Antò, fa Galdo…

ottobre 9, 2007

Ed è con grande piacere che annuncio l’apertura del blog del nostro direttore. Basterà puntare i vostri browser a questo indirizzo (ma il nome Antò, fa Galdo… è molto più esplicativo di uno sterile url) e potrete leggere le sue opinioni sull’attualità economica e politica italiana. Per tutti quelli che vogliono una piccola descrizione del personaggio, potete andare qui. Se invece volete leggere cosa ha già scritto sulle pagine del nostro attuale blog, potete pigiare con il puntatore del vostro mouse in corrispondenza di questo link.


I moderati che vorrei – Tredicesimo appuntamento – Linus

ottobre 8, 2007

Domenica isieme a L’Indipendente delle idee, è uscito il tredicesimo supplemento de I moderati che vorrei. Questa volta, intervistato dal nostro direttore Antonio Galdo, l’appuntamento ha visto come protagonista Linus, lo storico dj di radio dj, della quale è direttore artistico. Per scaricare l’intervista a Pasquale Di Molfetta (o Moletta di Pasovale che dirsi voglia) andate a questa pagina e troverete la versione pdf del giornale. Ecco di seguito un piccolo estratto:

Perché la parola moderato piace così poco ai giovani?

La abbinano a una mancanza di personalità, a un colore troppo sfumato. Un grigio pallido o un beige che un ragazzo non userebbe mai per vestirsi.

Colori a parte, è una forma di prevenzione ideologica.

Conta molto, purtroppo, anche il fatto che in questi anni il termine moderato è stato svalutato dal suo uso improprio.

In che senso?

Evoca compromessi, trasformismi, furbizie. Ecco perché, da un punto di vista politico, i giovani considerano la moderazione un grave difetto, salvo poi scoprirne, da grandi, le virtù. Un percorso che conosco bene, perché da giovane volevo fare i 100 metri, poi ho capito che la corsa più importante nella vita è la maratona.

Anche lei si sarà interrogato tante volte sul distacco, l’abisso, tra i giovani e la politica.

È un bel problema, specie per un Paese che penalizza le nuove generazioni.

Il seguito è disponibile qui


I moderati che vorrei – Dodicesimo appuntamento – Alessandro Profumo

settembre 17, 2007

è disponibile per il download sul nostro sito l’intervista che il nostro direttore, Antonio Galdo, ha realizzato all’amministrato delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, per la serie “I moderati che vorrei”. Potete andare a  questa pagina e scaricare il formato digitale del quotidiano di domenica. Invece qui trovate le precedenti uscite. Intanto di seguito un piccolo estratto dell’intervista:

Quando all’estero le chiedono un flash sull’Italia, che cosa risponde?

Chiedo benevolenza. Abbiamo un’immagine peggiore della sostanza delle cose e dei nostri autentici problemi strutturali.

Il più grave?

L’Italia è un Paese con troppa ideologia e poca concretezza. E questo rende difficile qualsiasi cambiamento, qualsiasi riforma. Prenda l’esempio delle pensioni…

Ha vinto l’ideologia?

Purtroppo. L’età media e le aspettative di vita si alzano, e noi mandiamo la gente in pensione a 57-60 anni, quando cioè ci si sente ancora giovani e pronti a fare un secondo lavoro. Altro che difesa dei deboli! Così i giovani, i veri deboli, li colpiamo due volte. Prima perché pagheranno il conto di un sistema previdenziale che non può stare in equilibrio e poi per il fatto che sul mercato del lavoro aumenta la concorrenza di cinquantenni pensionati, in eccellenti condizioni psicofisiche, pronti a essere reclutati.

Torniamo ai difetti strutturali, dopo l’ideologia. In Italia conta più il mercato o una buona relazione?

Una buona relazione, è la triste realtà.


