Hanno firmato il contratto dei fannulloni

Maggio 30, 2007

GiornaleQuello che è stato concordato dal presidente del Consiglio con i segretari generali dei sindacati si può a ragione chiamare il contratto dei fannulloni. Naturalmente nessuno può sostenere che i tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici in Italia siano tutti mangiapane a ufo, e neppure che a questa categoria possa essere iscritta una maggioranza di loro. Però il contratto, nonostante i tanti avvertimenti dall’alto, cioè da esperti anche di sinistra come il professore Pietro Ichino, e dal basso, cioè dagli elettori e segnatamente da quelli del Settentrione, non fa nulla per differenziare i fannulloni dagli operosi e quindi, obiettivamente, favorisce i primi. Qualcuno obietterà che non è il contratto lo strumento adatto a operare questa selezione, che spetta ai dirigenti della funzione pubblica e che deve essere realizzata direttamente dall’amministrazione, indipendentemente da una relazione negoziale con le rappresentanze sindacali. Si tratta di un’obiezione che sarebbe fondata se non esistesse un sistema di relazioni interne alla pubblica amministrazione di tipo rigorosamente consociativo, in base al quale non si muove foglia senza il bollo di accettazione delle sigle sindacali. D’altra parte che il carico di lavoro degli statali non sia massacrante lo sanno tutti: guardando al monte ore complessivo – che va calcolato su 19 giorni mensili – si scopre che lavorano per 9,5 mesi all’anno. Di conseguenza , tra ferie e assenze, godono di 2,5 mesi di vacanza. Per questo la sede della stipula del contratto quadro nazionale, che poi sarà tradotto in una serie di intese specifiche settore per settore, è quella nella quale si può decidere o meno di introdurre modifiche normative e correlazioni tra retribuzioni ed efficienza, e si è deciso di non farlo. Le ragioni e le responsabilità si possono dividere equamente in due tra la cieca arroganza delle confederazioni e la pavida impotenza dell’esecutivo. I sindacati avevano dichiarato inaccettabile e definito provocatoria persino la richiesta del ministro competente di istituire criteri centralizzati di valutazione della produttività, senza i quali, naturalmente, è poi facile accusare di discrezionalità ogni eventuale intervento volto a garantirla. D’altra parte, dopo che Prodi ha affermato che non avrebbe potuto sopportare, per ragioni politiche, una protesta generale delle confederazioni, a queste è risultato facile dichiarare con prepotenza “non negoziabile” l’onerosissima piattaforma presentata. Così di efficienza della pubblica amministrazione si continuerà a parlare solo in inutili e a questo punto patetici convegni, i costi continueranno a pesare sulle tasche dei cittadini e, persino i lavoratori volonterosi passeranno per fessi. Davvero un bel capolavoro!

di Sergio Soave


Rottamazione dei docenti. Primo e secondo atto

Maggio 30, 2007

L’università degli orroriBari incentiva i docenti anziani per recuperare 11 milioni di euro

Dopo scandali su concorsi truccati, promozioni in famiglia e baronie varie, l’Università di Bari rischia di svoltare per davvero. In senso positivo. Dopo gli sprechi degli anni passati non ripianati dal ministero, il taglio delle spese previsto dal decreto Visco-Bersani, l’avversione del ministro Fabio Mussi che pretende razionalizzazione e pulizia il bilancio dell’Università barese piange. E così il nuovo rettore, Corrado Petrocelli, punta alla trasparenza e a recuperare fondi. Impresa non facile, visto che quest’anno dovrà ripianare un deficit di oltre 11 milioni di euro. La commissione bilancio dell’ateneo ha preparato un’interessante relazione con un dettagliato piano di tagli e razionalizzazioni, che il consiglio di amministrazione, salvo sorprese dell’ultima ora, approverà per permettere l’immediata operatività. Un piano imponente nel quale spiccano delle importanti innovazioni per l’ateneo e per un’università del Mezzogiorno. La prima è il pensionamento dei professori che hanno superato i 65 anni di servizio o i 40 anni di lavoro. Non si tratta di un pensionamento forzato, ma quello che viene considerato una sorta di pre-pensionamento, sarà incentivato al massimo pur di convincere almeno una trentina di docenti più anziani e costosi a lasciare la cattedra. Pazienza se nella rete finiranno anche due dei più famosi professori dell’ateneo barese, lo storico Luciano Canfora e il sociologo Franco Cassano. Con l’uscita dei docenti più longevi, l’università risparmierebbe circa 4,5 milioni di euro e otterrebbe un drastico calo dell’eta media dei docenti (e relativi stipendi). Il resto degli 11 milioni mancanti dovrebbe arrivare dalla vendita di alcuni immobili poco utilizzati e da una doppia riorganizzazione. Da una parte verranno accorpate in poche sedi le circa cento biblioteche disseminate tra facoltà e istituti. Dall’altra verranno finalmente riuniti i corsi con la soppressione di quelli frequentati da pochi studenti. Un tentativo di invertire la tendenza alla loro proliferazione, denunciata dal ministro dell’Università Mussi.

