I moderati che vorrei – Nono appuntamento – L’università

moderati università

è online il nono appuntamento con i moderati che vorrei. Potete scaricare il pdf a questo indirizzo.

Gran Bretagna: Cameron, tasse alte ma college aperti di Carlamaria Rumor a pagina 4

Germania: La Grosse Koalition premia l’élite del sapere di Alessandro Alviani a pagina 4

Francia: Ricetta Sarkozy: maggiore sinergia tra imprese e atenei di Luca Sebastiani a pagina 5

Finlandia: È nata a Helsinki la Silicon Valley dell’istruzione di Maurizio Stefanini a pagina 5

Nel 2000 il Consiglio Europeo di Lisbona fissò per l’Unione l’obiettivo di diventare, entro il 2010, «l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Nei successivi consigli europei (Barcellona 2002 e Bruxelles 2003) si è insistito sull’importanza degli investimenti in formazione, ricerca e innovazione per una maggiore competitività del Vecchio Continente nel contesto della mondializzazione. Il filo conduttore della strategia di rilancio europeo parte insomma dall’Università, e come venne stabilito allora, dovrebbe condurre tutti gli Stati membri ad investire il 3 per cento del Pil in ricerca e sviluppo. Il primo Paese a doversi adeguare in fretta a questi orientamenti è proprio l’Italia, dove gli investimenti sono a tuttora al di sotto della media europea. Tuttavia allo stato attuale siamo ancora lontani dalla creazione di un sistema universitario europeo – vale a dire di un modello unico fondato sul doppio livello di laurea, ampiamente contestato però in vari Paesi – un passaggio senza il quale gli obiettivi di Lisbona rischiano di restare nella vaghezza dei progetti per il futuro. Ma è soprattutto nella potenzialità della ricerca che restano ancora forti gli scarti tra le nostre università e quelle di altri Paesi come gli Stati Uniti o l’India. A fronte dei progetti avviati – come il Network Europeo dei Centri di Mobilità (ERA-MORE) creato allo scopo di favorire le informazioni sulle opportunità di ricerca in Europa e incrementare lo scambio e la circolazione dei ricercatori – le differenze con modelli di ricerca e sviluppo radicati nel tessuto produttivo restano sensibili e sembrano, a dire il vero, espressione di una differente mentalità che da noi coinvolge tutte le parti in gioco (università, finanziamenti, Stato e imprese). Si prenda il caso dei dottorati di ricerca, considerati come la chiave di volta del passaggio dalla formazione superiore alla ricerca. Se nei Paesi più avanzati il finanziamento delle borse di studio da parte delle imprese e delle industrie (e la definizione dei temi di ricerca nel quadro delle attività degli istituti finanziatori) è una prassi del tutto consolidata, nella prospettiva europea essa è ancora guardata come una soluzione che può ledere il disinteresse costitutivo dell’accademia. Come si può leggere nel testo del Programma nazionale per la ricerca 2005-2007: «Le domande pervenute al MIUR da parte delle imprese per ottenere un credito di imposta del 60 per centosono risultate nel 2001 pari a 91, in media poco più di una domanda per università. Il dato è sorprendente se si pensa che utilizzando questa agevolazione il costo mensile di un dottorando di ricerca, a carico dell’impresa, ammonta a poco più di 500 euro. In compenso la stessa impresa è disponibile a pagare somme rilevanti a imprese specializzate per reperire sul mercato le competenze di cui necessita e che potrebbe formare, ove le condizioni lo permettessero, in collaborazione con l’università. In questo modo il dottorato rischia di essere solo il primo passo di un lungo e snervante cammino che, nei suoi esiti più felici, si snoda nella sequenza assegno di ricerca, posto di ruolo da ricercatore, professore associato, professore ordinario. E si tratta di un percorso che di norma si svolge solo all’interno della stessa università in cui si comincia a lavorare, limitando così in partenza il confronto, la crescita e la capacità competitiva di uno studioso. È dunque la valorizzazione dei giovani talenti che distingue nettamente il sistema scientifico americano (e ormai anche quello di nuove realtà emergenti come la Cina) da quello europeo. L’aggravante italiana, per così dire, è poi rappresentata dalla ben nota gerontocrazia accademica in cui si riflette l’ulteriore “primato dei 45 anni”, età media dei nostri ricercatori. Persone che si formano, attendono un posto e invecchiano nello stesso edificio dove hanno cominciato a studiare da giovani. Non ci si può stupire allora se il tasso di abbandono universitario in Italia sia del 58 per cento, a fronte di una media del 38 per cento degli Stati aderenti all’OCSE. Insomma, a ridosso della scadenza che ci si è dati a Lisbona, c’è ancora molta strada da fare.

di Andrea Minuz

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