Il mistero del taglio delle cattedre

agosto 7, 2007

L’università degli orroriIl taglio delle 1800 cattedre predisposto dal ministero della Pubblica istruzione assume i contorni sempre più oscuri di un giallo. All’inizio della vicenda, la Flc-Cgil aveva dato notizia che il viceministro Mariangela Bastico aveva incontrato i sindacati. Secondo quanto da loro riferito, nel corso dell’incontro avvenuto a fine luglio, il dicastero di viale Trastevere aveva annunciato uno sfoltimento dell’organico docenti. Si era sforato il budget per circa 626 milioni di euro, e per evitare che scattasse la clausola di salvaguardia già predisposta in Finanziaria, e la paralisi dei finanziamenti erogati dal Tesoro, era stato configurato un piano di recupero risorse a danno del monte stipendi. Una circostanza che all’Istruzione ci si era affrettati a smentire con un comunicato in cui si precisava che la notizia di «presunti ulteriori tagli agli organici della scuola» fosse «totalmente priva di fondamento». Quando tutti i docenti pensavano però di poter proseguire le proprie vacanze senza troppi affanni, il sindacato è tornato alla carica con una controsmentita a quanto già dichiarato con intento dirimente a viale Trastevere. La Flc-Cgil ha perciò pubblicato sul suo elenco dettagliato del piano di tagli, con cui il ministero retto da Giuseppe Fioroni, procederà all’eliminazione delle cattedre regione per regione. Si va dalla soppressione di 440 posti in Lombardia (di cui 272 scapito dei docenti di sostegno) ai 230 calcolati in Emilia Romagna, mentre in Lazio i ruoli di sostegno sarebbero decurtati per circa 396 unità. Un colpo di forbici piuttosto doloroso, che ha messo in allarme la Flc. «Ancora una volta siamo in presenza di un vero e proprio taglio aggiuntivo rispetto alle necessità emerse dalle scuole fanno sapere i vertici del sindacato preoccupati dall’equità della misura. Specie in Campania, dove fronte di un numero di iscritti in calo, «oltre alla perdita duemila posti in organico di diritto oggi si è deciso tagliare altri 2mila posti di cui circa 1.200 sul sostegno fanno notare dalla Flc. Secondo il sindacato, sarebbero rischio soprattutto i docenti di educazione musicale, anche i progetti sorti per contrastare la dispersione scolastica. La Flc Cgil si dice pronta a dare battaglia. Sempre che in questo giallo, la colpevolezza del ministero, venga provata in maniera definitiva.

Antonino Ulizzi


L’ateneo di Bari appeso a un filo

agosto 7, 2007

L’università degli orroriNon faranno sognare, ma le intercettazioni emerse dall’inchiesta su Esamopoli, rischiano di togliere il sonno a tutte le nuove matricole dell’università di Bari. E così, adesso che l’indagine volge a termine con il rinvio a giudizio di sei docenti, otto studenti e dodici bidelli, l’ateneo pugliese sceglie la linea dura. Il rettore Corrado Petrocelli ha già fatto sapere che se le accuse di associazione a delinquere, concussione, corruzione, falso ideologico e abuso di ufficio venissero confermate, l’università si costituirà parte civile. Gran parte delle prove a carico risalirebbero infatti a un periodo successivo al trenta giugno dello scorso anno. In quella data i carabinieri fecero irruzione nella facoltà di Economia e colsero in fragrante un bidello e un impiegato alle prese con una tangente da 250 euro. Ma da allora, pare che il gruppo ne incassò molte altre, per un totale di almeno cinquanta. Una piccola attività imprenditoriale con ricavi per 50mila euro, che si era conquistata la clientela – gli studenti – a colpi di minacce. Dalle conversazioni affiora un quadro in cui i docenti ricorrevano a tutto il loro peso baronale, pur di proteggere il business illecito. «Io ho degli amici molto in alto, molto, molto, molto in alto», ricorda uno di loro a un bidello vacillante. La piccola impresa si reggeva anche su tariffari ad hoc e target precisi. «Per le altre materie… a parte diritto… anche un mille euro soltanto, diritto… facciamo 1500», si accordano due professori al telefono. Gli addetti alle aule si incaricavano di contattare gli studenti in difficoltà e gestivano le transizioni in cambio di una percentuale. «Io ti devo portare un ragazzo… si tratta di un italiano… tre virgola cinque (segnale in codice che sta per 3.500 euro)», dice uno di loro a un insegnante. Un mosaico fitto ed oscuro, quello che i magistrati si apprestano a ricomporre. Alla facoltà di Economia, come dice un docente intercettato, «una tessera va ad incontrarsi con l’altra».

