Lo Stato sconfitto dalle bande ultrà

novembre 13, 2007

Caserme di polizia e carabineri cinte d’assedio a Roma, la sede Rai di corso Sempione a Milano circondata da centinaia di persone in assetto di guerra, decine di giornalisti e cineoperatori picchiati e minacciati, cortei non autorizzati, danni ingenti al patrimonio pubblico e privato in tutto il Paese. Che cosa è accaduto domenica scorsa in Italia? La risposta, al netto di ogni interpretazione sociologica e analisi politica, è purtroppo molto semplice: è accaduto che il contropotere ultras ha strappato allo Stato il monopolio della violenza, ha dettato le sue condizioni, ha imposto nelle strade e nelle piazze italiane la sua legge. Che dovevano fare, si obietterà, il ministero degli Interni e le forze dell’ordine? Ancora una risposta semplice: quello che sono chiamate a fare, garantire cioè il rispetto della legge e l’ordine pubblico. Certo, prima dell’insurrezione generale c’è stato l’omicidio di Gabriele Sandri, ucciso in circostanze ancora da chiarire dal colpo di pistola di un poliziotto. È quello il casus belli, la molla che ha scatenato i gruppi organizzati delle curve di tutta Italia. Usare la forza contro gli ultras, viene allora detto, sarebbe stato poco saggio, avrebbe determinato una serie di reazioni a catena dall’esito imprevedibile. Non ci si rende conto invece che il ministro degli Interni ha sbagliato due volte. La prima volta nella grottesca gestione politica e mediatica dell’omicidio del giovane romano, avvenuto alle nove del mattino e silenziato fino alle 12. Una morte intorno alla quale sono ancora troppi i misteri, le dinamiche non chiarite, le omissioni. La seconda volta lo Stato ha sbagliato tradendo il suo senso di colpa lasciando la piazza al caos, dando una dimostrazione di impotenza, consegnando di fatto le città a un contropotere la cui forza è la debolezza di istituzioni sempre più divise e frastornate. Erano surreali domenica sera le dichiarazioni del ministro Giovanna Melandri che ripeteva «tutto questo non ha niente a che fare con i valori dello sport» promettendo placebo come il divieto delle trasferte per il tifo violento. Nessun esponente del governo, tanto meno il ministro Giuliano Amato, è riuscito ad andare oltre queste banalità di circostanza, mentre le bande costringevano i cittadini alla paura e lo Stato nei palazzi e nelle caserme.


Non resta che vedere la partita in tv

novembre 13, 2007

Italo CucciOddio, la Società Malata che partorisce il Calcio Malato. E’ successo, tanto tempo fa: andavo orgoglioso d’essere privilegiato cittadino dell’Isola Felice. Beniamino Placido negli anni Ottanta ci (mi) rimproverava sostenendo che il calcio – come le Olimpiadi – doveva risultare una pausa di serenità in un Paese sconvolto dalla violenza. Noi ci proviamo, dicevo, difendendo la corporazione pallonara: lo Stato ci passava le sue scorie avvelenate, il modello contestatore faceva adepti fra le teste più calde, il movimento ultrà era soprattutto colore e passione. Poi, all’improvviso, fu delinquenza. E il calcio cambiò senza mai pensare alla bruciatissima gioventù che coltivava, agli stadi polveriere, ai nemici dei poliziotti nel frattempo benedetti da Pier Paolo Pasolini. E il calcio cambiò, dedicandosi anima e corpo allo showbitz, pagando il pizzo ai caporioni delle curve, perdendo prima l’anima eppoi la reputazione, la pace, la sua natura essenziale di svago scacciapensieri,di messa laica e via dicendo. Fu il momento della speculazione sociologica, delle tavole rotonde, dei summit al ministero degli Interni. Fu ancora – dopo l’omicidio di Vincenzo Paparelli – l’ora dei morti da stadio e da antistadio. Domenica, semplicemente, da calcio, con la terribile fatalità di quello sparo che uccide un ragazzo e lancia l’allarme per la guerrigilia urbana contro la polizia e i carabinieri, vero obiettivo dell’odio rinfocolato dalla sacrosanta repressione seguita all’omicidio Raciti. Così il calcio ha perduto la sua indipendenza, tutto preso a discutere la spartizione della torta televisiva: già l’osservatorio del Viminale, prefetti e questori ne gestivano il palinsesto, oggi si consegna nelle mani del governo, del Palazzo odiato e deriso quando – nel marasma generale – capitava nell’Ottantadue e nel Duemilasei– si vincevano i Mondiali. Spadolini, Pertini, Prodi, Napolitano hanno avuto le occasioni più belle per ammantarsi di tricolore, altro che Moggi. Ma è tornata la morte e le regole d’ora in poi le detterà quella società che dicevamo maligna. Era un’idea di Berlusconi il Giovane, vent’anni fa: io a San Siro offro il Milan a miei abbonati, agli altri, in Italia, glielo faccio veder al cinema. E’ arrivata la paytivù, il problma è risolto: i comodisti guardano, imprecano, gioiscono e giudicano seduti in poltrona. Olè, un bel wiskaccio.