di Antonio Calitri

ll’Alma Mater le vecchie glorie vogliono restare in cattedra

Affossate da tagli in Finanziaria per 120 milioni di euro, stritolate da logiche baronali che a oggi hanno prodotto la classe docente più anziana d’Europa e un numero record di precari: le università italiane sembrano ormai squadre di calcio in fallimento. Società costrette a ripartire da zero, che per sopravvivere devono cedere i loro campioni. Sta accadendo all’ateneo di Bologna, culla storica delle intelligenze italiane. A giorni il prorettore Luigi Busetto convocherà i 450 professori over-65 che insegnano all’Alma Mater, gli spiegherà le difficoltà in cui naviga l’ateneo, e poi li inviterà ad andare in pensione con un incentivo. Tanti saluti e grazie per il lavoro svolto, in cattedra c’è bisogno di gente più giovane, low-cost e flessibile. Loro, dinosauri del sapere che da 40 anni accumulano saggi, gloria e contributi, costano troppo. Bologna non può più permetterseli, ma molti di loro non hanno intenzione di lasciare la mano. «L’età non c’entra, quello che conta è l’efficienza», ci spiega il professor Vincenzo Balzani. Classe 1936, docente di chimica all’Alma Mater da oltre quarant’anni, svolge a tutt’oggi un’attività febbrile. «Io la rottamazione la farei in un altro modo: manderei via solo chi si annoia», commenta serafico. «Per chi non ha voglia di lavorare, l’incentivo alla pensione è una manna – aggiunge – io mi diverto di più ad insegnare ». Non è il solo, perché il fronte dei vecchietti dell’ateneo felsineo è folto e agguerrito. «Al mio lavoro sono troppo affezionato», precisa il professore di diritto Augusto Barbera, mentre non ci gira intorno il sociologo Marzio Barbagli: «Non vado in pensione prima del previsto». Ma le vecchie glorie non sono insensibili ai giovani. «Un ricambio è necessario», ci dice il professor Lanfranco Masotti, storico fondatore del corso di laurea in Biotecnologie . «A Farmacia usiamo già da tempo gli incentivi. Chi vuole può lasciare prima dei sessanta e una parte del suo budget è dato ai ricercatori ». Un modo di guardare al futuro, che con i crudi numeri dei bilanci annuali, non ha nulla a che spartire.

