Il saggio è un’idea saggia o no?

giugno 11, 2007

casa.jpgMa perché ci fanno andare ai saggi di fine d’anno? Non si potrebbero evitare? Sono un obbligo terribile adesso che siamo alla fine dell’anno scolastico. Delle scuole di nuoto, dei corsi d’inglese, delle lezioni di piano… Spesso per arrivarci si tratta di attraversare l’intera città e spesso il figlio o la figlia candidato devono trovarsi all’appuntamento con congruo anticipo, spesso anche vestiti o puntualmente con la divisa. Di solito, all’ultimo non è stirata e lavata la camicia o la camicetta del caso. Prima del saggio c’è sempre un po’ di nervosismo in casa e poi fatalmente si è sempre in ritardo, come ai matrimoni e ai funerali. E poi: diciamoci la verità, quasi sempre si tratta di spettacoli cui non assisteremmo per niente al mondo. Brutti, accaldati, con colonne sonore stonate o mandate in play back. Maestre o suore che suggeriscono il verso o il gesto dimenticato, genitori dei compagni competitivi e invadenti. Professori di ginnastica o maestro di nuoto accaldati. Arbitri di calcetto che alla finalissima del torneo sbroccano… Certo c’è la nostra prole che giustifica qualsiasi sacrificio. Siamo lì a soffrire (con la macchina foto o la tele camerina digitale) spingendoci con gli altri genitori e parenti, alla ricerca della prima fila o quantomeno di uno strapuntino, dal quale assistere alla rappresentazione o alla gara sportiva. Nonni e mamme al seguito abitualmente, dopo tanta tensione, si commuovono. E loro, i figli, rivelano il loro carattere. C’è quello che sembra tanto spavaldo e che al momento buono non si ricorda più che cosa deve fare e quello che invece è sempre passato per timido e fa tutto alla perfezione, percorso netto. Ecco, questa è forse la vera funzione della consueta tortura dei primi di giugno: il saggio, per elementare che sia, è comunque una prova di carattere. Prima iniziale manifestazione di ben altre performance che la vita proporrà a tutti. “Gli inizi sono sempre difficili” dice il Midrash ebraico. E’ questo tipo di disagio che proviamo alle prese con questo immancabile appuntamento di fine anno. Ma nella consapevolezza della vera difficoltà siamo anche più indulgenti, inclinati a ben sopportare. Vista la stagione, di solito finisce con un gelato liberatorio. Una corsa a casa, la voglia di liberarsi della divisa o della cravatta, le foto e le feste dei parenti…Che cosa si deve fare per onorare il dovere di essere genitori, quando finiscono le scuole. E arriva l’estate


