Atenei: questa governance ha fallito

luglio 4, 2007

L’università degli orroriTroppo spesso il carattere pubblico delle nostre Università è stato confuso con la natura statale-burocratica delle strutture universitarie. Che per le loro ben note carenze organizzative e i non rari casi di comportamenti accademici discutibili, hanno finito con l’intaccare ancor più il consenso sociale attorno all’Università e ai suoi modi di funzionamento. In questa prospettiva il passaggio prioritario verso una riforma della vita universitaria deve essere individuato nella ridisegnazione dei ruoli, dei soggetti responsabili del governo degli Atenei ed in particolare dei Rettori, dei Consigli di Amministrazione, dei Senati Accademici nel rispetto del principio costituzionale dell’autonomia delle istituzioni universitarie. Chiamate a rendere conto dei propri risultati in modo trasparente a Stato, studenti, forze sociali, territorio, enti finanziatori. Per arrivare a questo risultato però è necessario un quadro di regole intese ad eliminare un’eccessiva rappresentanza delle corporazioni interne, con una netta differenziazione tra funzioni di natura culturale, didattica, scientifica e regolamentare, e quelle amministrativegestionali. Le prime da affidare al Senato Accademico; le seconde da affidare al Consiglio di Amministrazione. Ma è urgente e necessario ridisegnare anche la figura del Rettore che, oltre ad avere la legale rappresentanza dell’Ateneo, e presiedere il Senato Accademico ed il Consiglio di Amministrazione, avrà ogni potere di iniziativa e di ordinaria e straordinaria amministrazione con esclusione di materie di naturale spettanza collegiale (Statuti, Regolamenti, bilanci, ecc.). Il suo mandato, però, lungo o breve che sia, potrà essere consecutivamente rinnovato una sola volta per permettere in nessun caso più di dieci anni consecutivi di funzione rettorale. Questo principio legislativo dovrà essere vincolante e recepito negli Statuti al fine anche di escludere la possibilità, con semplice modifica delle norme statutarie, di azzerare i mandati rettorali pregressi consentendo reiterate ricandidature ad libitum del Rettore. Da vario tempo, infatti, in diverse Università si sta diffondendo questo fenomeno che implica il venir meno del principio del rinnovo al vertice dell’istituzione della rappresentanza rettorale, principio che non può essere eluso in quanto è l’unico a garantire l’imparzialità, l’efficace e l’efficienza del funzionamento dell’organo che deve restare immune da condizionamenti corporativi. E proprio di recente, intervenendo ai lavori del Consiglio Universitario Nazionale, il ministro Mussi sollecitato anche da una campagna di stampa portata avanti anche da questo giornale ha precisato che l’esercizio dell’autonomia universitaria può in concreto produrre effetti indesiderati, e, riferendosi espressamente al caso dei Rettori che prolungano sine die il loro mandato, ha annunciato, nel quadro di una completa revisione del governo degli Atenei, un preciso intervento legislativo in proposito. In questo il ministro ha dimostrato una notevole sensibilità. Anche se ora c’è da sperare che la riforma della governance delle Università si attui in tutte le sue forme. È questa oggi la priorità dell’università italiana, anche perché tutte le altre riforme della vita universitaria – dal reclutamento allo stato giuridico dei docenti, ai finanziamenti statali e alla valutazione delle attività delle Università – la presuppongono.


