di utopie, ma sa dove deve andare perché è guidato da un progetto.
Mi traduca meglio, per favore.
Il moderato non è un vagabondo o un nomade, è un pellegrino. Il Novecento ha avuto il grande male delle ideologie e nel nome di una razza o di una classe si pensava di costruire un mondo migliore. Era la piramide costruita con il sacrificio. Per il moderato quella piramide è un orrore, ma il sogno di costruire qualcosa di meglio, di allungare lo sguardo, resta.
Chi è un moderato moderno che incarna queste virtù?
In Italia ne abbiamo avuti tanti, da Alcide De Gasperi a Aldo Moro. E alla fine del terribile Novecento, il leader politico di maggiore qualità è proprio un moderato: Helmut Kohl.
La sua utopia è stata la riunificazione della Germania.
Già, qualcosa che sembrava impossibile anche nelle opinioni pubbliche del Paese.Lui è andato avanti, diritto per la sua strada verso un obiettivo che solo un vero leader poteva raggiungere. E ha vinto.
La leadership oggi ha un peso determinante nella battaglia politica.
Non mi spaventa l’idea che oggi, in politica, conti innanzitutto il fascino di un leader. L’importante, però, è come si esercita questa leadership…
Cioè?
Un leader unisce, non separa. Convince, non domina. E non riduce il suo progetto politico a un fatto personale. Non a caso, nel malato bipolarismo all’italiana abbiamo due leader che pensano di incarnare il tutto a forza di strappi e di divisioni.

per continuare a leggere l’intervista scaricate il pdf qui


I moderati che vorrei – Sesto appuntamento – Innocenzo Cipolletta

aprile 23, 2007

Continua il viaggio dell’Indipendente in compagnia di personaggi dell’establishment culturale ed economico di sinistra. Un confronto che nasce dall’esigenza di riflettere sui temi forti della rappresentanza moderata, crocevia da cui passa la stabilità politica del nostro Paese. Questa settimana il terzo appuntamento è con Innocenzo Cipolletta. Gli altri sono disponibili qui sul nostro sito

Lei è un moderato thatcheriano?
Penso e spero di essere un moderato liberale. Ma mi faccia esprimere un certo disagio a catalogarmi: credo che la patente di liberale la debbano dare gli altri, quelli che giudicano le tue azioni e che nessuno possa dirsi da solo liberale o liberista. È quasi un controsenso autodefinirsi liberale.
Declini la sua appartenenza con un comandamento attuale.
Oggi l’idea che giudico più forte è questa: uno Stato mobile in un mondo che è mobile. Uno Stato, cioè, che interviene dove c’è carenza di mercato e di iniziative dei cittadini, e si tira indietro appena si creano condizioni di equilibrio e di concorrenza. Uno Stato che, quando affronta nuovi problemi e nuove esigenze si sappia tirare indietro dall’occuparsi dei vecchi temi e non pensi perciò di occuparsi di tutto senza, tra l’altro, averne i mezzi.
E lo Stato sociale dove lo mettiamo? Lo liquidiamo?
Lo riposizioniamo. Prenda l’assistenza sanitaria, così ragioniamo su una cosa molto concreta. Lo Stato ha fatto molto per creare una coscienza sanitaria presso i cittadini e per creare servizi: ora non può più, come in Italia, garantire tutto a tutti. È una scelta ingiusta e inefficiente.
Innocenzo Cipolletta, per esempio, le medicine deve pagarle di tasca sua.
Assolutamente. Le medicine come la visita specialistica. Devo pagare io, non lo Stato: magari attraverso la copertura di una polizza assicurativa. Nella mia fascia di reddito l’assistenza pubblica deve coprire solo interventi speciali, grandi rischi, come può essere una lunga cura contro l’Alzheimer.
È il modello americano.
Non proprio. Quello magari è l’eccesso opposto rispetto al servizio sanitario universale europeo. Preferisco il modello inglese, un buon mix tra Stato e privato. Vede, quando parlo dello Stato mobile, che si riposiziona, mi viene subito in mente un problema che abbiamo anche in Italia: la lotta contro la povertà. Leggi il seguito di questo post »