Con le maestre di Rignano si è sbagliato due volte

maggio 17, 2007

casa.jpgTorno sulla vicenda di Rignano Flaminio che tanto interesse ha suscitato e perché prende un po’ la “pancia” dei nostri sentimenti e ragionamento. Ne parlo anche in prima persona, essendo stato quasi una giornata intera a casa di una delle tre maestre, subito dopo la sua scarcerazione, per organizzare la prima e unica intervista di Marisa Pucci, venerdì scorso, a Matrix. Ebbene penso proprio che la maestra Marisa sia innocente. So che è sbagliato andare dietro al proprio istinto e alla propria impressione personale. C’è una percentuale di rischio a ragionare così, ma la certezza morale conta. Eccome. La riflessione che mi sento di fare su tutta questa vicenda è questa: lo Stato ha sbagliato due volte nei confronti di queste maestre. La prima volta quando il 12 ottobre dello scorso anno, indagandole per un reato così grave come la pedofilia di gruppo ai danni dei loro allievi, non le ha sospese dalle funzioni di maestre. Se i carabinieri indagano un docente, la preside nel dubbio deve intanto allontanarlo da quella funzione. Ne sono assolutamente convinto. Capisco che gli insegnanti possano temere le denunce di chiunque, se passa questo principio. Ma io lo trovo sacrosanto. Invece la sospensione non è mai arrivata. Il risultato è stato che gli animi si sono esasperati e interpretando in modo burocratico la presunzione d’innocenza, non si sono favorite neanche le indagate. Con la nefasta conseguenza di svuotare le classi, aumentare il disagio, spaccare in due il paese. Secondo errore: l’arresto del 24 aprile. Che necessità c’era? L’inchiesta, hanno spiegato gli inquirenti, aveva bisogno di uno “scossone”. A quel punto il dubbio, che doveva allontanare comunque le maestre dalla scuola, doveva volgersi a favore delle imputate e invece niente, dopo sono scattate le manette con un intervento violento. Lo stesso Stato prima indaga, nel frattempo fa insegnare, poi arresta. Non è forse questa già una catena di errori? Il dubbio è pro reo, ma disciplinarmente non è possibile che nella scuola italiana ci voglia l’arresto per sospendere dalla mansione dell’insegnamento. Il sospetto non va alimentato ma neanche sottovalutato, prima che sia troppo tardi. Non potevano essere assegnate ad una biblioteca fino alla fine delle indagini? Fra l’altro io sono convinto che la scelta sbagliata abbia in qualche modo generato la conseguenza drammatica e violenta della misura cautelare. Mentre una preventiva decisione avrebbe forse svelenito il clima. Mentre è accaduto come se il pm, i carabinieri, la preside agissero per compartimenti stagni, come se fossero di Stati alleati, non tutti servitori della Repubblica italiana.


Vanessa, soltanto la morte cambia le cose

maggio 7, 2007

casa.jpgI miei figli che di solito prendono i treni della linea A raccontano che c’è un’atmosfera un po’ surreale, perché i soliti gruppetti di borseggiatori, di zingari, in genere di stranieri, si vedono molto meno là sotto, nelle viscere della Capitale. È diverso il metrò di Roma. È cambiato dalla morte terribile di Vanessa Russo, la ragazza di borgata Fidene uccisa con un colpo di ombrello nell’occhio, una settimana fa. Alle 3 del pomeriggio in una delle fermate più frequentate: quella della stazione Termini, linea B. Che significa? Almeno due cose. Prima: che tante polemiche sulla sicurezza nel metrò di Roma erano in parte fondate e, sull’onda del delitto, le forze dell’ordine hanno intensificato la sorveglianza. Seconda, e questa cosa è esplosa con evidenza e violenza ai funerali di Vanessa: il risentimento delle persone verso gli stranieri che delinquono. È inutile girarci intorno, si tratta di una forma di aggressività che sicuramente gli zingari di Termini conoscono bene, temono e vogliono evitare in questi giorni. In questo senso, davvero, potrebbe essere un’assenza dovuta ad una situazione psicologica temporanea. Presto, tutto tornerà come prima. E tuttavia ce n’è abbastanza per riflettere. Sulla storia di Doina, prostituita rumena senza protettore, e dunque capace di regolare in proprio i conti con la malavita che controlla i traffici sulle strade della Capitale. Sulla fatalità di un colpo dato con grande violenza ma che è difficile stabilire che volesse premeditatamente uccidere. Sullo status comunitario dei rumeni che pur essendo ex-extracomunitari (scusate il bisticcio di parole) sono percepiti dagli italiani, e dai romani, come pericolosi stranieri. Il fatto è che si fischiano i politici in chiesa, com’è accaduto ieri ai funerali, per la rabbia di un’impotenza evidente: quella delle forze dell’ordine. Doina Matei era già stata denunciata per i litigi con altre prostitute, era anche stata espulsa sulla carta, ma era ancora in Italia. Lavorava bene (come sanno i numerosi clienti italiani che si sono serviti di lei) tanto da potersi permettere una sistemazione a Tivoli da 70 euro a notte. Era seguita da una connazionale minorenne, rimasta coinvolta nel delitto, forse suo malgrado. Insomma una persona potenzialmente pericolosa per la nostra convivenza, ma che i carabinieri e i poliziotti non erano riusciti a fermare, fino a tre giorni dopo il delitto. Da qui nasce la rabbia. Da qui il popoloso deserto che chiamano metrò di Roma.


