Violenza negli stadi: quando Curcio spiegò la morte sugli spalti

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Antefatto. Qualche tempo fa, un preside di Agropoli è stato fatto a pezzi da un esercito di censori per avere invitato Luciano Moggi a parlare su “Etica e sport”, come se proprio il noto protagonista di “Calciopoli” non se ne intendesse, di etica e di sport. Almeno per quel che riguarda la capacità di piegare entrambi alla propria, ehm ehm, cultura. Ho notato, in quei giorni di rivolta nazionale, come fosse passata in second’ordine una vicenda locale di segno molto simile, sicuramente riferibile all’uso che si fa, nelle nostre scuole d’ogni ordine e grado, dei cosiddetti Cattivi Maestri: in Puglia, infatti, una università aveva invitato a tenere una lezione Renato Curcio, il riconosciuto capo delle Brigate Rosse negli anni di piombo.
Il fatto era stato contestato in loco, e basta, mentre imperversava il furore mediatico nazionale contro Moggi. Dove credete ch’io vada a parare? Volete che vi dica che se parla ai giovani un antico dannato è più scandaloso che far parlare Moggi? No, io credo che dovessero avere libertà di parola entrambi: l’intellettuale protagonista di vicende che hanno insanguinato l’Italia, per lunghi anni detenuto nelle patrie galere, e il mercante di calcio che, a tutt’oggi, ha ricevuto soltanto una condanna da un tribunale calcistico. E vi spiego perché.

Quasi un anno dopo la tragedia dello stadio Heysel ( nel maggio del 1985 trentanove tifosi italiani morirono schiacciati dalla folla e da un muro prima della partita Juventus- Liverpool) mi fu richiesta la pubblicazione di un articolo su quell’evento, una speciale riflessione sul tema dibattutissimo anche vent’anni fa, la violenza negli stadi (per un post sui nuovi tifosi andate qui e per uno sulle misure precauzionali prese dalla polizia inglese andate qui). Di speciale c’era la firma dell’autore, Renato Curcio, che dal carcere aveva offerto al Guerin Sportivo il frutto delle sue meditazioni. Accettai, curioso, di pubblicare il pezzo senza preventiva lettura né successiva censura.
Erano i patti, e pubblicai il lungo scritto – peraltro di ottima qualità – sotto il titolo “La guerra in trappola”; occhiello: “ Dietro il teppismo irrecuperabile”; sommario: “C’è un nesso inscindibile tra rito calcistico e violenza, spiega Renato Curcio che dal carcere in cui è recluso ci invia una lucida analisi deltriste fenomeno”.
Apriti cielo. Successe di tutto. Non dico di aver passato il momentaccio del preside di Agropoli ma le mie tegole in testa le ricevetti. Anche in redazione, dove l’idea di far scrivere Curcio non era piaciuta neanche a un paio di redattori che fino all’82 venivano a lavorare con Lotta continua in saccoccia e ben in vista.
Ebbi pochi dalla mia, in particolare il proprietario del giornale, Luciano Conti, un autodidatta di grande talento, il miglior editore ch’io abbia conosciuto, e Marco Nozza, il grande giornalista che sul Giorno aveva raccontato meglio di ogni altro, fin da piazza Fontana, i terribili anni Sessanta/Settanta: «Hai fatto una gran cosa», mi disse, «d’altra parte chi meglio di Curcio può parlare dei giovani e la violenza?».
«All’appuntamento con lo show dell’anno», esordiva Curcio «siè presentato Thanatos il Guastafeste. Kissinger, Agnelli & C. Hanno assistito al suo rumoroso ingresso nella curva Z (dove morirono i 39 tifosi;n.d.R.)…Comunque in poco più di un’ora l’incidente è stato normalizzato. La Juve ha vinto la Coppa. Thanatos rimosso. Una parte dei tifosi ha esultato. Un’altra ha digrignato i denti. Come sempre più spesso succede. Ed è “naturale”.
Il rito del calcio, infatti, nella crisi dei valori e del politico che corrode le antiche certezze, svolge per così dire un ruolo di supplenza e raccoglie i cocci della civiltà della morte cercando in qualche modo di tenerli insieme…».
Ed ecco – dopo un duro attacco ai media – una prima analisi dei comportamenti del “popolo delle curve: «…Non guasta ricordare che in Europa oltre venti milioni di disoccupati sono ufficialmente classificati ‘inutili’ e ‘inconvertibili’…Negli attuali rapporti di produzione della vita per questa massa non c’è alcun futuro…Gli inutili-inconvertibili sono oggetto di molte attenzioni. Quella degli ‘spacciatori di tifo’ non è ultima per importanza…Per quanto ‘accesi’ i tifosi non sono animali. E neppure psicopatici, mestatori politici o sub-normali…Sono masse culturalmente manipolate. Cristalli di massa sociale canalizzata, influenzata e spinta ad identificarsi con una “bandiera” e ad identificare, in un’altra, il suo generico nemico…». Dopo avere citato Freud (gli scritti sulla guerra e l’istinto di morte) e Lorenz (l’aggressività come impulso distruttivo incontenibile) per spiegare in qualche modo l’attitudine dei tifosi, soprattutto giovani, alla violenza, e avere disegnato un percorso di im-possibile recupero ( purtroppo «il fenomeno ultrà è l’ultimo fenomeno di aggregazione giovanile rimasto») la conclusione amarissima : «Le guerre negli stadi sono guerre di corpi in trappola che finiscono per perfezionare la trappola…Metafore spietate della guerra in quest’epoca metropolitana». Il quadro ERA perfetto. Vorrei chiedere, oggi, a Renato Curcio, che se ne intende, di analizzare e, se possibile, spiegare la Nuova Guerra dei tifosi-di-buona-famiglia contro i proletari delle forze dell’ordine. In trappola.

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