Italiani: calciatori di palloni e cacciatori di poltrone

Italo CucciC’era una volta la politica sportiva. E aveva una funzione importantissima: teneva sotto controllo il Palazzo dello Sport. Non dove si svolgono gli eventi agonistici ma dove si decidono i destini di un apparato che dal 1913 non ha avuto bisogno di essere gestito dal Governo attraverso ministeri e ha invece goduto di una autonomia praticamente cessata nemmeno un anno fa, quando è stato costituito il Ministero delle attività giovanili e sportive affidato a Giovanna Melandri. Oggi siamo ad un passo dall’elezione del nuovo presidente della Federcalcio squassata dagli scandali, demolita da un ventennio di conservazione e di asservimento ai potentati dei club più ricchi, e già si sa chi sarà eletto ma non si conosce il suo programma. Che trattandosi di Giancarlo Abete (intervista qui), già copresidente di Franco Carraro , non può che essere di pura restaurazione. Non ce l’ho con Abete, anche se trovo di scarso gusto affidare la Federazione a chi già ne era parzialmente in possesso con il ruolo di staffettista. Ce l’ho con chi ha già organizzato e vinto i giochi della successione secondo la peggior metodologia della Prima Repubblica, in assenza di democrazia e di quella trasparenza che dopo i fattacci del 2006 doveva essere al primo punto di un programma nuovo, coraggioso, pulito. Democrazia non vuol dire soltanto mettere a conoscenza delle proprie idee – nel caso esistano – i vari settori del calcio. Democrazia significa comunicare anche al popolo degli sportivi che si vuol fare dello sport italiano. S’è fatto sentire poco, il mormorante Abete , e di quel poco restano tracce inquietanti:abbiamo letto, ad esempio, che ha richiesto, ascoltato e certo accolto anche i buoni consigli di Franco Carraro, al quale ho fatto ponti d’oro nell’ora della fuga purché non fosse restaurato il suo potere. Non dico quindi a lui di farsi da parte ma a Giancarlo Abete di far sapere il succo della propria augurabile autonomia. Avevo un candidato, alla presidenza federale, e proprio qui l’ho scritto, qui l’ho invocato: Luca Pancalli.
Oggi dicono che non abbia lui accettato la candidatura ma ho motivo di credere che l’abbiano scoraggiato: il calcio ha paura di dittature “bianche” e prestigiose, e Luca è dirigente e persona di sicuro prestigio. Vorrei comunque fargli sapere, nell’ora della rinuncia, che i numerosi amici/nemici coi quali trascorre (amaramente) il suo tempo, stanno già facendo circolare una spiegazione alla sua mancata candidatura: «Il presidente federale non ha stipendio – raccontano maligni – e quindi ha preferito la responsabilità degli Europei del 2012, ben retribuita». È singolare come in questo caso si stia vendendo la pelle dell’orso (gli Europei potrebbero andare altrove, e me lo auguro, onde evitare lo sperpero di denaro pubblico verificatosi ai tempi del Mondiale Novanta), ma non è straordinario il fatto che Michel Platini, nuovo presidente dell’Uefa, stia oggi ridendo di noi che già stiamo occupando poltrone inesistenti. Siamo vincitori del Mondiale di calcio 2006, e lo dobbiamo a Marcello Lippi e alla sua banda. Ma la storia ci consegna, puntualmente, un trofeo speciale: quello di Grandi Cacciatori di Poltrone.

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One Response to Italiani: calciatori di palloni e cacciatori di poltrone

  1. […] Lo sport contro i tiranni, lo sport per la democrazia «È singolare come in questo caso si stia vendendo la pelle dell’orso (gli Europei potrebbero andare altrove, e me lo auguro, onde evitare lo sperpero di denaro pubblico verificatosi ai tempi del Mondiale Novanta), ma non è straordinario il fatto che Michel Platini, nuovo presidente dell’Uefa, stia oggi ridendo di noi che già stiamo occupando poltrone inesistenti. Siamo vincitori del Mondiale di calcio 2006, e lo dobbiamo a Marcello Lippi e alla sua banda. Ma la storia ci consegna, puntualmente, un trofeo speciale: quello di Grandi Cacciatori di Poltrone». (L’Indipendente – 25/3/2007) […]

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