La tenebra azzurra di Arpino

Era nato nel ’27. E’ morto nell’87. Sessant’anni divorati dalle sigarette. Giovanni Arpino ci manca da vent’anni e hanno pensato di ricordarlo con Azzurro tenebra, romanzo “sportivo” del ’77 dedicato alla penosa esperienza della Nazionale di Valcareggi, di Riva e Chinaglia, di Rivera e Mazzola che detti così sembrano coppie di gemelli e invece erano calcisticamente divorziati l’uno dall’altro. E per questo finì male, quella spedizione: fummo cacciati da Stoccarda in una mezza sera di giugno ad opera di una Polonia comunisticamente scalcinata e tuttavia abbastanza orgogliosa da rifiutare l’offerta italiana di versarle un mucchietto di milioni perché non vincesse. Volevamo soltanto non perdere, bastava per andare avanti, ma non ci riuscimmo, nonostante – da leggere d’un fiato – Zoff, Spinosi, Facchetti, Benetti, Morini, Burgnich, Wilson, Causio, Capello, Chinaglia, Boninsegna, Mazzola, Anastasi, i famigerati tredici “milionari” sospinti inutilmente contro la soldataglia di Kasymir Gorsky. La resa fu firmata da un gol di Capello (Fabio segna soltanto per la storia, illustre o meschina, come il 14 novembre dell’anno prima, quando a Wembley aveva sconfitto per la prima volta la perfida Inghilterra a casa sua) dopo le segnature di Szarmach il Secco e Deyna il Moro. Alle 17.45 del 23 giugno gli “italiani di cermania” si raccolsero incazzati sotto la tribuna stampa per insultare l’Italia sconfitta e noi che ne narravamo le imprese. Noi. Ricordo che scelsero Brera, il giornalista famoso, come capro espiatorio, e Giovanni continuò imperturbabile a picchiare sui tasti dell’Olivetti mentre lo insultavano: tutto quel chiasso non degnò di un guardo, strinse solo più forte la pipa fra i denti. Era il suo popolo – il nostro popolo – che ci mandava affanculo. Regolare. Fu allora, mentre si tornava in pullman nei ritiri di Sindelfingen (cantavo ogni mattina, scrutando l’autostrada boscosa, “Sindelfingen tu sei la mia patria” ormai abbrutito da stinchi di maiale e gargarismi al malteser) che l’altro Giovanni – Arpino – decise di scrivere il suo libro sulla disfatta degli uomini, non dei calciatori, di un’idea, non di una squadra. Suo interlocutore – non ancora celebrato conducator azzurro di Argentina e Spagna – Bearzot detto “il Vecio”, e le tante figurine e figuracce che si muovevano sul palcoscenico di Ludwisburg, il sontuoso ritiro azzurro affittato da Italo “Miliardo” Allodi che ho avuto amico e non ho mai giudicato. Detestava i giornalisti sportivi, Arp (così si nominò nel romanzo) dividendoli in Jene e Belle Gioie. E anche i lettori non gli stavano molto a cuore, se è vero che al Vecio che gli chiedeva «Già scritto l’articolo per domani?», rispondeva «Il solito paraponzi da prima pagina. Tre battute ironiche per gli intenditori, due capoversi per il tifoso baluba, l’eterno dubbio tecnico cotto nel rosmarino del centrocampo. Servire bollente e gratinato in una colonna e mezza di piombo». Feroce autocritica? Tutto vero. Le biografie raccontano di un Giovanni Arpino famoso e competente giornalista sportivo, gli agiografi precisano che con Azzurro tenebra che «spezzò il monopolio dei libri di Gianni Brera» ed è per questo che a vent’anni dalla morte hanno deciso di ripubblicarlo. Pensate che occasione persa per riportare piuttosto alla vita romanzi come La suora giovane, Un delitto d’onore, Una nuvola d’ira, L’ombra delle colline, Un’anima persa, Il buio e il miele. «Arpino è il mio Nobel personale», scriveva Brera quando ancora si amavano (?). E io, nel mio piccolo, i libri di Arp li ho letti tutti, a partire dal primissimo, Sei stato felice, Giovanni, che pareva il bilancio di una vita e n e era invece l’incipit felicissimo: era il ’52, aveva venticinque anni. Che stile. «Erano lì, all’angolo. Olga me l’aveva detto. “Ci sono tutti e tre. Fa’ attenzione. Sono senza giacca ma fa’ attenzione”. Era importante che non avessero la giacca, nelle tasche dei calzoni si porta raramente il coltello, mai quando lo credi necessario. Già due volte erano venuti a cercarmi, da quella sera…Sdraiato sul letto li avevo sentiti scendere le scale bestemmiando sottovoce…». Ah, Giovanni, quante volte ho pensato che mescolarti con le Jene e le Belle Gioie – e anche con gli scribacchini come me – avrebbe spuntato la tua penna. Molti scrittori si esibivano nel calcio per soldi e il Conte Rognoni lo aveva “acquistato” per le pagine del Guerin Sportivo prima che se lo contendessero a suon di milioni La Stampa e Il Giornale di Montanelli. Quando, proprio in quel triste ’74, Il buio e il miele diventò un film di successo firmato da Dino Risi e interpretato da Vittorio Gassman (Profumo di donna) gli dissi scherzando ma non troppo: «Adesso fai un sacco di soldi, Giovanni», e per poco non m’investì di contumelie: «Li farà l’editore, semmai. Di diritti mi tocca un niente, per poco neanche me lo dicono, che ci facevano un film». Peccato. Lo avrei voluto vedere libero con le sue trame da grande romanziere, lontano dalla tribuna stampa, da un linguaggio che pian piano veniva influenzato dalle banalità dei mestieranti. Un giorno – eravamo in Spagna al seguito del Cagliari, autunno del ’70, per tenere a battesimo i sardi in Coppa dei Campioni contro l’Atletico di Madrid – decidemmo di trscorrere la vigilia a Toledo. Fu lui a portarmi nella casa di Domenikos Theotokopulos, El Greco, e davanti a ogni quadro un racconto, e le sue grandi mani che ridisegnavano figure magrissime, tormentate, colorate di morte. Dopo, un piatto di jamon serrano sotto una pergola, e non potei non dirgli «ma perché uno scrittore come te si spreca in mezzo a noi?», e lui mi piantò in asso e mi tolse il saluto per anni. Finché una volta, a Dresda – eravamo sempre in Coppacampioni, con la sua Juve – in una notte piena di fantasmi nella città dei morti, mentre si passeggiava in silenzio mi accorsi che per terra c’era un uccellino incapace di volare: lo raccolsi. «Dammelo”, disse Arp, e se lo pose nel cavo della mano e lo riscaldò con l’alito, poi lo lanciò con un largo movimento del braccio e l’uccellino sparì volando. Fu quello, per sempre, il mio Giovanni Arpino. Dopo – quando fui forzato testimone delle sue amare diatribe con Brera e del disagio fisico e sprituale che lo colse – capii che si era consumato un momento felice della nostra vita.

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8 Responses to La tenebra azzurra di Arpino

  1. Alberto ha detto:

    Di Arpino sono rimasti anche pezzi memorabili su uno sport semisconosciuto, praticato nel basso Piemonte e nella Liguria occidentale interna, il pallone elastico.

  2. Lorenzo Grossini ha detto:

    Mi sono sempre chiesto come mai la palla pugno sia sempre stata relegata a quella sola zona geografica. Per esempio, di sferisteri a Novara non ce ne sono…

  3. Alberto ha detto:

    Ci siamo arenati?

  4. […] post by Italo Cucci Articoli CollegatiGeppo e gli ultr […]

  5. Achille Kalamaras ha detto:

    gentile direttore,
    ho letto il suo articolo “Violenza negli stadi: quando Curcio spiegò la morte sugli spalti” e vorrei chiederLe se è possibile reperire l’articolo integrale di Curcio da Lei citato. Vivo in Grecia e mi è impossibile di rivolgermi ad una biblioteca o all’archivio di Guerin di cui sono antico lettore.
    La ringrazio in anticipo per il suo aiuto.
    Distinti saluti,
    Achille Kalamaras

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