Basic instinct

novembre 9, 2007

tubo_lil.jpgOra sono proprio sicuro: Walter Veltroni non lo ferma nessuno, sarà presidente di tutto. Sapete da dove nasce la mia certezza? Dall’appoggio incondizionato che gli ha offerto Afef Jnifen, moglie di Tronchetti Provera. L’affascinante signora, in una colonna de La Stampa, ha scritto che Walter «ha un modo di parlare molto bello, chiaro, deciso, smentendo chi lo critica di non prendere posizione in modo netto». Fin qui il tifo. Ma ha aggiunto che il neo leader del Pd ha il caldo sostegno di Sharon Stone. L’attrice di Basic Instinct – esperta di sentimenti e pulsioni – dopo aver pranzato in Campidoglio con l’uomo dell’avvenire ha dichiarato: «I love him». Con questa sensualissima spinta, chi lo ferma più? Veltroni dovrebbe semmai temere la satira (?) dell’inserto dell’Unità. Titolo in alto: «Via da questa Italia di merda». E sotto: «Seguendo Veltroni, tutti in Africa». (P.M.F.)


Figli bulli, genitori peggio ancora

novembre 8, 2007

casa.jpgE se la colpa fosse anche, se non soprattutto, nostra, di noi genitori? Marco Imarisio, oltreché ottimo cronista del Corriere della Sera, anche scrupoloso papà, ha scritto un libro: “Mal di scuola”. Il testo affronta il tema del bullismo in classe e prende un punto di vista particolare, diciamo di parte: quello dei docenti. E’ un’operazione necessaria perché troppo spesso non si considera quanto i comportamenti sbagliati e talvolta devianti vengano dritti dritti proprio dalla famiglia d’origine. Ebbene alcuni episodi del libro di Imarisio, dal pestaggio al preside Ugo Castorina di Bari al quartiere napoletano di Barra, sembrano surreali e sono tuttavia autentici. I genitori spesso sono i primi a non sapere giudicare i propri figli, ad avallare le loro insensatezze e i loro vizi. Basti pensare alla reazione normale che hanno quando vengono sequestrati i telefonini in classe o devono firmare una nota di disciplina. Come spiega nel libro una prof di Lettere a Cagliari: «Ci sono alcuni genitori che riducono la partecipazione alla vita scolastica a una mera ingerenza. Al non voler accettare che i figli possano subire delle sconfitte». Poco educati alle frustrazioni, ricchi nel senso di educati al consumo, i nostri figli respirano il bullismo fin da bambini? In un certo senso, sì. E d’altra parte c’è spesso un atteggiamento della scuola pubblica e degli stessi docenti nei confronti di noi genitori che non va dimenticato e che anzi andrebbe corretto: una diffidenza di fondo verso le famiglie dei ragazzi. I padri e le madri hanno diritto a partecipare alle scelte educative della scuola, a dire la loro, a discutere, a condividere. Tanti anni fa si cercò di introdurre questo principio con i cosiddetti decreti delegati, che però non approdarono a nulla. La partecipazione delle famiglie fu limitata a qualche consiglio d’istituto, a qualche ratifica di bilanci.Manca ancora la coscienza che la scuola è di tutti, non è più quel servizio sociale di alfabetizzazione delle masse di un secolo fa. Dovrebbe essere un luogo moderno di educazione, di comunicazione dei valori condivisi, anche di sacrificio e disciplina. Tutte cose che dovrebbero spingere a rompere le barriere fra genitori e prof, in nome dell’interesse dei ragazzi. Non per metterci al loro piano, ma anzi per tirarli fuori. Per farli, finalmente, crescere.


Il Mattone 2.0, la nuova frontiera delle truffe online

ottobre 30, 2007

Negli anni ’80 era in voga la truffa del mattone. Il losco figuro di turno ti si avvicinava e ti proponeva l’affare della vita. Videoregistratori, telecamete, autoradio e televisori erano gli ammalianti oggetti del desiderio. E tu magari, gongolante per l’occasione inaudita, allungavi i tuoi pezzi da cento al turlupinatore, salvo poi accorgerti che il contenuto del pacco non era l’ultimo ritrovato dell’alta fedeltà, ma la materia prima per l’edilizia: un bel mattone.
In questo senso i racconti di turlupinati e turlupinatori si sprecano, anche se di solito i protagonisti erano sempre amici, conoscenti o parenti alla lontana. Difficile ammettere di essere caduti nella rete di un truffatore della domenica.

