Ecco perchè è difficile u governo istituzionale

giugno 12, 2007

GiornaleSe leggete attentamente i numeri riportati oggi dall’Indipendente nell’articolo di Enrico Novi, vi risulterà più chiaro perché Silvio Berlusconi vuole ancora le elezioni anticipate. Lo scarto tra le due coalizioni viaggia nell’ordine dei 15 punti (si partiva da una situazione di pareggio appena un anno fa), è in forte aumento nelle ultime settimane, a conferma del fatto che l’impopolarità del governo di Romano Prodi non è legata alla Finanziaria, ma rappresenta un dato strutturale. Inoltre, con questi numeri, mentre il centrodestra può perfino rinunciare ai voti dell’Udc (Casini lo ha capito e ha frenato la polemica con il leader di Forza Italia), il centrosinistra è strangolato dalla sua novità, il Partito democratico, percepito dagli elettori solo come un accordo tra nomenclature. Con il solito pragmatismo che orienta la sua azione politica, e con un’integra sintonia con l’opinione pubblica, il ragionamento di Berlusconi diventa pura aritmetica: il consenso per Prodi e per la sua maggioranza precipita, basta aspettare l’incidente di percorso e la fine della legislatura, mitigata da un governo tecnico con il compito di fare una nuova legge elettorale, diventerebbe inevitabile. E andando alle urne entro il 2008, non ci sarebbe alcuna discussione sul candidato premier del centrodestra. Sarebbe Berlusconi, punto e a capo. Così, con un apparente paradosso che la politica riserva alle situazioni più confuse, il centrodestra trova negli orientamenti elettorali la sua forza e, al tempo stesso, la sua debolezza. La forza perché ha il vento in poppa, la debolezza per il fatto che una parte della coalizione (An e Udc) non ha intenzione di regalare a Berlusconi una nuova opportunità di candidato premier. Tra l’altro, in queste condizioni, senza un nuovo programma condiviso, il centrodestra al governo rischierebbe di fare il bis rispetto alla precedente legislatura. Diventerebbe, cioè, prigioniero dei veti incrociati al suo interno. Per uscire dalla trappola e per non restare paralizzati dalla legge dei numeri, i partiti del centrodestra hanno davanti una sola strada. Trovare un’iniziativa comune, e tradurla con una proposta, per un governo istituzionale a termine. Un esecutivo che non può limitare la sua azione alla riforma elettorale, difficilmente lo consentirebbe il capo dello Stato, ma deve avere anche un’agenda ristretta di obiettivi, a cominciare dalla riforma delle pensioni. Un governo che dia il tempo, diciamo i due anni che ci separano dalle europee, per riorganizzare i due schieramenti politici e risolvere alla luce del sole la questione della leadership. Sapendo che al posto di Berlusconi nessuno ci può aspirare per cooptazione o attraverso un’investitura mediatica. Capi, in politica, si diventa sul campo: e con il gradimento degli elettori.


E se i nostri imprenditori lasciassero il Lussemburgo?