Professori intoccabili, orari flessibili

luglio 3, 2007

L’università degli orroriI docenti universitari sono l’ultimo baluardo di un’idea pretenziosa e antica, per cui il lavoro nobilita l’uomo. Il loro gli offre prestigio, gloria, e denari, e al contempo li mobilita molto poco. Ciascun ordinario è tenuto a trascorrere in facoltà trecentocinquanta ore l’anno, meno di un’ora al giorno da spendere tra insegnamento e orientamento studenti. Ma anche se hanno dalla loro una legge assai magnanima, godono anche di un’estrema flessibilità, perché non esiste alcun meccanismo di controllo che accerti di volta in volta se sono presenti. Quando si assentano, insomma, nessuno gli chiede la giustificazione o il certificato medico, non hanno detrazioni in busta paga, e spesso non ritengono neppure di dovere annunciare la loro mancanza. Non è infrequente che gli studenti iscritti ai loro corsi, spesso pendolari, apprendano di un improvviso impegno internazionale del loro docente, nello stesso istante in cui si recano a lezione. Ma anche nell’attività di orientamento, i docenti mostrano di perdere la bussola con una certa facilità. Anche se una legge del 1990 istituisce infatti il tutoraggio, un’attività di sostegno e monitoraggio che dovrebbero garantire ai loro allievi, molti di loro interpretano il ricevimento come un evento straordinario, altri lo fanno, ma non si presentano, altri ancora non si presentano perché non comunicano neppure una data e un orario di incontro, anche se l’anno accademico è inoltrato. Il peggio che può accadere in questi casi è qualche sibilo di protesta degli studenti, gli stessi che lui, luminare influente, dovrà giudicare a fine corso. Matricole e allievi non ci tengono a complicarsi la vita, né potrebbero complicare granché quella degli insegnanti. Insieme ad alti funzionari e militari di rango, i docenti universitari si fanno pregio di non potere essere licenziati, né di dovere prestare giuramento. Ma anche per i più volenterosi non c’è timore di rimanere incastrati alla cattedra per sempre. Ogni dieci anni di lavoro, un professore ha diritto a due anni sabbatici in cui dare nuovo slancio alla propria lucidità intellettuale, senza rinunciare però alla piacevole consuetudine di essere stipendiati. Ufficialmente il professore dovrebbe dedicare questi ventiquattro mesi alla ricerca, ma per molti l’occasione è davvero troppo ghiotta, e complici controlli non troppo fiscali, godersi una bella vacanza diventa abbastanza facile. D’altra parte, negli atenei italiani, i panni sporchi si lavano in famiglia. Vuoi che omonimi, nipoti, amici e parenti, si mettano di traverso, dopo tutto quello che tanti docenti balzati agli onori delle cronache, hanno fatto per loro? Lo stato giuridico dei professori universitari è vecchio di ventisette anni ed evidentemente sta bene così a tutti, perché dal 1980 a oggi nessun governo ha mai pensato di rivederlo. Anche qui è una questione di privilegi medievali. Basta scorrere le liste dei nostri parlamentari, per scoprire quanto essere un professore universitario influente, spesso significhi passare dagli otia della cattedra, ai negotia della politica.

di Francesco Lo Dico


Caso Basilicata: Quattro facoltà ma venti serre

giugno 30, 2007

L’università degli orroriLa piccola università della Basilicata conta su quattro facoltà, poco più di novemila studenti e su venti serre costruite con i finanziamenti post terremoto: qualcosa come sette milioni e mezzo di euro. Erano state destinate agli studenti della facoltà di Agraria, ma per qualche ragione non sono mai state utilizzate e l’ateneo lucano è stato incluso, così, tra gli enti su cui si addensano sospetti di mala gestio di beni pubblici. Un elenco di ipotetici sprechi che ha reso noto Michele Oricchio, procuratore generale della Corte dei Conti regionale. A rendere ancora più intricata la vicenda, si sono aggiunti però i progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea tramite la Regione: oltre dieci milioni di euro erogati fra il 1994 e il 1999 per realizzare studi sul territorio. Alcuni di questi non si sono conclusi nei tempi indicati, e siccome era stata l’Università della Basilicata ad anticipare ai docenti i fondi necessari, nel bilancio del 2003 si sarebbe creato un buco per circa due milioni di euro non restituiti. Col risultato che il bilancio di previsione 2005 non è stato approvato dal cda e che la Regione ha dovuto far quadrare i conti dell’ateneo lucano. Un milione di euro – in aggiunta ai finanziamenti ordinari – nel 2005, e tre milioni annuali fino al 2009. Adesso i carabinieri hanno acquisito in Regione i documenti legati ai progetti di ricerca e presto sui fondi europei dovrebbe essere fatta chiarezza.