A scuola non c’è posto per gli orchi

aprile 26, 2007

casa.jpgGli orchi esistono e si muovono nel mondo di oggi con la stessa cattiveria che avevano nelle fiabe. Sfruttano internet, le foto digitali, le telecamere a circuito chiuso. Il caso di pedofilia in una scuola materna pubblica, in un asilo a Rignano Flaminio, a due passi da Roma ha messo il Paese sotto choc. Sei persone, di cui ben tre maestre e una bidella sono dipendenti della scuola, sono state arrestate con l’accusa di avere abusato sessualmente di bambini fra 3 e 5 anni. Piccoli allievi prelevati da scuola e portati in una villa, vicino a scuola e costretti a rapporti con adulti. Rapporti ripresi e poi “venduti” in rete. Il nostro sistema giuridico non ci permette di considerare gli arrestati colpevoli fino a sentenza definitiva, però la sostanza delle indagini sgomenta. Gli orchi esistono, lo sappiamo da tempo purtroppo, e ne abbiamo parlato tante volte a casa Banfi. Del resto c’è un’ipocrisia assurda nella nostra società: da un lato si sbandiera la libertà sessuale, si ride di chi a 20 anni non è ancora andato a letto con una donna (come ben sanno gli spettatori de “La pupa e il secchione”), si bombardano i giovani di messaggi allusivi e stimolanti, e poi quando si scopre, come in questo caso, che un sito di pedo pornografia rende anche 90mila euro al giorno ci si scandalizza. Gli orchi prosperano in una società che non sa più dare limiti al proprio comportamento e dove la commercializzazione del sesso con i minori (ancora reato per il codice penale italiano se fatto da un adulto) fa realizzare introiti iperbolici in tutto il mondo. La prima domanda è: perché non si comincia a condannare un po’ di più la decadenza dei costumi di tutti i giorni? Non è moralismo, ma realismo. Ad esempio quanti insegnanti riprendono le allieve che si presentano a scuola con l’ombelico di fuori? Perché non convocano i genitori? Seconda domanda: perché gli insegnanti della scuola pubblica sono così fuori controllo? È mai possibile che un dipendente delle Poste sia più seguito, anche disciplinarmente dai suoi superiori, in modo più efficace che non un docente? Nella scuola italiana, lo sanno tutti coloro che hanno figli in età di apprendimento, solo il referto del pronto soccorso può convincere la preside a spostare un docente, ad esempio, violento. Altro che licenziamento, ministro Fioroni! Cominciamo a ragionare su come controllare seriamente il comportamento dei docenti e spingiamo le famiglie a scegliere e non a subire. L’ideale è che i genitori possano scegliere la maestra (o il prof di filosofia) dei propri figli, non subirli come una trappola inevitabile. Gli orchi esistono, ma vanno scoperti e isolati in fretta, non lasciati insegnare nella scuola.

casabanfi@indipendenteonline.it


Le tre “esse” che avvicinano l’Italia alla Virginia

aprile 17, 2007

casa.jpgIn anteprima per i lettori del blog, l’articolo di Casa Banfi che trovete domani sul nostro quotidiano. Intanto potete partecipare al sondaggio sul nostro sito