giugno 6, 2007

GiornaleNella storiaccia di Margherita Agnelli che passa alla cassa e chiede di spulciare, pezzo per pezzo, tutto il patrimonio del padre, l’abbiamo buttata in letteratura. Il fatto lo merita, ovviamente. Perché ogni volta che si parla di casa Agnelli, come dimostra l’ottimo e recente libro di Marco Ferrante, c’è sempre qualche nipote fregato, uno zio prepotente, e soldi che volano, elegantemente, come le farfalle. Qui però viene fuori, più che la letteratura, una fitta trama di scatole cinesi che dalla isole Cayman passano in Lussembrugo, si aprono e si chiudono come i barattoli di marmellata, con qualche gnomo locale nel ruolo del fattucchiere (a proposito: qualcuno ci spiega chi è mister Siegfried Maron?). E con un unico obiettivo: pagare meno tasse allo Stato italiano. Quello che vanta il triste primato dell’economia sommersa, quasi un trenta per cento, rispetto al prodotto interno lordo. E’ chiaro che la famiglia Agnelli non possiede l’esclusiva di questa ardita tecnica di elusione fiscale. Anzi. La prassi è talmente consolidata che una trentina di società, tra quelle quotate a piazza Affari, risultano fare capo a una controllante lussemburghese. Per la gioia di avvocati e notai del luogo che accumulano, con generose parcelle, il ruolo di fiduciari. In pratica, una parte pregiata del capitalismo italiano, come al solito siamo ai piani alti del sistema, è come barricata in Lussemburgo. E nessuno fiata. Bisogna sempre fare un giro nel Granducato, per esempio, per trovare le tracce dell’Opa su Telecom, oppure della spartizione tra i figli dell’impero Ligresti, e perfino delle casseforti di imprenditori manifatturieri puri, come l’ottimo Leonardo Del Vecchio. Quanto ai risparmiatori, pochi ricordano che le migliori truffe ai loro danni sono partite proprio dagli anonimi indirizzi nel Granducato. Ricordate il crack dei bond Cirio? E la truffa della famiglia Giacomelli? O una parte delle obbligazioni Parmalat? Bene: potete ritrovare tutte le polpette avvelenate ben cucinate in Lussemburgo. Quanto il vizietto del Granducato sia una forma di gestione aziendale al confine della legalità, è cosa tutta da dimostrare. Probabilmente non ci sono reati né civili né tantomeno penali. Resta il fatto che, con questa prassi, la credibilità dei nostri imprenditori precipita a valori vicini allo zero. Con quale coerenza, per esempio parlano di “trasparenza” come fa giustamente, e di continuo, il presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo? E con quale autorevolezza possono presentare il conto agli sprechi della politica? Ci pensano loro, in Lussemburgo, a difendere gli interessi nazionali, il sistema Paese?


Perchè Visco deve dimettersi

giugno 5, 2007

GiornaleEra chiaro che il compromesso, rimozione del generale Roberto Speciale e rinuncia alle deleghe sulla Guardia di Finanza da parte del ministro Vincenzo Visco, non poteva reggere alla prova dei fatti. Il generale non ha perso tempo e giustamente, dal suo punto di vista, ha rinunciato alla nomina presso la Corte dei Conti. D’altra parte, se il governo ha dei sospetti sul comportamento di una delle più alte cariche degli apparati dello Stato, perché non ne ha chiesto un procedimento disciplinare e ha dirottato Speciale alla Corte dei Conti, considerandola un luogo di espiazione? Una forzatura istituzionale per provare a chiudere la partita con un pareggio che il generale non ha accettato, ed è probabile che a questo primo passo segua un successivo ricorso al Tar (che da consigliere della Corte dei Conti, Speciale avrebbe avuto qualche imbarazzo a presentare). Allo stesso modo, il ritiro delle deleghe a Visco rappresenta una palese contraddizione. Delle due l’una: o il viceministro, come ha affermato Romano Prodi, «non ha commesso alcuna forzatura» e allora andava difeso fino in fondo; oppure ha sbagliato, e allora doveva lasciare il governo. Una via di mezzo non esiste, e quindi non può reggere. Quello che sta venendo fuori da questo brutto pasticcio, piuttosto, è un dato politico, come ha ricordato ieri il presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Visco non si fidava degli assetti ai vertici della Guardia di Finanza in Lombardia, li considerava troppo contigui con il precedente governo ( e in particolare con l’ex ministro Giulio Tremonti) e ha provato a cambiare gli uomini nel modo più rozzo. Scatenando una guerra di potere, tra gruppi e clan militari, all’interno della Guardia di Finanza. Una decisione, abbinata alle sue preoccupazioni, della quale non può non avere informato il capo del governo: e forse da questo dettaglio si capisce meglio la prudenza di Prodi. Ancora una volta l’establishment del centrosinistra mostra tutta la sua spregiudicatezza nelle operazioni ai piani alti del potere: perché se Visco avesse deciso di sostituire alla luce del sole, secondo le sue prerogative di viceministro con le deleghe alla Guardia di Finanza, alcuni vertici del personale militare, nessuno poteva avanzare obiezioni. Ci sarebbero state proteste, qualche interrogazione parlamentare: ma tutto sarebbe finito nello spazio di un mattino. L’agire nell’ombra, dosando come in una battaglia navale, le mosse all’interno della Guardia di Finanza e tra i vari gruppi che ne compongono il vertice, ha rappresentato un comportamento ambiguo, pericoloso, estraneo ai diritti di un governo. Ecco perché oggi a Visco resta da fare una sola cosa: dimettersi. Prima che siano i fatti a travolgerlo.