di Francesco Lo Dico


Come dare una spallata (dopo le elezioni) in 2 mosse

Maggio 29, 2007

GiornaleSe proprio Silvio Berlusconi ci tiene a dare una spallata dopo le elezioni amministrative, lo faccia immediatamente con due iniziative politiche. La prima con una forte mobilitazione dell’opinione pubblica: bisogna riaprire il Senato. La melina della maggioranza, consapevole dei rischi che corre ogni volta che si vota a palazzo Madama, ha superato i limiti di una fisiologica tecnica parlamentare e si sta trasformando in un vero esproprio del gioco democratico. Domani si riunisce l’ufficio di presidenza con i capigruppo del Senato (ma ha ancora un senso partecipare a questi incontri?) e, statene certi, il governo se la prenderà molto comoda sulle sedute che pure dovrebbero essere dedicate a temi importanti, come i disegni sulle unioni civili e sulla riforma dei servizi di sicurezza. A un anno dal giorno dell’insediamento del governo Prodi, si è scoperto che il Senato ha lavorato più di cento ore in meno rispetto alla precedente legislatura e non certo per la cattiva volontà dei componenti dell’assemblea. Ma non basta. Di leggi ,praticamente, non se ne sono viste a palazzo Madama, e fino a prova contraria il nostro è ancora un bicameralismo pieno. Così, invece, è truccato. Se la maggioranza fa il suo lavoro di melina, è venuto il momento per l’opposizione di tirare fuori gli artigli. E di scendere anche in piazza, per spiegare agli italiani che non si può governare il Paese con il trucco della chiusura di una delle due Camere. La seconda iniziativa è interna al centrodestra. Il voto alle amministrative è andato bene (si perde, o non si vince, dove la coalizione è spaccata), ed è impressionante l’onda elettorale che monta nelle regioni del Nord. Molto di più di una questione settentrionale: è un pezzo dell’Italia, il cuore della locomotiva economica, che ha ormai voltato le spalle all’Unione e a una maggioranza che predica la riduzione delle tasse e poi stanga i contribuenti, che annuncia riduzioni di imposta con la finanziaria e poi si riprende i soldi con gli interessi attraverso l’aumento dei prelievi degli enti locali. A questo punto il tempo stringe. E prima di impiccarsi a una formula per ricostruire l’alleanza di centrodestra, è opportuno sedersi attorno a un tavolo per discutere, punto per punto, una possibile agenda di lavoro. Sarebbe questa, e non il messianico annuncio di un terremoto elettorale, la vera spallata da dare al governo. Siamo sicuri, infatti, che partendo dai contenuti, da un possibile programma di coalizione, sarà più facile anche trovare la rotta giusta per dare una nuova architettura al campo dei moderati. E la prima mossa, per aprire il tavolo, tocca a chi, sulla base dei rapporti di forza, è ancora il leader dell’opposizione, cioè a Silvio Berlusconi. Faccia un passo, forte e chiaro: lo aspettano innanzitutto gli elettori.


Il naufragio discreto dell’università europea

Maggio 29, 2007

L’università degli orroriOrmai da tempo i discorsi intorno all’Università hanno il loro saldo protocollo. Il gioco delle parti prevede un mondo della politica che ne reclama a gran voce l’aspetto professionale (il rendimento funzionale e l’adattamento alle richieste del mondo del lavoro), mentre da parte loro i rappresentati della casta universitaria ne difendono l’indipendenza intellettuale, richiamandosi ad un’autonomia quasi spirituale, per così dire, prima che legislativa. In mezzo a questo dialogo tra sordi, il naufragio “discreto” dell’Università di massa. Discreto perché pur se sotto gli occhi di tutti riesce a non imporsi in tutta la sua gravità come una vera emergenza morale. «Un numero sempre crescente di liceali e studenti universitari è incapace di articolare in una lingua comprensibile un pensiero coerente su un soggetto semplice. Questo è un problema enorme in una società dove la dimensione intellettuale delle professioni è decisamente più importante rispetto a cento anni fa». Conforta (o deprime ulteriormente) constatare che guardando fuori dai nostri confini le cose non stanno diversamente, visto che a parlare è Pierre Jourde – scrittore e docente di Letteratura all’Università di Stendahl-Grenoble III – che su questa “distruzione organizzata del sapere” ha incentrato (e curato) l’opera collettiva, Université: La Grande Illusion, da poco pubblicata in Francia. Seppur dedicata al contesto transalpino, l’analisi evidentemente riguarda innanzitutto il posto e il ruolo che l’Università occupa nelle nostra società, perché senza sapere a cosa essa è destinata e quali debbano oggi essere i suoi compiti, nessuna riforma etica o pragmatica può cogliere nel segno. Leggi il seguito di questo post »


«Università, siamo fermi alla legge del 1933»

Maggio 29, 2007

L’università degli orroriInseriamo sul sito la lettera pubblicata sul nostro giornale di sabato a firma del professore Antonino Liberatore Segretario nazionale Unione sindacale professori universitari di ruolo