Milano, l’università dei laureati fantasma

giugno 29, 2007

L’università degli orroriA guardare il sito, l’Ambrosiana ha tutto quello che serve per imporsi come un ateneo di prestigio. Scritta gotica, magari un po’ azzardata, con la dicitura “Università” che spicca su uno sfondo celeste, convegni di scienza medica, una biblioteca on line, corsi di perfezionamento in counselling infermieristico, dichiarazioni universali dei diritti dei giovani, e borse di studio. L’unico problema è che chi la frequenta non sarà mai dottore, perché l’Ambrosiana svolge lezioni da dodici anni, e da altrettanti non ha mai ricevuto nessuna certificazione ministeriale. Nell’Ospedale milanese di San Giovanni, in cui l’ateneo ha istituito le sue sedi, non è mai stata rilasciata alcuna laurea che valesse poco più che carta straccia. Il rettore, Giuseppe Rodolfo Brera, non si è mai scoraggiato e, sebbene la sua creatura sia stata condannata dal garante della Concorrenza per pubblicità ingannevole, sprona docenti e personale ad «andare avanti» con nuovi seminari, servizi e convegni. Il rettore non nega che il suo sia un libero istituto universitario di natura giuridica privata, ma il Magnifico Brera parla anche di congiure, di oscure manovre sorte attorno al suo ateneo per screditarlo: «In Italia, perché i titoli universitari abbiano valore legale, devono essere riconosciuti da un comitato che riunisce tutti gli atenei della Regione. E questo comitato, nel 1999, ha dato al Miur tre informazioni false per farci fuori». Poco incline a teorie del complotto, forse affaccendato in altre questioni, il ministero si limita però a una laconica replica: «Per noi l’Ambrosiana non è accreditata come università: è fuorilegge ». E per quanto, a detta di Brera, le lezioni abbiano una certificazione di qualità, resta il fatto che quelli dell’Ambrosiana, sono laureati fantasma.

di Antonino Ulizzi


Tesi ed esami brillanti, a Bari giro di Tangenti

giugno 28, 2007

L’università degli orroriCompravendite di esami, tariffari su misura, tesi belle e pronte da acquistare cash. Per tutti gli studenti che avevano contanti da spendere, la facoltà di Economia di Bari aveva creato un’ampia gamma di servizi. Professori compiacenti, bidelli,impiegati. Bastava qualche dritta, un paio di passaggi di mano e la laurea diventava per molti un gioco da ragazzi. Un gioco balzato alle cronache sotto il nome di Esamopoli, l’indagine che da un anno e mezzo vede impegnati i carabinieri del reparto operativo pugliese sulle vicende dell’ateneo barese. Un’inchiesta che si allaarga a macchia d’olio, che negli ultimi giorni ha visto lievitare a venti il numero degli indagati. Tutto iniziò quando un ex dipendente dell’Università e una segretaria del dipartimento di Studi aziendali vennero sorpresi a contrattare una probabile tangente di 250 euro, soldi che sarebbero serviti a uno studente per garantirsi la promozione all’esame. In realtà, si trattava soltanto di un acconto, perché pochi giorni dopo fu lo stesso studente ad essere colto in fragrante: altri mille euro per saldare i conti. Secondo alcune voci, nell’ingombrante faldone che le forze dell’ordine hanno consegnato al magistrato Francesca Romana Pirrelli, il numero degli indagati è esattamente il doppio. Professori, impiegati e studenti per i quali sono ipotizzati i reati di associazione a delinquere, corruzione, concussione, e falso. Particolarmente grave la situazione dei giovani universitari coinvolti, che sin dalle prime battute di Esamopoli, in qualità di indiziati avrebbero dovuto dimostrare di essere vittime di violenza, per sperare che le ipotesi di corruzione fossero convertite in quelle, meno gravi, di concussione. Favori personali, che tramite i buoni uffici di alcuni dipendenti, potevano avere un costo compreso fra i cinquecento euro, per gli esami più semplici, e i tremila per quelli più ostici. Un secondo filone di indagine si addentra poi sulle attività dell’Istituto mediterraneo delle Scienze. Era gestito da Massimo Del Vecchio, ex cultore della cattedra di Matematica, che secondo la pista tracciata dagli inquirenti, prometteva esami brillanti per una cifra che poteva arrivare a 3500 euro, più o meno quanti ne servivano per l’iscrizione a uno dei suoi corsi. Il business più redditizio sembrava essere però il mercato delle tesi. Gli studenti si rivolgevano a bidelli e segretari – gli stessi che in alcuni casi gli avevano procurato buoni esiti agli esami – firmavano un assegno fra i 3500 e i 4500 euro, e nel volgere di pochi giorni infilavano nello zaino un bel dattiloscritto. Un giro d’affari che si aggiravasulle cinquantamila euro.