Aggiungiamo di seguito un pezzo riguardante la telefonata tra Romano Prodi e Tullio Lazzaro avvenuta il 2 giugno

Èstata una telefonata cordiale, ma anche molto tesa. Sabato scorso, al termine della parata militare per i festeggiamenti del 2 giugno, Romano Prodi ha parlato a lungo con Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti, a proposito della nomina del generale Roberto Speciale. Lazzaro si è dichiarato «perplesso e sorpreso» per una procedura piuttosto anomala: l’annuncio di una nomina, senza la necessaria richiesta di parere al Consiglio di presidenza della Corte dei Conti, che viene così declassata a «luogo di penitenza». Tra l’altro, il parere del Consiglio di presidenza è obbligatorio ma non vincolante e, negli ultimi venti anni, in un solo caso (la nomina del prefetto Raffaele Lauro) è risultato negativo. Prodi ha promesso l’invio della richiesta di parere, subito dopo l’accettazione del generale Speciale. Ma il “no, grazie” dell’ex comandante generale della Guardia di Finanza, ha chiuso un ennesimo caso di disagio istituzionale. E ha frenato il malumore ai vertici della Corte dei Conti.


Hanno firmato il contratto dei fannulloni

maggio 30, 2007

GiornaleQuello che è stato concordato dal presidente del Consiglio con i segretari generali dei sindacati si può a ragione chiamare il contratto dei fannulloni. Naturalmente nessuno può sostenere che i tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici in Italia siano tutti mangiapane a ufo, e neppure che a questa categoria possa essere iscritta una maggioranza di loro. Però il contratto, nonostante i tanti avvertimenti dall’alto, cioè da esperti anche di sinistra come il professore Pietro Ichino, e dal basso, cioè dagli elettori e segnatamente da quelli del Settentrione, non fa nulla per differenziare i fannulloni dagli operosi e quindi, obiettivamente, favorisce i primi. Qualcuno obietterà che non è il contratto lo strumento adatto a operare questa selezione, che spetta ai dirigenti della funzione pubblica e che deve essere realizzata direttamente dall’amministrazione, indipendentemente da una relazione negoziale con le rappresentanze sindacali. Si tratta di un’obiezione che sarebbe fondata se non esistesse un sistema di relazioni interne alla pubblica amministrazione di tipo rigorosamente consociativo, in base al quale non si muove foglia senza il bollo di accettazione delle sigle sindacali. D’altra parte che il carico di lavoro degli statali non sia massacrante lo sanno tutti: guardando al monte ore complessivo – che va calcolato su 19 giorni mensili – si scopre che lavorano per 9,5 mesi all’anno. Di conseguenza , tra ferie e assenze, godono di 2,5 mesi di vacanza. Per questo la sede della stipula del contratto quadro nazionale, che poi sarà tradotto in una serie di intese specifiche settore per settore, è quella nella quale si può decidere o meno di introdurre modifiche normative e correlazioni tra retribuzioni ed efficienza, e si è deciso di non farlo. Le ragioni e le responsabilità si possono dividere equamente in due tra la cieca arroganza delle confederazioni e la pavida impotenza dell’esecutivo. I sindacati avevano dichiarato inaccettabile e definito provocatoria persino la richiesta del ministro competente di istituire criteri centralizzati di valutazione della produttività, senza i quali, naturalmente, è poi facile accusare di discrezionalità ogni eventuale intervento volto a garantirla. D’altra parte, dopo che Prodi ha affermato che non avrebbe potuto sopportare, per ragioni politiche, una protesta generale delle confederazioni, a queste è risultato facile dichiarare con prepotenza “non negoziabile” l’onerosissima piattaforma presentata. Così di efficienza della pubblica amministrazione si continuerà a parlare solo in inutili e a questo punto patetici convegni, i costi continueranno a pesare sulle tasche dei cittadini e, persino i lavoratori volonterosi passeranno per fessi. Davvero un bel capolavoro!