Quei tempi non sono poi così lontani e la notizia che trovate qui fa sembrare gli Usa una succursale della migliore Napoli.

BestBuy è uno dei più importanti store americani, dotato di una versione online e di una versione fisica in cui ritirare i propri acquisti. Prezzi vantaggiosi e grandi offerte, finchè non ti viene in mente, appunto, di regalarti un bell’hard disk da un Tera, salvo poi trovarti la scatola ripiena di succulenti mattoni e tegole varie. Nel racconto dell’utente/acquirente/blogger (peraltro accompagnato da foto esplicative) si capisce lo sconforto di subire ai giorni nostri proprio una di quelle truffe anni 80 citate in apertura di post (e non poter essere rimborsati, perlatro). E allora cosa fare? di certo controllare il contenuto del proprio pacco direttamente nel negozio. Questo ovviamente sempre che non si sappia rispondere alla domanda: “pesa più un tera di byte o un tera di mattoni”.

BestBuy, non sembra poi essere così esente da altre critiche sulle presunte truffe messe in atto dai propri dipendenti. Spulciando nella rete si trova anche gente truffata con l’aiuto di un portale fasullo utilizzato internamente. Il funzionamento è molto semplice. L’ignaro acquirente si reca nel punto vendita per ritirare, per esempio, un televisore che sul bestbuy.com “casalingo” costa $1200, ma arrivato al negozio il prezzo è inspiegabilmente lievitato di $300. “Mah si figuri esimio acquirente del prestigioso store americano, guardi qui sul nostro sito web. Il prezzo è inequivocabilmente di $1500”. La gabola sta nel fatto che gli url mostrati dal sagace dipendente, puntano a una versione destinata al solo staff di BestBuy.

Probabilmente visto il volume di traffico e il bacino di utenza allargato la catena può permettersi di mettere in pratica mezzucci del genere per rimpinguare i salari. Certo è che una pubblicità negativa del genere può montare facilmente grazie a blog e social network (che molte volte le aziende non sappiano usare il web2.0 lo abbiamo già detto qui), e questi stessi strumenti dovrebbero essere utilizzati internamente per smentire il tutto in caso di bufala, ma anche per tranquillizzare l’utente titubante.


I fremiti di Oliver

ottobre 29, 2007

tubo_lil.jpgChissà che fremito avrà Oliviero Diliberto (Comunisti italiani) quando s’affaccerà sulla Piazza Rossa in occasione delle celebrazioni della Rivoluzione d’ottobre. Ha già detto:«Quella rivoluzione ha novant’anni ma non li dimostra». Alla faccia di quel che ne è seguito. Lo bacchetta la stessa Unità: «Li dimostra tutti, eccome! Intanto perché se quel mondo si è sbriciolato così, qualche problemino doveva pur esserci all’inizio». Questo non è revisionismo, è minimalismo puro. Dire «problemino» fa solo ridere. Il giornale del neo Pd ricorda «il partito giacobino», ovvero staliniano, e «i crimini di massa». Per poi invitare i compagni di Diliberto a rivedere il loro «comunismo». Ma non finisce qui. L’Unità avverte che c’è un «revisionismo cattivo». Quello di Giampaolo Pansa che rivela i misfatti della Resistenza. Così, tanto per tirar cazzotti a qualcun’altro. . (P.M.F)


Ferrari: il vincitore perpetuo

ottobre 29, 2007

Italo CucciLa Ferrari ha vinto. Sapete già come e perché e non è questa l’occasione per ripercorrere l’Avventura Rossa. A me preme ricordare l’Uomo, stranamente dimenticato nell’ora dell’ultimo trionfo. Dico di Enzo Ferrari (in rete si trovano quasi più pagine che hanno per protagonista la Ferrari Enzo), il Padre Fondatore. Gli ero amico. Mi ha dato per sempre l’opportunità di essere vicino – scelto fra tanti – a chi in questo singolare Paese ha fatto la Storia. Non ne ricordo molti altri. In fondo quando lo conobbi, incontrandolo nel suo ufficio di Maranello spoglio e oscuro, appena illuminato da quelle tre lucette biancorossaeverdi accese sotto il ritratto di suo figlio Dino, una delle sue gioie terrribili, mi disse subito: «Lo sa chi sono gli italiani conosciuti in America? Mussolini, Fellini e Ferrari». Era l’avvio di una conversazione stenta, per me preoccupante: lo avevo attaccato sul Resto del Carlino all’indomani della morte di Ignazio Giunti, pilota Ferrari, riprendendo una vecchia e non sopita polemica di Civiltà Cattolica che di lui aveva detto – a proposito dei piloti morti in gara – «è un Saturno che divora i suoi figli». Leggi il seguito di questo post »