Francesco Lo Dico


Firenze, ora L’Università non è più di Moda

agosto 4, 2007

L’università degli orroriDopo sei anni di restauri e un investimento di 11 milioni e 500mila euro, gli studenti dell’Università della Moda che fa capo all’ateneo gigliato, rischiano di non mettere mai piede nella villa di Castelpulci a loro destinata. A lanciare l’allarme è Simone Gheri, sindaco di Scandicci in cui sorge l’antico complesso duecentesco, già della famiglia guelfa dei Pulci. Nel 2001 Provincia, Università di Firenze e Comune di Scandicci decisero di farne un polo di alta formazione che avrebbe dovuto essere consegnato per la fine del 2009, ma la villa è passata all’Agenzia del Demanio, con la quale la cittadina nutre rapporti assai tesi. C’è la forte preoccupazione che si ripeta la vicenda del Palazzaccio, altro gioiello in attesa di restauro per il quale Scandicci firmò con il ministero delle Finanze un protocollo. L’accordo prevedeva la sua valorizzazione, ma l’immobile fu venduto alla Fintecna, Finanziaria dello Stato, e restò com’era. «Il nuovo assetto proprietario – precisa Gheri a proposito di villa Castelpulci in una lettera al sindaco di Firenze Leonardo Domenici e ai presidenti di Provincia e Regione Matteo Renzi e Claudio Martini – dev’essere accompagnato da un accordo di programma che dovrà riaffermare la destinazione a sede universitaria dell’edificio». L’Agenzia del Demanio sembrerebbe orientata infatti a collocare nel complesso attività che escluderebbero o ridurrebbero gli spazi assegnati all’Università della Moda. Un progetto che a partire dal 2001, fu diviso in due fasi. Nel luglio 2002 ci fu l’appalto di un primo lotto, 4 milioni e 680mila euro per il consolidamento. Poi, alla fine del 2005, una seconda tranche di restauri per circa 6 milioni di euro. Un investimento importante nella cultura e nell’alta formazione, che rischia di rimanere uno spreco.

Francesco Lo Dico


Da Quarto la ricerca non è mai salpata

agosto 3, 2007

L’università degli orroriSulla grande facciata dell’ex manicomio di Quarto, in provincia di Genova, che avrebbe dovuto ospitare l’ Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) campeggiava la scritta Building the future, ma anche se sono trascorsi sei anni il tempo sembra essersi fermato. L’investimento di 4 milioni di euro arrivò, la palazzina fu ristrutturata, ma i ricercatori che avrebbe dovuto ospitare non ci misero mai piede, e così lo slogan fu prudentemente cancellato. Finì che il palazzo restò vuoto, e la spesa si trasformò in uno spreco. E dire che allora, pur di allestire l’Iit, venne accantonato il progetto di un hospice per cui erano stati già stanziati i finanziamenti. Tutto iniziò nel 2000, quando la regione Liguria si accordò con la Asl 3 genovese per trasformare la palazzina dell’ex manicomio di Quarto in un ricovero per malati terminali. Per questo tipo di strutture, la legge 39 varata in quell’anno garantiva un certo numero di fondi, e così l’associazione Gigi Ghirotti, impegnata nella terapia del dolore e in cure palliative, elaborò un progetto. Tutto era pronto, ma all’improvviso il contrordine. Niente hospice, il governatore Biasotti annuncia che la palazzina dovrà ospitare l’Istituto Italiano di Tecnologia. Di lì a breve partirono i lavori di ristrutturazione, un cartellone preannunciava il balzo nel mondo dell’ hi-tech, ma poi qualcosa cambiò. Cominciarono le ipotesi di nuove sistemazioni, e l’entusiasmo per l’IIT si tradusse in un nulla di fatto. La collocazione prevista di Quarto scomparve, i lavori di ristrutturazione espressamente disposti per l’Istituto restarono, e il futuro compromesso. A tutt’oggi vacante, l’ex manicomio di Quarto, probabile IIT, hospice mancato, semmai sarà assegnato richiederà nuovi interventi e nuovi sprechi.