di Sergio Soave


Come dare una spallata (dopo le elezioni) in 2 mosse

maggio 29, 2007

GiornaleSe proprio Silvio Berlusconi ci tiene a dare una spallata dopo le elezioni amministrative, lo faccia immediatamente con due iniziative politiche. La prima con una forte mobilitazione dell’opinione pubblica: bisogna riaprire il Senato. La melina della maggioranza, consapevole dei rischi che corre ogni volta che si vota a palazzo Madama, ha superato i limiti di una fisiologica tecnica parlamentare e si sta trasformando in un vero esproprio del gioco democratico. Domani si riunisce l’ufficio di presidenza con i capigruppo del Senato (ma ha ancora un senso partecipare a questi incontri?) e, statene certi, il governo se la prenderà molto comoda sulle sedute che pure dovrebbero essere dedicate a temi importanti, come i disegni sulle unioni civili e sulla riforma dei servizi di sicurezza. A un anno dal giorno dell’insediamento del governo Prodi, si è scoperto che il Senato ha lavorato più di cento ore in meno rispetto alla precedente legislatura e non certo per la cattiva volontà dei componenti dell’assemblea. Ma non basta. Di leggi ,praticamente, non se ne sono viste a palazzo Madama, e fino a prova contraria il nostro è ancora un bicameralismo pieno. Così, invece, è truccato. Se la maggioranza fa il suo lavoro di melina, è venuto il momento per l’opposizione di tirare fuori gli artigli. E di scendere anche in piazza, per spiegare agli italiani che non si può governare il Paese con il trucco della chiusura di una delle due Camere. La seconda iniziativa è interna al centrodestra. Il voto alle amministrative è andato bene (si perde, o non si vince, dove la coalizione è spaccata), ed è impressionante l’onda elettorale che monta nelle regioni del Nord. Molto di più di una questione settentrionale: è un pezzo dell’Italia, il cuore della locomotiva economica, che ha ormai voltato le spalle all’Unione e a una maggioranza che predica la riduzione delle tasse e poi stanga i contribuenti, che annuncia riduzioni di imposta con la finanziaria e poi si riprende i soldi con gli interessi attraverso l’aumento dei prelievi degli enti locali. A questo punto il tempo stringe. E prima di impiccarsi a una formula per ricostruire l’alleanza di centrodestra, è opportuno sedersi attorno a un tavolo per discutere, punto per punto, una possibile agenda di lavoro. Sarebbe questa, e non il messianico annuncio di un terremoto elettorale, la vera spallata da dare al governo. Siamo sicuri, infatti, che partendo dai contenuti, da un possibile programma di coalizione, sarà più facile anche trovare la rotta giusta per dare una nuova architettura al campo dei moderati. E la prima mossa, per aprire il tavolo, tocca a chi, sulla base dei rapporti di forza, è ancora il leader dell’opposizione, cioè a Silvio Berlusconi. Faccia un passo, forte e chiaro: lo aspettano innanzitutto gli elettori.


Ma Mussi che cosa pensa di questi rettori?