L’altro giorno nella scuola media di una delle mie figlie, in attesa di colloquio, mi è capitato di ascoltare un insegnante che insisteva con una mamma: ma lei lo sa che cosa fa suo figlio al computer tutte quelle ore? Ma lei si rende conto che oggi a undici anni cominciano a bere alcol e fanno sesso con i loro coetanei? La madre sembrava provata alla fine del colloquio. Come se il cielo le fosse caduto sulla testa. Alla strage terribile del Virginia Tech di Blacksburg in Virginia, dove sono morti 33 studenti, ci sono state due reazioni a casa Banfi. La prima è di difesa. Ed è riassumibile così: da noi non succederà mai, perché non c’è il supermarket delle armi che c’è negli Stati Uniti, non esiste quel tipo di paranoia bellicista. Mio figlio grande ha ricordato il film di Michael Moore, Bowling a Columbine che abbiamo anche in dvd. È una tipica vicenda americana, come purtroppo periodicamente accade negli Usa. D’altra parte non esiste una legge sul porto d’armi oltreoceano, chiunque con i soldi può comprarsi fucili, mitragliatori eccetera. Poi però c’è stato fra di noi un altro moto istintivo, una reazione uguale e contraria, venuta a galla nella discussione: quanto siamo diventati simili! Basta vedere i filmati realizzati con gli studenti scampati alla strage. Anche loro col telefonino, anche loro in un meccanismo infernale di auto-referenzialità, anche loro con un’enorme solitudine nei popolosi campus studenteschi. Tanto che nessuno si è reso conto che quel ragazzo di origine asiatiche stava male per davvero. Ieri è emersa la pista passionale come movente del gesto. «Stava cercando la fidanzata», hanno detto ma non si sa ancora se sia tra le vittime. Solitudine, soldi e sms, tre esse che anche da noi, nelle nostre scuole, vanno fortissimo, tre “s” che per una generazione viaggiano in parallelo. Certo in Italia non è mai avvenuta una strage di queste proporzioni in una scuola, ma i casi di suicidi e di disagio si moltiplicano. Che cosa c’è di sbagliato nel nostro modo di convivere? Questa è la domanda giusta che alla fine tutti ci facciamo. Di fronte a una strage come di fronte al suicidio di una ragazzina, violentata dai compagni di classe, o di un giovane accusato di essere omosessuale. Non sono episodi qualsiasi, non sono episodi avvenuti lontano, ma è cronaca italiana di questi giorni. Diciamocela tutta: la Virginia è dietro l’angolo. È inutile fare finta di non saperlo. Speriamo solo di mantenere la nostra legislazione nel campo delle armi. Esiste poi un’emergenza sociale, quella della solitudine dei giovani, troppo sottovalutata dagli adulti di oggi. Che neanche si rendono conto.

casabanfi@indipendenteonline.it


Scuola violenta? Giustifichiamo troppo i nostri figli

aprile 4, 2007

casa.jpgC’è stata una discussione fra di noi a tavola su di chi sia poi davvero la colpa di tanto degrado nella scuola, e in particolare nella scuola media di oggi. La scintilla è un episodio che riguarda mia figlia piccola e per cui sia io che mia moglie abbiamo parlato a lungo con i docenti. Sono insegnanti bravi e appassionati, ma di fronte al cosiddetto bullismo tentano di arginare disperatamente il fenomeno come possono e hanno due muri su cui scontrarsi: le famiglie e i presidi. Nel senso che i genitori innanzitutto tendono a giustificare, coprire, avallare ogni comportamento, anche il più vergognoso. E i responsabili degli istituti scaricano le colpe, non vogliono grane, sono terrorizzati dai familiari arrembanti e tracotanti. Mia moglie, che è contemporaneamente docente e madre, si trova a vivere una situazione quasi di sdoppiamento. Come prof, una volta, per dire, si è vista apostrofare dalla madre di una ragazza, convocata perché la figlia ne aveva fatte di tutti i colori: «Adesso se trovate una cacca di piccione, dite che è Serena mia che gli ha dato il Guttalax!». Fenomenale. I genitori sono spesso i primia trovare le scuse peggiori per non vedere il cattivo comportamento dei figli. Ernesto Galli della Loggia sul Corriere dellaSera ha celebrato un solenne “Addio ai padri”, citando un allucinante dialogo alunno-docente rintracciabile in Youtube, in cui lo studente chiede all’insegnante se non abbia mai pensato a prostituirsi per guadagnare di più. A quel ragazzino non è accaduto nulla. Niente dal padre, niente dal preside. Vi sembra possibile? Assolutamente sì. E ci sono pochi giri di parole da fare. Se sei oggetto di un atto di violenza o di bullismo, l’unica risorsa è prendere e cambiare ambiente scolastico. Nel dibattito che si è sviluppato dopo l’ultima puntata di Casa Banfi, dove prendevo le difese di quel padre di Como che ha cercato di vendicarsi da solo, c’è chi mi ha rimproverato l’annotazione su “ricchi contro poveri”. Semplicemente sostenevo che le scuole dell’obbligo migliori sono quelle dei quartieri con molti immigrati, ragazzi che hanno ansia di imparare. Vedo che Galli della Loggia è della stessa opinione, anche per lui la ricchezza sproporzionata di una generazione di dodici-tredicenni con telefonino e jeans strappato apposta c’entra eccome.