A Cagliari sono finiti anche i soldi per le bollette

giugno 26, 2007

L’università degli orrori«Isoldi per pagare luce, riscaldamento, telefono, pulizia e per garantire la sicurezza non bastano. Servono almeno 3 o 4 milioni di euro in più, altrimenti non sappiamo neanche come accendere le luci e far partire il riscaldamento delle aule». A lanciare l’allarme è il rettore dell’università di Cagliari, Pasquale Mistretta. Anche l’ateneo sardo è ufficialmente in bolletta, e come ormai è consuetudine da quando il governo ha tagliato i fondi universitari, sono stati chiesti a studenti e familiari ulteriori sacrifici economici per salvare l’inizio del nuovo anno accademico. «La forte concorrenza con gli altri atenei », ha spiegato il Magnifico, «rende necessario aumentare adesso le tasse, anche per evitare che le criticità non governabili prendano il sopravvento, creando serie ripercussioni sul futuro». È così, anche l’università isolana, che negli ultimi anni aveva applicato le tasse più basse d’Italia (364,34 euro contro un valore medio nazionale per studente pari a 906,22) varerà pesanti aumenti per assicurarsi la sopravvivenza. E si parla di incrementi fino al 35 per cento. A incidere negativamente sui conti dell’ateneo ci sono anche seimila esonerati, circa un sesto degli iscritti che ha diritto a non pagare tasse. E anche se l’università di Cagliari si è lanciata da qualche tempo in alcune attività commerciali per reperire nuove risorse finanziarie, gli aumenti delle rette sembrano inevitabili. «Se gli studenti comprenderanno la nostra necessità, bene. Altrimenti mi attendo suggerimenti », aveva annunciato il rettore alla vigilia dell’incontro con gli studenti. Ma quando Mistretta gli ha illustrato la difficile situazione, i rappresentanti hanno opposto un secco rifiuto. «Servono 4 milioni in più all’anno? Il Rettore li vada a cercare da un’altra parte: non spetta a noi tappare i buchi di bilancio dell’Università », hanno commentato. «Non sarebbe giusto penalizzare gli studenti-lavoratori e i fuorisede. Se avessimo un’università eccellente un incremento sarebbe comprensibile, ma non è così». Nel tentativo di scongiurare scontri e proteste, il vice presidente della commissione Cultura del Consiglio regionale sardo, Carlo Sanjust, ha chiesto la convocazione del rettore e dei rappresentanti degli studenti per un’audizione. I quattro milioni di euro mancanti non possono essere caricati sulle spalle degli studenti, e Sanjust ritiene che l’amministrazione regionale debba intervenire.

di Antonino Luizzi


A Genova il rettore licenzia chi trova denaro per l’ateneo

giugno 26, 2007

L’università degli orroriOrmai sembra che lo scopo dell’università di Genova sia quello di suscitare meraviglia. Non si spiega altrimenti il comportamento che il rettore Gaetano Bignardi sta tenendo in queste settimane. Dopo avere infatti scoperto che per investimenti sbagliati o mal gestiti l’ateneo genovese aveva maturato un buco di 17 milioni di euro, il magnifico adesso chiude l’unico ufficio dell’amministrazione che negli ultimi anni era stato capace di far registrare utili per l’ateneo. E considerando anche il fatto che le spese dell’università genovese, buco a parte, sono aumentate del 50 per cento nell’ultimo anno, appare a detta di molti una scelta del tutto incomprensibile. L’ufficio è quello per l’innovazione e il trasferimento tecnologico diretto da una brillante dirigente, Jenny Racah, che era riuscita a far guadagnare all’università parecchi soldi con una serie di contratti esterni. Una follia il suo licenziamento secondo la stragrande maggioranza dei docenti dell’ateneo, che hanno sottoscritto una lettera chiedendo spiegazioni sul perché il rettore abbia voluto rinunciare «alla preziosa collaborazione di un funzionario di altissime qualità professionali». Perché insomma chiudere un ufficio che dal 2001 monitorava le fonti di finanziamento italiane e straniere individuando e cogliendo occasioni, che aiutava i docenti a presentare proposte di ricerca convincenti, che trovava alleati in aziende ed enti pubblici? A questa domanda non c’è risposta. I risultati infatti dell’ufficio diretto dalla Racah sono un crescendo di successi: nel 2001 i fondi pubblici e privati acquisiti dall’università per l’attività di ricerca ammontavano a 26 milioni di euro, nel 2004 salgono a 31 e nel 2006 a 37. Magari faceva comodo un rientro di questa entità alla fine del 2007 visto che questo per l’ateneo genovese è l’anno del buco. Ma si sa, il rettore Bignardi ama i paradossi. Del resto dopo aver scoperto la voragine in bilancio e aver correttamente informato la Corte dei conti – che ancora si deve pronunciare – aveva scritto una mail ai suoi docenti dicendo che c’era un emergenza, che stavano arrivando tempi difficili, che però si chiedeva calma, gesso e spirito di disciplina per affrontare l’emergenza. Punto. Non una parola in più. Con il risultato che tra i professori correvano le più strane leggende metropolitane su quanto era potuto accadere. I docenti di Genova la verità vennero a saperla dai giornali. E ancora non se ne capacitano.