di Antonino Ulizzi


Mussi approva subito le modifiche di Fabiani allo statuto di RomaTre

luglio 31, 2007

L’università degli orroriIl nuovo statuto dell’università di RomaTre, quello che il rettore Guido Fabiani ha modificato per potersi ricandidare ancora una volta dopo aver già governato per tre mandati l’ateneo, è stato approvato dal ministero dell’Università e della ricerca a tempo di record: in appena 10 giorni. Quando il periodo standard per l’approvazione dei nuovi statuti è addirittura di due mesi. La forte opposizione a Fabiani (il magnifico rettore in senato accademico è riuscito grazie a un solo voto di differenza a far approvare il nuovo statuto) legge la sveltezza della procedura come la conferma dell’esistenza di una rete politica che ha nel rettore di RomaTre un terminale importante. Eppure sulle anomalie della governance universitaria, in particolare su questa voga di modificare gli statuti da parte dei rettori, il ministro Mussi si era espresso molto negativamente in una riunione del Consiglio universitario nazionale. Un segnale che poteva lasciar pensare a prese di posizione più decise. E invece non solo niente censura ma addirittura un canale preferenziale di immediata approvazione. Ma non basta. Anche nel merito e nella metodo infatti le modifiche apportate allo statuto di RomaTre contengono anomalie molto gravi. Il dibattito sulla modifica della costituzione dell’ateneo anzi tutto non è stato portato dentro l’università; in secondo luogo i verbali delle sedute più accese, dove l’opposizione ha portato attacchi molto duri alla gestione del rettore, non compaiono nel sito dell’università; infine, e soprattutto, nel nuovo statuto all’articolo 5 si legge testualmente: «La funzione di rettore non può essere svolta, di norma, per più di due mandati consecutivi». È in quell’inciso “di norma” che si trova l’aggiramento ad ogni limitazione di mandato. E, di fatto, la pietra su cui potranno poggiare rettorati potenzialmente eterni.

di Riccardo Paradisi


RomaTre: fronda a Fabiani

luglio 25, 2007

L’università degli orroriPolemiche, critiche, indignazione: la decisione del magnifico rettore dell’università RomaTre Guido Fabiani (del quale ci siamo già occupati in precedenza )di modificare lo statuto dell’ateneo per eternarsi al vertice dell’ateneo ha lasciato dietro di sé una lunga teoria di disappunti. Riassunti in una dura lettera che numerosi componenti il Senato accademico hanno scritto rivolgendosi a tutto il personale docente dell’università, a quello amministrativo e bibliotecario oltre e che ai rappresentanti degli studenti. «Per la prima volta nella storia del nostro ateneo», si legge nella lettera, «il Senato accademico, a circa un anno dalla scadenza del suo mandato, ha deliberato una modifica sostanziale dello statuto con un solo voto di maggioranza, quello del presidente. Malgrado che anche dalle file dei favorevoli alla proposta di modifica era stata avanzata la richiesta di rinvio per consentire una più ampia consultazione delle varie componenti dell’Ateneo». La modifica allo statuto voluta e portata compimento dal gruppo di Fabiani non consente solo all’attuale rettore di ricandidarsi per essere eletto oltre il secondo mandato consecutivo, ma azzera anche le scadenze di altre cariche elettive monocratiche all’interno dell’ateneo: presidi, presidenti di corsi di studio e collegi didattici, direttori di dipartimento. I cui titolari già al secondo mandato consecutivo possono presentare nuovamente la propria candidatura e proseguire fino alla fine l’iter elettorale semplicemente ottenendo al primo turno solo un terzo dei voti degli aventi diritto. «Si aggiunga», entra ancora più nel merito la lettera «che le modalità di elezione sono diverse a seconda che il rettore uscente sia o no candidato: solo nel primo caso infatti se dal primo turno di votazioni non esce un vincitore si riaprono i termini per la presentazione delle candidature e possono presentarsi nuovi candidati». Un provvedimento molto pesante tanto più se si considera che invece il limite dei due mandati resta per le altre cariche elettive, tra cui il consiglio d’amministrazione e il senato accademico. Per questo, dentro Roma Tre, quello di Fabiani viene percepito come un autentico atto di forza: portato avanti malgrado il fatto che a votare la modifica sia stata una risicata maggioranza del senato accademico: 26 voti su 50. E con il voto decisivo del prorettore vicario Mario Morganti.