Io sto con il padre che ha picchiato i bulletti

marzo 28, 2007

casa.jpgSolidarietà umana e politica, come si diceva una volta, per il padre di Como che ha aggredito fisicamente i cinque bulletti delle medie che hanno fatto del sesso orale con sua figlia e hanno ripreso l’evento con il telefonino, realizzando un video che ha fatto il giro di tutta la scuola. Ne ho parlato con mia figlia dodicenne, ma, purtroppo, per lei e le sue amiche l’episodio non è così grave come per noi genitori. Certo il papà di Como ha cercato di farsi giustizia da sé, rischiando di rovinarsi ulteriormente la vita. Ma perchè lo ha fatto? I ragazzini sono e resteranno impuniti, così come i loro genitori che li coprono e li comprendono. La dodicenne è due volte vittima. Vittima del branco di maschi che oggi spiegano che era consenziente con il sorrisino sulle labbra. Vittima della reputazione sociale che subito le hanno cucito addosso: la lettera scarlatta della ragazza facile, spedita a tutto l’istituto via cellulare pagato da papà e mamma. Che voltastomaco! I grandi non sanno più che cosa dire a questi adolescenti bombardati da una cultura che li fa crescere troppo in fretta, si fermano al “prometti di non farlo più”. E mostrano tutta la loro debolezza. Non c’è argine all’ignoranza e alla superficialità con cui i ragazzini spendono la propria vita, senza neanche rendersene conto. Fra di noi genitori che abbiamo figli dodicenni e che frequentano le scuole medie statali, l’allarme è alto. Il resto della società non si rende conto che stiamo perdendo il contatto con un’intera generazione, lasciata andare alla deriva. Si salvano i ceti sociali più modesti, le scuole piene di giovanissimi figli di immigrati che hanno una gran voglia di studiare e di inserirsi. Soffrono le scuole dei figli della grande borghesia cittadina, fra i quali già a undici-dodici anni circola la droga e c’è il mito dell’ubriacatura da birra il sabato sera. Griffati, con la cintura dei pantaloni alla caviglia, il sedere in mostra, fanno anche pena perché gli adulti, ormai stufi di averli accuditi, non li seguono più, li abbandonano come se fossero già cresciuti. Il guaio è che non lo sono ancora. Per niente. Hanno molte legittime fragilità, subiscono la reputazione fra i coetanei, i modelli della tv, la legge del branco. Questa delle scuole dell’obbligo è un’emergenza nazionale. I giornali parlano di video e di bullismo, e così minimizzano, trascurano il centro della questione. Non si chiedono da che cosa prendano le mosse tutti questi recenti episodi, ma penso che le famiglie siano strutturalmente svantaggiate in questa situazione. Per questo mi fa simpatia il padre violento di Como. Sbagliando, ha cercato di ribellarsi a una situazione ingiusta.


Chi è Alessandro Banfi, vicedirettore del Tg5

marzo 21, 2007

casa.jpgAlessandro Banfi, (Torino 26 settembre 1959) è giornalista, attualmente vicedirettore di Videonews (Mediaset) e lavora con Enrico Mentana alla trasmissione Matrix, approfondimento giornalistico di seconda serata su Canale 5.

Professionista dal 1983, è stato cronista politico, caporedattore e direttore del settimanale Il Sabato negli anni Ottanta succedendo a Paolo Liguori. Ha lavorato con Lilli Gruber a Raiuno nella trasmissione Al voto, al voto (1994), ha scritto per Epoca, La Notte, Il Manifesto, Vita non profit magazine fondato da Riccardo Bonacina.