di Riccardo Paradisi


Bologna, più tasse per tutti gli studenti

giugno 23, 2007

L’università degli orroriGli appelli del rettore Pier Ugo Calzolari sono caduti nel vuoto, e così gli studenti dell’università di Bologna hanno deciso di scendere in piazza contro il caro tasse. Martedì un folto presidio occuperà piazza Verdi, e nei giorni a seguire sono previste numerose manifestazioni di protesta contro quella che molti di loro denunciano come una stangata senza precedenti. E alcuni si dicono pronti a rivolgersi al Tar. «Abbiamo già un ricorso pronto, il rettore così ha aperto una conflittualità forte con il mondo studentesco», fanno sapere i rappresentanti degli studenti, «Più soldi li vada a chiedere a Roma, non a noi». A dare fuoco alle polveri, è bastata la presentazione del nuovo piano di tassazione illustrato dal prorettore Paola Monari, che prevederebbe in particolare forti rincari per le lauree a ciclo unico (architettura, giurisprudenza e farmacia). Obiettivo dell’ateneo bolognese è innalzare i costi di queste discipline per equipararli a quelli previsti per i corsi tre più due. Una questione di uguaglianza, ma gli studenti lanciano un’altra proposta: fare pagare meno anche i colleghi discriminati secondo il rettorato. Con i nuovi parametri di tassazione non ancora approvati dal Senato accademico, laurearsi in giurisprudenza costerebbe più 10.500 euro contro i 7800 dell’anno precedente, mentre per diventare dottore in farmacia non basterebbero più 6mila euro, ma più oltre 7.500. Ma è sulle iscrizioni all’ultimo anno che si concentra lo sconcerto degli studenti dell’Alma Mater: per concludere la facoltà di medicina servirebbero 2.200 euro, contro i 1300 spesi nell’anno accademico precedente, mentre per il quinto di giurisprudenza si passerebbe da poco più di mille euro a oltre 1.600. Il Magnifico però getta acqua sul fuoco: «Paola Monari non ha inteso preannunciare incrementi della tassazione reale, ma si è limitata a porre un problema concreto: quello della contribuzione delle lauree specialistiche a ciclo unico europeo, che forniscono alcuni dei titoli più prestigiosi e valutati dal mercato». Il rettore Calzolari ribadisce che tutti devono contribuire all’elevazione della qualità delle università, ma soprattutto il governo, dal quale molti altri atenei italiani si aspettano meno parole di circostanza e più segnali concreti.