maggio 25, 2007

L’università degli orrori Questo giornale ha deciso da tempo di dedicare molto spazio a quella che definiamo sul nostro blog  “l’università degli orrori”. Perché di orrori si tratta laddove sono in gioco da un lato interessi generali – la qualità della formazione è uno dei primi punti dell’agenda europea – e dall’altro la difesa corporativa di caste professionali che considerano gli atenei roba loro. Abbiamo scoperto, per esempio, che i rettori si sono specializzati nell’arte della sopravvivenza. Con il trucco delle riforme degli statuti moltiplicano i loro mandati (potete immaginare quale sia la merce di scambio al corpo elettorale dei docenti: volano soldi e incarichi), scardinando così il principio del ricambio al vertice di un’istituzione, cioè la garanzia fondamentale della sua neutralità e della sua efficienza. La procedura è perfettamente bipartisan. La coltivano i rettori di sinistra, gli stessi che poi si esercitano nelle prediche contro il malcostume della vita pubblica, e quelli di destra, più silenziosi ma altrettanto efficaci nella loro autotutela. Succede così che a Cagliari c’è lo stesso rettore da sedici anni, e da Brescia a Perugia, da Roma a Trento, da Firenze a Bologna, i magnifici sono tutti in corsa per cambiare le regole del gioco. E restare ai loro posti. Abbiamo denunciato, e continueremo a farlo, casi evidenti di conflitti d’interessi, in quella zona grigia tra la politica e l’università, molto ben rappresentata, ai massimi livelli, in tutti i gruppi parlamentari e nel governo: il ministro dell’Università, per esempio, è per consuetudine, quasi per diritto naturale, un rettore. L’ultimo caso arriva dalla Sicilia, dove un ateneo locale, tra l’altro non riconosciuto dalla Crui, ha strappato un generoso finanziamento di 300.000 euro mentre mancano soldi dappertutto. E chi ha pilotato la pratica nei corridoi e nelle aule di Montecitorio? Lo stesso deputato, diessino, che ha fondato l’università di Enna e fa parte della commissione Bilancio che istruisce la finanziaria. Abbiamo raccontato i casi di 300 facoltà con meno di 15 studenti (37 ne hanno solo uno), ma con i relativi presidi; master costosi e inutili; atenei con gli elenchi degli iscritti gonfiati per non retrocedere nella classifica dei finanziamenti. A questo punto ci sono venute in testa alcune domande: ma il ministro Fabio Mussi che cosa ne pensa di questi rettori? Tace per solidarietà accademica o per imbarazzo? Pensa di potere intervenire? Da giorni si parla giustamente dei costi impropri della politica, dei privilegi che scorrono come un fiume tra il Parlamento e i partiti. Ma se spostiamo lo sguardo e osserviamo la nostra classe dirigente attraverso il filtro del corpo accademico, allora è chiaro che le caste della politica altro non sono che la proiezione delle tribù della società civile. A partire da quelle universitarie.


La famiglia non si aggiusta con una passeggiata a San Giovanni

maggio 22, 2007

GiornaleCon un gesto di realismo parlamentare e saggezza politica Piero Fassino va dicendo da giorni che occorre un ripensamento sui Dico, magari affrontando la questione senza produrre una legge apposita e andando a modificare il codice civile laddove necessario. Il segretario dei Ds ha ragioni da vendere ed il suo ripensamento merita un plauso sincero, che solo una pseudo-cultura integralista ed affatto laica si ostina a negargli. Fassino ha ragione innanzitutto in termini politici, poiché la soluzione di cui parla apre la strada ad un confronto dentro e fuori la maggioranza (ed anche oltre il Parlamento) che potrà forse portare a qualcosa di buono. Ma Fassino potrebbe avere ragione anche in termini culturali, anche se il condizionale è d’obbligo. Infatti qui viene a galla la questione di fondo, cioè l’inconsistenza culturale di una norma apposita che crea una specie di matrimonio di serie B. Perché questo fanno i Dico, piaccia o meno ammetterlo. Un matrimonio di serie B che produce la demenziale situazione di proporre alle giovani coppie un modello di comportamento non più fondato sulla semplice e chiara differenza tra la scelta di sposarsi o meno (ambedue peraltro reversibili, in presenza del giusto istituto del divorzio), bensì su una terna che prevede la soluzione di mezzo, ipocrita e meschina. Come a dire: voglio sposarti ma solo un po’, dunque facciamo un Dico. Il dovere della politica non è quello di rincorrere i bisogni di tutti anche quando diventano capricci. La politica ha il dovere di indicare modelli virtuosi di comportamento, nei quali deve esserci spazio per l’assunzione di responsabilità. I Dico sono figli di un momento di politica debole, arrendevole, furbetta e qualunquista. Quanto al centrodestra è chiaro che c’è molta strada da fare. Il Family Day, cioè la vera grande novità politica dell’anno, è nato e cresciuto fuori dai partiti della maggioranza e dell’opposizione. È vero che Berlusconi, Fini e Casini ci sono andati, e hanno fatto bene: ma ci saremmo aspettati, già all’indomani del Family Day, un pacchetto di proposte sulla famiglia da parte del centrodestra. Un’iniziativa politica, insomma, che invece ancora non si è vista. Così come, a parte il solito uso del galateo con gli “apprezzamenti” per la svolta di Fassino, bisognerebbe spiazzare la maggioranza con una proposta esplicita di quelle modifiche del codice civile alle quali accenna il leader ds. Per chi non lo avesse capito, la famiglia non è un tema che si esaurisce con una passeggiata a piazza San Giovanni.