Gentile Direttore, l’Università – settore strategico su cui l’Indipendente interviene con regolarità – ha cominciato a prendere il carattere di una istituzione di massa nella seconda metà degli anni Sessanta. Eppure allo smisurato e costante accrescimento della popolazione studentesca, non ha ancora fatto seguito il necessario cambiamento della legislazione che regolava tutto il sistema universitario. Uno sviluppo coordinato ed armonico del sistema avrebbe infatti richiesto l’approvazione di una rigorosa legge quadro con la necessaria previsione di un finanziamento pluriennale per la sua realizzazione. Legge che non c’è mai stata. Per questo l’Unione sindacale dei professori universitari (Uspur) continua a segnalare che le leggi tampone non servono, che l’università non può essere regolamentata solo con normative approvate a macchia di leopardo. L’unica legge organica per la nostra università risale al 1933, quando il numero degli studenti universitari era insignificante rispetto a quello della popolazione e la consistenza dei laboratori, delle biblioteche e dell’edilizia universitaria non poneva nessun problema per il relativo finanziamento. Di volta in volta, e sempre per rispondere ad esigenze pressanti, sono stati approvati provvedimenti parziali e non risolutivi. Dalla stabilizzazione degli incarichi di insegnamento nel 1973, passando per l’istituzione del Ministero dell’Università nel 1989, fino ai nostri giorni si è continuato a intervenire in modo episodico sul mondo accademico. Del resto nemmeno il ministro dell’Università Fabio Mussi, in carica già da un anno, sembra intenzionato a proporre per l’Università una legge quadro formale ordinaria. Tanto che la sua attività ha finora riguardato solo provvedimenti correttivi di decreti della precedente legislatura. Al momento il ministro Mussi sta lavorando alla bozza di regolamento sulle modalità di svolgimento dei concorsi per ricercatore universitario, a modifica di norme introdotte nel 1998. Riforma di cui L’Uspur evidenzia soprattutto le complicazioni relative all’introduzione di norme in base alle quali il giudizio finale sulla qualità scientifica dei candidati viene espresso anche da professori che possono non appartenere al medesimo settore o macro settore disciplinare. Un intervento dunque non solo parziale ma anche discutibile. Detto questo – e considerando che i precari di enti di ricerca e università sono ormai oltre 70mila – resta la necessità non più rinviabile di una legge quadro complessiva. non servono provvedimenti straordinari ma occorrono norme durature e trasparenti. Per questo un confronto, serio e risolutivo, tra il governo e l’università non è più rinviabile, tenuto anche conto del fatto che i problemi in campo – l’autonomia universitaria, la crescita del numero delle sedi, gli ordinamenti didattici, le sinergie tra università e mondo industriale, il numero e la qualità dei laureati da mettere in relazione con le possibilità occupazionali – sono tutti interconnessi. Risolverne solo alcuni, in mancanza di una visione di soluzione generale, significherebbe continuare a trattare l’università nella maniera sbagliata. E l’Italia, che le università le ha inventate (Bologna, Padova e Pavia sono le più antiche del mondo) seguiterebbe ad essere la Cenerentola della ricerca in Europa.

Professore Antonino Liberatore Segretario nazionale Unione sindacale professori universitari di ruolo