Scuola, non ci sono i soldi per i benefit ai più bravi

luglio 25, 2007

L’università degli orroriViaggi d’istruzione, card per musei ed eventi, voucher, buoni e carte di credito personalizzate. Nonostante la fitta pioggia di ricompense e benefit predisposti dal ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, gli studenti liceali più meritevoli pare dovranno continuare ad accontentarsi della paghetta di mamma e papà. Nell’intento di valorizzare i percorsi formativi, la riforma disegnata da viale Trastevere prevede infatti uno stanziamento di cinque milioni di euro, e anche se il decreto è stato approvato in Parlamento, si è appreso che di fatto manca la copertura. Il ministero contava di raggranellare la somma sfruttando gli accantonamenti e i risparmi di spesa legati alle Finanziarie degli anni precedenti (2001, 2003 e 2004), ma per accedere a queste risorse sarebbero necessari interventi contabili che spettano al Tesoro. È il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che dovrà decidere se svincolare i premi studio, ma tutto lascia presagire che sull’eccellenza soffino venti sfavorevoli. Dopo le ingenti risorse impiegate da Fioroni per il nuovo contratto del personale scolastico, la borsa è rimasta semivuota. I 42 miliardi di euro impiegati hanno fatto schizzare la spesa corrente a un +15 per cento rispetto al bilancio dell’anno precedente. Quanto basta per mettere a rischio gli incentivi per i ragazzi più studiosi. Lungamente contestato il sei rosso, e rilanciate a più riprese le virtù della meritocrazia, Fioroni aveva affidato alla riforma il punto di partenza di una nuova cultura scolastica. Premi e ricompense per chi mostra talento e volontà, sacrificio e senso dell’onore per chi è chiamato a saldare i propri debiti formativi. Se non dovessero essere reperite le risorse, non rischiano di rimanere scoperti soltanto gli assegni. Il provvedimento mira anche a tirocini formativi e alla moltiplicazione di certamina individuali e collettivi tra i vari istituti scolastici, assegna alle università la facoltà di riconoscere crediti formativi ai diplomati più brillanti, ma soprattutto tenta di appianare gli ostacoli di genere, origine e cultura alle pari opportunità. Progetti pieni di buona volontà, che rischiano di rimanere confinati nel capitolo degli annunci. Se la caccia ai cinque milioni di euro rimanesse infruttuosa, mai come in questo caso, ogni promessa resterebbe un debito.

di Antonino Ulizzi


Messina, saga accademica

luglio 24, 2007

L’università degli orroriSono trascorsi quasi dieci anni da quando balzò ai disonori della cronaca sotto il nome di verminaio, ma il sottosuolo dell’università di Messina sembra essere tornato a pullulare. Trame segrete, girandole di denari, concorsi truccati e corruzione. Una saga di potere e di traffici illeciti, a tratti sanguinosa, che già costò la vita al professore Matteo Bottari, freddato a colpi di lupara il 15 gennaio del 1998. Da allora, sullo Stretto era calato il silenzio, soltanto qualche mormorio e timida accusa. Fino alla nuova tempesta giudiziaria di questi giorni che ha portato ad arresti, interdizioni e perquisizioni. Nel centro del mirino la facoltà di Veterinaria dell’ateneo messinese. Alcuni concorsi sospetti sono valsi le manette al preside Battesimo Macrì, per i quali i pm Nino Nastasi e Adriana Sciglio hanno disposto i domiciliari. Ma l’inchiesta non ha risparmiato neppure il Magnifico Francesco Tomasello, per il quale il gip Antonino Genovese ha chiesto l’interdizione dalle pubbliche funzioni. Stessa richiesta anche per il consulente legale Raffaele Tommasini, l’ex preside di Veterinaria Giovanni Germanà e il membro del consiglio di facoltà Salvatore Giannetto. Gli inquirenti ipotizzano che Macrì abbia brigato per far vincere al figlio Francesco il concorso di professore associato a Chirurgia veterinaria. Per riuscirci avrebbe fatto pesanti pressioni su un altro docente, ma il preside di Veterinaria avrebbe preso a cuore un altro protetto, che a suo tempo si aggiudicò l’incarico di ricercatore. Altro ramo dell’inchiesta riguarda un cospicuo finanziamento che la Regione e l’Università di Messina avevano destinato al progetto scientifico Lip. Circa 300mila euro sarebbero finiti nelle tasche dei cinque indagati, per i quali si prospetta il reato di peculato. A Benedetto Macrì si contesta anche il reato di falso in atto pubblico, ma si è fatta molto delicata anche la posizione del professore Giuseppe Piedimonte, responsabile dell’Industrial Liaison Office (struttura dell’ateneo che si occupa dell’inserimento dei neolaureati nel mondo del lavoro), e di sua moglie Ivana Saccà, dipendente della già discussa società Unilav, presso la quale numerosi precari dell’università messinese avevano denunciato assunzioni irregolari e favoritismi.