di Roberto Arditti


Stipendi troppo alti ai politici italiani? Ecco la soluzione

maggio 18, 2007

GiornaleC’è un modo non demagogico, ma efficace e significativo, per offrire un segnale di buona volontà nel pozzo nero dei costi della politica? Forse, se qualcuno inizia a dare l’esempio. Prendete i deputati e i senatori, spesso considerati dei super privilegiati non solo per le generose indennità (una spesa complessiva di circa 190 milioni di euro l’anno) ma anche per i trattamenti previdenziali e i benefit di cui possono disporre. E’ impensabile, come lascia intendere Franco Giordano in un’intervista al Corriere della Sera di ieri, una legge ad hoc per abbassare gli stipendi dei parlamentari. È impensabile anche sotto il profilo giuridico. E poi che cosa facciamo? Passiamo ai consiglieri regionali, ai giudici costituzionali, ai 472.829 italiani che rappresentano il ceto dei professionisti della politica? Possiamo solo immaginare la pioggia di ricorsi ai Tar e i contenziosi che si aprirebbero. Altra cosa, invece, è una scelta autonoma, libera e trasparente. Una decisione volontaria di deputati e senatori, di centrosinistra e di centrodestra, di devolvere una quota non simbolica dei loro emolumenti (magari il 20 per cento, il quinto dello stipendio, che tanti semplici cittadini accettano di pagare alle finanziarie per pagarsi la casa) a un fondo che potrebbe essere gestito da tre personalità indipendenti. Un fondo per destinare queste risorse fuori dal perimetro della politica, con obiettivi specifici. Per esempio per i risarcimenti alle famiglie delle vittime dei morti sul lavoro, la strage silenziosa che ogni giorno si consuma in Italia. Tra l’altro, queste devoluzioni volontarie in alcuni gruppi parlamentari già esistono, soltanto che servono ad alimentare le casse dei partiti di appartenenza e rappresentano così una forma impropria di quel finanziamento pubblico alle forze politiche tanto contestato e bocciato con un referendum popolare. Un gesto forte e chiaro, avrebbe tre effetti positivi. Il primo è appunto l’esempio: con la spinta dell’iniziativa dei parlamentari si potrebbe mettere in moto un meccanismo a cascata in tutto il sistema degli eletti, compresi quelli delle amministrazioni locali. Pensate: una catena di buona volontà. In secondo luogo, ci sarebbe una risposta all’odiosa, e documentata, intolleranza del ceto politico a ridurre la zona grigia dei suoi privilegi. A fatti concreti si risponderebbe con fatti concreti. E chissà che, lungo questa strada, non si accenda una piccola luce per contrastare il buio dell’antipolitica, la peggiore malattia di una democrazia. Forza, dunque, onorevoli e senatori: fate meno prediche sui giornali e date il buon esempio.

