Italiani: calciatori di palloni e cacciatori di poltrone

marzo 27, 2007

Italo CucciC’era una volta la politica sportiva. E aveva una funzione importantissima: teneva sotto controllo il Palazzo dello Sport. Non dove si svolgono gli eventi agonistici ma dove si decidono i destini di un apparato che dal 1913 non ha avuto bisogno di essere gestito dal Governo attraverso ministeri e ha invece goduto di una autonomia praticamente cessata nemmeno un anno fa, quando è stato costituito il Ministero delle attività giovanili e sportive affidato a Giovanna Melandri. Oggi siamo ad un passo dall’elezione del nuovo presidente della Federcalcio squassata dagli scandali, demolita da un ventennio di conservazione e di asservimento ai potentati dei club più ricchi, e già si sa chi sarà eletto ma non si conosce il suo programma. Che trattandosi di Giancarlo Abete (intervista qui), già copresidente di Franco Carraro , non può che essere di pura restaurazione. Non ce l’ho con Abete, anche se trovo di scarso gusto affidare la Federazione a chi già ne era parzialmente in possesso con il ruolo di staffettista. Ce l’ho con chi ha già organizzato e vinto i giochi della successione secondo la peggior metodologia della Prima Repubblica, in assenza di democrazia e di quella trasparenza che dopo i fattacci del 2006 doveva essere al primo punto di un programma nuovo, coraggioso, pulito. Democrazia non vuol dire soltanto mettere a conoscenza delle proprie idee – nel caso esistano – i vari settori del calcio. Democrazia significa comunicare anche al popolo degli sportivi che si vuol fare dello sport italiano. S’è fatto sentire poco, il mormorante Abete , e di quel poco restano tracce inquietanti:abbiamo letto, ad esempio, che ha richiesto, ascoltato e certo accolto anche i buoni consigli di Franco Carraro, al quale ho fatto ponti d’oro nell’ora della fuga purché non fosse restaurato il suo potere. Non dico quindi a lui di farsi da parte ma a Giancarlo Abete di far sapere il succo della propria augurabile autonomia. Avevo un candidato, alla presidenza federale, e proprio qui l’ho scritto, qui l’ho invocato: Luca Pancalli.
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