Lo sport in Italia tra piccole felicità e grandi amarezze

Maggio 28, 2007

Italo CucciGattuso, Nesta, Oddo, Pirlo, Gilardino, Inzaghi, Inzaghi, Inzaghi, Inzaghi…Uscivano dallo Stadio Olimpico d’Atene – i ragazzi del Milan – coi fuochi della notte e ridevano, piangevano, o mostravano la grinta dei forti proprio come Baldini dopo quell’eroica Maratona vinta nell’ultima stagione olimpica e offerta agli occhi di miliardi di ammirati cittadini del mondo. Uscivano tenendo per le grandi orecchie la Coppa dei Campioni d’Europa e all’improvviso ecco un dejavu: Gattuso, Nesta, Oddo, Pirlo, Gilardino, Inzaghi e poi Buffon, Zaccardo, De Rossi, Grosso, Cannavaro, Barzagli, Del Piero, Toni, Totti, Peruzzi, Amelia, Iaquinta, Camoranesi, Barone, Zambrotta, Perrotta, Materazzi, tutti insieme a cantare ballare gridare piangere e ridere passandosi la Coppa del Mondo la notte del 9 luglio allo Stadio Olimpico di Berlino. Da una parte Carlo Ancelotti tuttotondo dalla trippetta al facciotto lambruscato esplodeva dagli occhi una gioia serena da lavoratore appagato che non tenterà mai l’approccio al Mago o al Divo; dall’altra Marcello Lippi versione vendicatore dell’onore nazionale, gioia luciferina e anche qualche lacrima per le mamme d’Italia che all’azzurro si sciolgono come alle canzoni di Gianni Morandi (volevo dire Beniamino Gigli, ugola olimpica, ma la sua voce divina appartiene alle nonne). Con due botte d’entusiasmo vi rammento che fra queste due parentesi il calcio italiano ha scritto la pagina più scandalosa della sua storia, ha vissuto una vergogna senza pari anche se so che c’è pronto qualcuno a dire no, non è successo niente, oppure no, tutto deve ancora succedere. Quando si dice che il calcio è metafora della vita (pensiero stupendo attribuito a Sartre o a Camus, visto che del pallone i francesi hanno inventato tutto – Coppa del Mondo Rimet, Coppa d’Europa Delaunay, Coppa dei Campioni, Pallone d’Oro – e vinto poco) si pensa alle vicende del Bel Paese, ovvero alle alternanze di vittorie e sconfitte, di scandali e conquiste, di vita agra e dolce: ma dov’è la vittoria se non nello sport, nel calcio ancor dippiù visto che le emozioni pallonare muovono moltitudini di teneri invasati? Che cosa vinciamo, altrove? Luna Rossa? Come dire che l’Italia veste Prada e invece ha le pezze al culo. Il made in Italy? Lanciato da Spagna ‘82 sta spegnendosi nei laboratori rumeni, cinesi, tailandesi e nel cattivo gusto degli stilisti da reality show? Ecco che uno dei lettori mi chiede: scusi, ma lei crede ancora a certe puttanate? Vuol sapere una cosa, caro lettore? Quando finì la guerra fra le macerie resistevano muri sbreccati imbrattati da scritte che dicevano «Vincere»; e io chiedevo a mio padre, modesto fascista che viveva sereno senza aspettare vittorie perché ne aveva già vissuta una, nel 18, finta anche quella: «Cosa abbiamo vinto, papà?». M’avrebbe dato uno scapaccione, ma era buono, gentile e mi rasserenava spesso raccontandomi favole, e così fece allora, dopo avere faticosamente cercato una risposta decente guardando quelle rovine intorno che rappresentavano la fine dei nostri sogni: «Abbiamo vinto i Mondiali del ‘34 e del ‘38». Avrei voluto sapere cosa fossero, quei Mondiali, forse altre guerre, quindi l’Italia era anche capace di vincerle, le guerre, ma lui non aveva niente da dirmi perché non gliene fregava niente del calcio. Forse per questo, forse per darmi le risposte che non avevo avuto, ho visto e vissuto e raccontato e racconto ancora tanto sport. La gente d’oggi sente ripetere tante storie, anzi, le vede sotto forma di fiction, ma non si rende conto – ad esempio – che quando morì il Grande Torino non morì una squadra di pochi ma una speranza di tutti. E quando nel ‘48 vinceva Bartali vinceva l’Italia dei poveracci. Volete altri mille esempi? Ma no: sono sicuro che,giovani o vecchi,tutti hanno negli occhi un traguardo conquistato, una medaglia d’oro mostrata con orgoglio, una Coppa levata al cielo, e nella memoria un Coppi, un Bartali, un Gimondi, un Pantani, uno Zeno Colò, un Tomba, un Mennea, un Nuvolari, un Ferrari, un Agostini, un Valentinorossi. E tanti pedatori illustri e meschini che, fusi nella Squadra , fanno la nostra ultima piccola felicità dopo le amarezze di Calciopoli.