Per dieci anni ha lavorato al Tg5 prima come caporedattore Cronaca e poi come Vicedirettore. È un collaboratore del mensile di Cl Tracce.

Suo nonno, Alessandro Banfi, è stato protagonista del primo esperimento di televisione in Italia come dirigente tecnico dell’allora Eiar, suo padre Vittorio, sempre dirigente Rai presso il Laboratorio Ricerche di Torino, ha scritto il primo libro in Italia sui transistor.

La sua rubrica Casa Banfi è pubblicata sull’Indipendente e qui trovate traccia di tutti i suoi interventi finora apparsi


Ho voglia di te visto da un genitore celebre. Casa Banfi

marzo 21, 2007

Partita già qualche settimana su L’Indipendente cartaceo, la rubrica di Alessandro Banfi, vicedirettore del tg5 , sbarca sul blog. Ecco cosa ne pensa di “Ho voglia di te”.

Ebbene sì il ciclone Moccia ha toccato anche casa Banfi. Non poteva essere diversamente, visto che la mia seconda figlia ha quasi 13 anni e sta per finire la seconda media. Siamo finiti in pieno target. E io personalmente sono finito in coda in mezzo agli adolescenti al botteghino del cinema, due sabati fa, ore 14 e 30, all’apertura delle casse. Ci sono tre compagni di classe di mia figlia che devono ancora restituire i soldi anticipati. Cose che capitano. Gli altri fratelli, due più grandi e uno più piccolo, ironizzano parecchio sui libri di Moccia e sulle frasette in “moccese” che proliferano nel mondo delle scuole medie e a casa nostra. Si legge sui muri delle loro scuole: “La nostra storia è troppo grande per finire…” eccetera eccetera. Il mondo sentimentale degli adolescenti è fragile e incerto, e trova nel linguaggio e nei modi stereotipati imposti dal fenomeno dei libri dello scrittore romano un riferimento sicuro. E quindi nessuno si mette i pantaloni, ma i 501 della Levis, nessuno più si chiama con il suo nome intero ma con delle abbreviazioni che a noi suonano buffe e a volte patetiche. Bibi, Ecca, Dili… ma che cos’è una formazione straniera?
E poi parlano tanto di amore eterno, mettono i lucchetti a Ponte Milvio come il loro idolo Scamarcio, ma le loro storie sentimentali sono volubili e un po’ goffe, com’è giusto che sia a questa età. Ma allo stesso tempo sono complicate dal sesso subito, che la nostra società inculca fin dalla più tenera età e da una seria mancanza di punti di riferimento, a cominciare dai genitori. Non ci sono criteri di fondo, non si coltiva la sana inquietudine giovanile basata sulle domande eterne e vere per tutti, da Platone ad oggi, del tipo “Chi sono io?”. L’adolescenza diventa una fascia consumistica, battuta con intensità dalla televisione (che poi viene regolarmente snobbata dopo i 16 anni), da Internet, dai telefonini, dalla moda.
Moccia è una specie di padre adottivo per questa generazione. Che supplisce alla mancanza di rapporto con gli adulti, in gran parte assenti perché distratti, lontani, impegnati in mille altre cose. Li fa leggere e questo è importante perché di solito a questa età pochi leggono. Ma che cosa li fa leggere? Che modello propone? Una vita piatta, superficiale, sentimentale, fatta di marchi di moda e di nomi abbreviati. Di immagine e di apparenza. A volte mi viene da ringraziare il vecchio buon Disney ché almeno in Disney Channel e nei suoi film ci sono dei sentimenti autentici, dei buoni propositi, qualche valore. Droga, fumo e sesso non sono una figata da grandi. Nel nuovo cinema italiano di successo fra gli adolescenti, non c’è neanche questo. E’ bene che i genitori lo sappiano prima di sborsare i 7 euro e 50 per il cinema il sabato pomeriggio, pop corn esclusi. Alessandro Banfi

Hai domande, dubbi, curiosità, commenti? Scrivi a Casa Banfi . Il giornalista risponderà qui sul blog