di Francesco Lo Dico


RomaTre, Fabiani quattro il rettore diventa un re

luglio 21, 2007

L’università degli orroriUn altro highlander tra i rettori italiani. Si chiama Guido Fabiani e siede al vertice dell’università di RomaTre da dieci anni. Questo che si appresta a chiudere doveva essere l’ultimo mandato del suo lunghissimo e a tratti contestato rettorato. Almeno così prescriveva lo statuto di RomaTre che si ispira al più generale schema statutario che regola, si fa per dire, la governance delle università italiane e che pone un limite di due mandati per chi riveste la carica di rettore. Ma si sa: gli statuti universitari in Italia ormai esistono per essere modificati. Accade oggi a Roma, ma come questo giornale ha raccontato, è già avvenuto a Cagliari, a Bologna, a Brescia, a Perugia, in Molise che i rettorati si siano trasformati in pontificati. Cambiare lo statuto degli atenei del resto è una prassi ormai ordinaria per quei rettori che hanno la vocazione dei monarchi. Tanto che Fabiani una prima modifica allo statuto l’aveva già fatta alla scadenza dei primi due mandati come rettore di RomaTre, garantendosi un altro quadriennio. Adesso, a ridosso della nuova scadenza, con un’altra modifica Fabiani si assicura la possibilità di ricandidarsi a succedere a se stesso per la quarta volta consecutiva verso un nuovo mandato quadriennale. Potrebbe essere sufficiente questo per prendere atto con costernazione dello stato della governance nelle università italiane, sulla quale si attende invano da mesi che il ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi, pronunci una condanna, annunci un’iniziativa. Ma non c’é solo questo. Il gruppo che sostiene Fabiani nella sua ibernazione alla guida del politburo di RomaTre infatti è andato oltre la seconda modifica dello statuto. È riuscito a ottenere – malgrado l’eroica resistenza dell’opposizione in ateneo – che al magnifico Fabiani per poter essere rieletto bastino al primo turno il 33 per cento dei voti tra gli aventi diritto. Dentro RomaTre cova il malcontento, naturalmente, anche perché nel senato accademico la modifica allo statuto è passata per un solo voto. Ma come si dice cosa fatta capo ha. Gli statuti passano, i rettori, come i diamanti, sono per sempre.

di Riccardo Paradisi


Lecce, c’è del marcio in ateneo

luglio 10, 2007

L’università degli orroriChe Oronzo Limone, rettore dell’università di Lecce, fosse un grande macinatore di potere universitario si è sempre saputo. E di potere Limone ne aveva macinato talmente tanto che poco si curava delle critiche. Alle voci sulla fulminea carriera accademica del figlio il magnifico Oronzo scrollava le spalle. E restava noncurante e tranquillo anche di fronte alle critiche sul modo (spregiudicato) di gestire i rapporti di forza all’università. Adesso però è diverso. Le accuse che investono il magnifico rettore del Salento sono di altro tenore. Non sono semplici polemiche accademico-giornalistiche. Adesso il rettore di Lecce è indagato dalla magistratura con l’ipotesi di peculato in atti d’ufficio. Coinvolto nell’inchiesta condotta a Lecce dal sostituto procuratore Marco D’Agostino sulla pianificazione urbanistica della precedente amministrazione comunale. Più precisamente Limone si troverebbe coinvolto nel troncone relativo al progetto che localizzava come sede del polo universitario umanistico l’area tra la ex manifattura tabacchi di Lecce e la tangenziale ovest. Scelta che comportava una variazione rispetto al Piano regolatore della città e che avrebbe favorito gli interessi di privati beneficiati da espropri molto vantaggiosi. Accuse pesanti che vedono coinvolto anche l’ex assessore all’urbanistica di An Angelo Tondo. A questo aggiunge un corredo di indizi che rende se possibile ancora più critica la situazione del vertice dell’università salentina. Nell’ambito delle indagini infatti è emerso anche il sospetto che i lavori di ristrutturazione di un immobile di proprietà del figlio del rettore Limone (Pierpaolo, ricercatore presso l’università della Valle d’Aosta) siano stati addirittura messi in conto all’università salentina attravareso un giro di fatturazioni false. È un sospetto – si dice e si scrive a Lecce – che trae spunto dal contenuto delle intercettazioni telefoniche svolte dagli investigatori. Ma non basta. Tra i documenti e gli atti sequestrati dai carabinieri nel corso delle perquisizioni ci sono anche elettrodomestici e casse di vino prezioso. Tutta merce che stando ancora alle ipotesi degli investigatori sarebbe stata acquistata con fatture intestate all’università.

di Riccardo Paradisi