Se la Storia ha le tette

Maggio 28, 2007

tubo_lil.jpgSensazione strana. A volte ci si sente decrepiti. A Cannes è stato proiettato il film nel quale Asia Argento è seminuda,a quattro zampe e bacia un rotweiller. Il mischiare lingua e linguaggio umani con quelli canini è l’ultima frontiera dello scandalo. E sfiducia nei simili . Nel contempo il bravo scrittore Fulvio Abate suggerisce a Bertolucci di girare “Novecento atto III” imperniato su Ilona Staller- Cicciolina, “l’ultima Monna Lisa disponibile”. Sciascia volle sulla sua tomba questa frase: ”Ci ricorderemo di questo pianeta”. Ebbene, di questi decenni dolorosamente afasici ci ricorderderemo solo le tette? Un bel simbolo, certo. Ma di che cosa? (P.M)


Ma Mussi che cosa pensa di questi rettori?

Maggio 25, 2007

L’università degli orrori Questo giornale ha deciso da tempo di dedicare molto spazio a quella che definiamo sul nostro blog  “l’università degli orrori”. Perché di orrori si tratta laddove sono in gioco da un lato interessi generali – la qualità della formazione è uno dei primi punti dell’agenda europea – e dall’altro la difesa corporativa di caste professionali che considerano gli atenei roba loro. Abbiamo scoperto, per esempio, che i rettori si sono specializzati nell’arte della sopravvivenza. Con il trucco delle riforme degli statuti moltiplicano i loro mandati (potete immaginare quale sia la merce di scambio al corpo elettorale dei docenti: volano soldi e incarichi), scardinando così il principio del ricambio al vertice di un’istituzione, cioè la garanzia fondamentale della sua neutralità e della sua efficienza. La procedura è perfettamente bipartisan. La coltivano i rettori di sinistra, gli stessi che poi si esercitano nelle prediche contro il malcostume della vita pubblica, e quelli di destra, più silenziosi ma altrettanto efficaci nella loro autotutela. Succede così che a Cagliari c’è lo stesso rettore da sedici anni, e da Brescia a Perugia, da Roma a Trento, da Firenze a Bologna, i magnifici sono tutti in corsa per cambiare le regole del gioco. E restare ai loro posti. Abbiamo denunciato, e continueremo a farlo, casi evidenti di conflitti d’interessi, in quella zona grigia tra la politica e l’università, molto ben rappresentata, ai massimi livelli, in tutti i gruppi parlamentari e nel governo: il ministro dell’Università, per esempio, è per consuetudine, quasi per diritto naturale, un rettore. L’ultimo caso arriva dalla Sicilia, dove un ateneo locale, tra l’altro non riconosciuto dalla Crui, ha strappato un generoso finanziamento di 300.000 euro mentre mancano soldi dappertutto. E chi ha pilotato la pratica nei corridoi e nelle aule di Montecitorio? Lo stesso deputato, diessino, che ha fondato l’università di Enna e fa parte della commissione Bilancio che istruisce la finanziaria. Abbiamo raccontato i casi di 300 facoltà con meno di 15 studenti (37 ne hanno solo uno), ma con i relativi presidi; master costosi e inutili; atenei con gli elenchi degli iscritti gonfiati per non retrocedere nella classifica dei finanziamenti. A questo punto ci sono venute in testa alcune domande: ma il ministro Fabio Mussi che cosa ne pensa di questi rettori? Tace per solidarietà accademica o per imbarazzo? Pensa di potere intervenire? Da giorni si parla giustamente dei costi impropri della politica, dei privilegi che scorrono come un fiume tra il Parlamento e i partiti. Ma se spostiamo lo sguardo e osserviamo la nostra classe dirigente attraverso il filtro del corpo accademico, allora è chiaro che le caste della politica altro non sono che la proiezione delle tribù della società civile. A partire da quelle universitarie.