Sono i baroni a frenare il ricambio generazionale

giugno 23, 2007

L’università degli orroriBaronie, assenza di meritocrazia, lontananza dalle esigenze reali delle imprese. Cleto Sagripanti, vice presidente dei Giovani di Confindustria con delega all’education, non usa mezzi termini per descrivere i mali dell’università italiana. Il suo slogan per colmare il vuoto che c’è tra la sfera del sapere e quella dell’industria è «aumentare le frequentazioni sovversive», cioè migliorare il rapporto tra queste due realtà, spesso troppo distanti. «Sovversive», perché quando l’impresa e l’università dialogano con un trasferimento di conoscenze e una ricerca ben canalizzata alle esigenze del sistema produttivo, c’è rivoluzione, cambiamento, innovazione e crescita. «Oggi viviamo una specie di corto circuito», spiega Sagripanti, «le imprese hanno sete d’innovazione, ma l’Italia è tra i Paesi più scarsamente innovativi. Questo perché non riusciamo a innescare meccanismi virtuosi di conversione del sapere scientifico in applicazioni industriali. C’è una scarsa comunicazione tra chi fa ricerca universitaria e il mondo delle imprese, non esiste un organismo centrale che sia in grado di far sapere quale e quanta sperimentazioni si faccia. Il rischio è che il sapere diventi autoreferenziale e non venga messo in circolo». Sagripanti sostiene da tempo la necessità di una «partnership strategica duratura» tra questi due mondi. «Le imprese si dovrebbero rivolgere più frequentemente ai laboratori universitari per risolvere problemi concreti. È necessario frequentarsi di più, scambiarsi informazioni, adottare strategie comuni, fare iniziative di co-marketing arrivando anche a sponsorizzare corsi di studio o intere facoltà». La sua azienda calzaturiera di famiglia, la Manas, testimonial di Miss Italia, da anni sponsorizza l’università di Macerata. Insomma, il sistema universitario italiano, terreno pubblico per eccellenza, dovrebbe aprirsi di più ai privati. In questo il modello americano insegna. Negli Stati Uniti i finanziamenti alle università sono per il 50 per cento privati e per il 50 per cento pubblici. E gli atenei privati americani sono tra i più prestigiosi al mondo: imprenditori, intellettuali e uomini politici versano contributi a favore di specifici progetti di ricerca e le loro donazioni sono diventate oggi dei patrimoni inestimabili. È il caso di Princeton: a partire dalla sua fondazione, nel 1746, il capitale è aumentato fino a raggiungere gli attuali 12 miliardi di dollari. «In Italia», afferma Sagripanti, «non possiamo certo pretendere di eguagliare il brillante sistema statunitense, basato su merito, concorrenza e responsabilità. Ma possiamo almeno cercare di applicare le caratteristiche vincenti di questo modello». Perché il vero problema è nel Dna dei nostri atenei, feudi di rettori e docenti. «Chi vi opera si deve sentire parte integrante della struttura, a partire dai professori che sono le persone-cardine per l’ottimo funzionamento del sistema, ma che spesso svolgono più funzioni e più mestieri, indebolendo la struttura universitaria». E qui entra in gioco la logica del mercato. Secondo il vice presidente degli industriali juniores «l’università dovrebbe essere più aperta, proprio come un’impresa che sta sul mercato. Ma un corpo docente quasi inamovibile, spesso chiuso all’esterno, e sacche di privilegi e sprechi non contribuiscono certo a modernizzarla». La panacea? Sagripanti non ha dubbi: «Una cura massiccia di merito. Oggi, così com’è, l’università rappresenta un sistema iniquo: non premia i più bravi, non garantisce livelli qualificati di preparazione e favorisce la lobby dei baroni, coloro che appartengono a uno status sociale protetto e garantito. Sono loro i nemici del cambiamento e del turn-over generazionale».

di Mara Vitti


Cherubino a peso d’oro per il new look Sapienza

giugno 19, 2007

L’università degli orroriUn angioletto vergato in oro che spiega le sue ali su un elegante sfondo rosso. È con un nunzio celeste che l’università La Sapienza di Roma ha deciso di inaugurare la tanto attesa svolta dell’ultimo anno accademico. Un piano di investimenti che conta su otto cantieri aperti. Nuove sedi, alloggi, parcheggi e spazi più ampi per la ricerca e la didattica. Dopo anni di sovraffollamento e disservizi, l’ateneo ha investito 350 milioni di euro, per cancellare il violento attacco del settimanale Newsweek che, lo scorso anno, sbeffeggiò l’università romana accusandola di «tenere le lezioni in tendoni da circo». Ma l’opera di restyling, dagli Usa, ha spostato polemiche e malumori direttamente a casa nostra. Tutta colpa del prezioso cherubino cui l’università capitolina ha affidato il nuovo look. Un logo, costato 223mila euro, che di questi tempi è sembrato a professori e studenti uno spreco bello e buono. Una cifra che la dirigenza ritiene del tutto congrua. Detto infatti dei 350 milioni destinati allo sviluppo edilizio, la Sapienza ha stanziato altri 700mila euro per i casi più urgenti di riqualificazione, «rispetto ai quali», fanno sapere dall’ufficio comunicazione dell’Università, «i 186mila euro (senza iva, ndr) investiti per l’identità visiva sono proporzionati ». A tarpare le ali del cherubino, però, si sono aggiunte anche le 353 firme che i professori hanno spedito al rettore. Sotto accusa la nuova dicitura che accompagna il logo: “Sapienza”, sic et simpliciter, senza l’articolo. Molti designer hanno infine criticato anche la gara d’appalto che aveva una base d’asta di 200mila euro, ritenendolo un bando su misura per favorire i concorrenti più facoltosi.