di Marco Stefanini


Endemol? il vero scandalo è la Rai

maggio 16, 2007

GiornaleAltro che «Endemol pensiero unico», come ha scritto il manifesto, e Grande Fratello destinato a dominare l’universo televisivo. Mentre Murdoch cerca di conquistare Dow Jones e il Wall Street Journal, e il gruppo dei media canadese Thomson ha conquistato la Reuters per 12,8 miliardi di dollari. Chi ragiona così è fuori del nostro tempo. Il mondo, quello vero, funziona diversamente. La scelta di Mediaset – settima azienda italiana, per capitalizzazione di Borsa, una volta escluse le grandi banche – è quella di un’azienda che vuole e deve rimanere nel mercato globale. Pena la sua stessa sopravvivenza. Deve, pertanto, rafforzarsi nel suo core business per resistere all’inevitabile pressione della concorrenza. La strada è obbligata. L’ha fatto la Fiat, rinunciando ai sogni di Umberto Agnelli, che inseguiva l’antico mito della diversificazione finanziaria. E per questo, grazie a Sergio Marchionne, è rinata a nuova vita. Lo ha fatto l’Eni, abbandonando la chimica, per gettarsi anima e corpo nella produzione petrolifera. Lo ha fatto Marco Tronchetti Provera rinunciando a Telecom, per concentrare l’attenzione sul business tradizionale della Pirelli. Stesso esempio ha seguito Telefonica, vendendo appunto Endemol e acquistando Telecom. Perché Mediaset avrebbe dovuto scegliere una strada diversa? Per far piacere ai politici di casa nostra e al loro provincialismo? Scelta giusta, quindi, dal punto di vista produttivo, economico e finanziario. In linea con il comportamento delle grandi aziende internazionali. E la Rai? È l’azienda di Stato che sbaglia, prigioniera com’è di una vecchia cultura che risente del suo passato di monopolista pubblico. Quando i telespettatori italiani, per mancanza di concorrenza, erano comunque costretti a seguire i suoi programmi. Senza possibilità di scelta. Ma viale Mazzini resta depositaria del servizio pubblico. Ne siamo consapevoli. E allora dimostri di essere all’altezza di una sfida che non è solo italiana, ma europea e internazionale. Si cimenti, come aveva cercato di fare (con risultati alterni) Pierluigi Celli, con il compito impegnativo della produzione. Lo faccia valorizzando le risorse della cultura italiana, senza rimanere prigioniera di questo confine. All’estero le altre grandi televisioni pubbliche stanno tentando la stessa strada. Ma partecipare a quel pool diventa possibile solo se ciascuna azienda mette in comune qualcosa di proprio. Un valore aggiunto che si è perso nel tempo, sotto il peso delle beghe politiche interne, come il goffo tentativo del governo di azzerare l’attuale consiglio di amministrazione. Un tentativo che porterà la Rai più lontana dal  mercato e più vicina alle aule dei tribunali.

di Gianfranco Polillo


Siamo finiti nel deserto del nulla

maggio 15, 2007

GiornaleMa che roba è questo mondo laico di oggi? Cosa ce ne facciamo di una cultura laica che, come un disco rotto, altro non fa che ripetere a sproposito che le parole del Papa, dei cardinali, dei vescovi, dei leader dei moderati sono “ingerenze” nella vita del Paese? Ma che idea hanno questi laici da quattro soldi della vita, del futuro, della storia? Capiscono o non capiscono (propendo per la seconda ipotesi) che c’è una differenza fra personale conduzione dell’esistenza e modelli collettivi di comportamento? Si rendono conto o no che un’idea laica della vita non può essere affidata al comodo ma miserabile concetto “voglio fare tutto quello che mi va”? La Chiesa fa il suo mestiere, spinta dalla forza dei movimenti cattolici, pur spesso in competizione tra loro. La Chiesa dice la sua, portando la croce delle contraddizioni della storia e degli errori dell’uomo, che loro chiamano peccati. Dice la sua nonostante le vocazioni in calo, l’aggressione dell’Islam, le spinte di proselitismo delle Chiese evangeliche, gli scandali dei preti pedofili o di quelli collaborazionisti dei regimi comunisti. La Chiesa si batte come può, vince e perde sul tavolo della storia per presentarsi dignitosa al giudizio di Dio. La Chiesa sbaglia (quante volte lo ha fatto!), si corregge, prova ad adeguarsi alla storia. E il mondo laico che fa? Quel mondo laico e liberale, ma anche socialista e comunque democratico, non ha una spinta da proporre. Quel mondo laico che esce vincitore dal XIX e dal XX secolo non pensa al futuro. Vinta nell’800 la battaglia per far attecchire il germe della democrazia e vinta nel ‘900 la lotta alle dittature ideologiche in nome del progresso, della libertà e del benessere, non ha in mente un’idea forte per il domani? La Chiesa cerca nella sua storia e nelle sue radici uno strumento per orientarsi nel tempo moderno. A volte a torto, a volte a ragione, parla di corpo umano, famiglia, limiti della scienza, nascita dei figli, confine tra la vita e la morte. La cultura laica assiste inebetita, forse rincoglionita da troppi cocktail su troppe terrazze. I grandi del pensiero liberale e laico, penso a Mazzini, penso a Cattaneo, avevano innanzitutto un’etica, un’idea rigorosa della vita e dei comportamenti da adottare. Oggi vedo un deserto ideale, una pochezza mentale, costruita su libri letti solo in copertina. O vogliamo pensare che l’essenza della cultura laica moderna sta tutta nel timbro postale della ricevuta di ritorno di un Dico frettolosamente spedito? E se il postino se lo perde?

di Roberto Arditti