Messina, lo zar umilia i precari

Maggio 25, 2007

L’università degli orroriAll’Università di Messina, il professore Franco Tomasello ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo. Preside della facoltà di Medicina dal 1993, rettore dal 2004, sposato con la dirigente della stessa università messinese Melitta Grasso, il neurochirurgo ha saputo crearsi un ruolo di spicco nello Stretto, soprattutto grazie a una gestione oculata delle assunzioni. Ma dopo aver superato indenne i tempi in cui la Commissione antimafia vagava per i dipartimenti, l’ateneo messinese – a quel tempo ribattezzato “verminaio” – è di nuovo nella bufera. Tutto inizia quando l’ex rettore Gaetano Silvestri concede il rinnovo del contratto a una larga fetta di precari a tempo determinato. Il Magnifico zar Tomasello gli assicura di onorare l’impegno, ma nei fatti eroga solo una modesta parte delle mensilità di servizio. I precari protestano (come si può leggere qui), ma Tomasello lamenta i limiti di spesa fissati dalle leggi finanziarie del governo. Accade però che una cospicua fetta dei fondi destinati ai precari a tempo determinato, viene devoluta dal rettore a una serie di contratti di collaborazione continuativa. Nomi che con i precari dell’ateneo non hanno nulla a che vedere. Il rettore gli preferisce i dipendenti della Unilav, una società costituita nel novembre 2001 dalla stessa Università di Messina e altre due cooperative, che è subentrata al Cus nella gestione degli impianti sportivi dell’ateneo. Difatti la Unilav è preziosa per l’Università di Messina: l’associazione vanta una convenzione con la Regione, e nel momento in cui scade, il professore Tomasello spinge per il rinnovo. Le sollecitazioni del rettore vanno a buon fine, e man mano che si avvicina la scadenza del primo mandato, fissata per febbraio 2007, il rettore Tomasello mette in atto una spettacolare fuoco di fila di assunzioni. Per avere un secondo mandato servono rinforzi, e lo zar non si fa mancare sostegno. Il numero di ingaggi legati all’Unilav, schizza velocemente da 238 unità alle attuali 400. Entrano in qualità di soci lavoratori decine di persone imparentate a vario titolo con dipendenti, professori e sindacalisti legati all’Università. Assunzioni dirette e nominative, senza l’adozione di alcuna pubblica selezione, che sotto l’attenta regia della moglie dirigente, regalano al professore Tomasello numeri da plebiscito. Il primo marzo del 2007 Franco Tomasello viene eletto rettore per la seconda volta. Ai precari restano le briciole.

di Antonino Ulizzi


Microsoft batte i contribuenti italiani 7 a 1

Maggio 24, 2007

L’università degli orroriGli aiuti di Stato finanziano Bill Gates. Il verdetto arriva in seguito a uno studio condotto da tre ricercatori dell’Assoli, associazione italiana del software libero. Paolo Didonè, Daniele Ricci a Antonio Russo (già autore della migrazione verso l’open source della provincia di Bolzano) hanno consultato i dati pubblici della Microsoft Research, e hanno concluso che il Centro di sviluppo legato all’Università di Trento è un salasso a danno degli italiani. Il comunicato che l’Assoli ha diramato a Regioni ed Enti pubblici parla chiaro. I centri di ricerca sono finanziati dalle aziende tecnologiche solo in teoria. Perché in pratica, per ogni singolo euro investito dalla Microsoft nel progetto trentino, il contribuente italiano ne sfila dal portafoglio sette. In altre parole, mentre il colosso informatico di Redmond ha destinato al centro di ricerca 250mila euro, lo Stato ha dirottato su Microsoft Research 1 milione e 800mila euro. Non solo. L’azienda a stelle e strisce rimane proprietaria di una parte dei risultati prodotti dai ricercatori di Trento in virtù del brevetto Microsoft. Una licenza che con l’open source, utilizzato in tutte le università del mondo, non ha nulla a che vedere. «La Shared Source License – precisa il comunicato dell’Assoli – non garantisce le quattro libertà richieste per essere considerata una licenza di software libero. In particolare è vietato utilizzare il software per fini commerciali e non è possibile cercare di modificarlo o di decompilarlo». I soldi pubblici per la ricerca vengono cioè destinati a fini che non producono nessun vantaggio per la collettività, ma solo oneri che presto potrebbero quadruplicarsi. Non più tardi di due settimane fa, i ministri Luigi Nicolais e Fabio Mussi hanno siglato infatti con Microsoft Italia un accordo per la realizzazione di altri tre centri di ricerca in Piemonte, Toscana e Campania. Il colosso di Bill Gates investirà un milione di dollari, mentre il Governo si è limitato a dire che nel progetto «ci metterà altri soldi». Stando ai risultati della University of Trento, per la Microsoft Research si tratta di un vero affare. Per gli italiani un po’ meno.