Adriano Sofri: Ma chi sono i moderati?

luglio 16, 2007

Adriano Sofri, nell’ultimo numero di Panorama, è intervenuto nel dibattito sul ruolo dei moderati, lanciato dall’Indipendente

L’Indipendente, diretto da Antonio Galdo, veterano di Panorama, è un giornale di centrodestra, si direbbe ufficialmente. I suoi interlocutori preferiti, o auspicati, sono i «moderati che vorrei», come si intitolano le ampi interviste – manifesto domenicali a personalità del centrosinistra «culturale». Il destino della parola moderato è tortuoso. Designò specificamente una posizione politica del Cattolicesimo, dal neoguelfismo in poi. Anzi, divenne quasi un sinonimo di Cattolicesimo in politica: il moderatismo cattolico. A volte basta un trattino ad accostarlo ad altri aggettivi: clerical – moderato, moderato – democratico, liberal – moderato. Altre volte a quegli aggettivi si contrappone: cattolico moderato contro cattolico democratico, o progressista… Il lessico arranca dietro il ballo in maschera politico. Genericamente, moderatismo significò una distanza dagli estremismi, una predilezione per il centro, o un eufemismo per conservatorismo. Se intendo bene, l’aspirazione di Galdo è estrarre dalla tradizione un’accezione rinnovata del termine moderato, cioè, con un ritorno alla lettera, di ciò che in politica è dotato del senso della misura. Poco? Sta di fatto che l’estremismo di tanta parte della rappresentazione politica corrente (in cui scorrono fiumi di sangue, e per fortuna si tratta di vernice di scena) assegna alla misura un ruolo singolare. Siccome la misura è una benedizione in una curva di stadio, ma non basta, succede al rianimato moderatismo quello che succede al riformismo nel campo del centrosinistra: che i suoi fautori tengono a spiegare che moderazione e, rispettivamente, riforma non vogliono dire un atteggiamento rinunciatario e compromissorio, né una passione spenta o una mancanza di coraggio. Che si può essere misurati e riformatori e capaci di radicalità, altra parola magica dei nostri giorni, dai troppi usi. Domenica scorsa l’intervistato era Andrea Riccardi, il cui Cattolicesimo moderato (quello di Sant’Egidio) non pecca di indifferenza o di scarsa combattività. C’è bisogno di moderazione, dice, e insieme di grandezza. Galdo chiede perché in Italia non ci si sia ancora liberati dal ’68. Non so bene che cosa intenda. Però, in un’altra intervista dello stesso numero del giornale, a un grande latinista e uomo militante come Luca Canali, c’era un errore di stampa malignissimo. A una domanda sugli «uomini della provvidenza» del passato, Canali citava tra gli altri il generale Stilicone. E’ diventato Silicone. Ecco, questo silicone che si infila dappertutto è forse un ingrediente della risposta sul ’68 che non finisce.

oggi la risposta del direttore 


Veltroni leader. Un annuncio di elezioni anticipate

giugno 28, 2007

Posso sbagliare, ma la coreografica investitura di Walter Veltroni alla guida del Partito democratico darà un’accelerazione a quella che considero la più probabile prospettiva di questa legislatura: il ricorso alle elezioni anticipate. Ci sono almeno tre indizi che, sommati, aumentano le probabilità di uno scioglimento anticipato delle Camere. Il primo indizio riguarda la diarchia Veltroni- Prodi. Non può reggere, per un naturale conflitto di interessi. Il premier può sopravvivere soltanto a colpi di compromessi con l’ala sinistra della sua maggioranza, mentre il leader del Pd ha bisogno, per dare un profilo forte alla sua designazione, di uno strappo in senso riformista. Abilmente, Veltroni ha provato ieri a mettere le mani avanti giurando sintonia con il governo e cercando di comporre le due anime della maggioranza con un’apertura sulla lotta alla flessibilità (tema molto caro alla sinistra radicale) e una esplicita richiesta di intervento sul durissimo scoglio della riforma previdenziale. Quando non sarà più candidato, ma leader, Veltroni non potrà più seguire la tattica del doppio binario. Dovrà scegliere. E necessariamente ogni scelta sarà una scossa per il governo. Non a caso sono rimasti soltanto i prodiani a chiedere primarie vere per eleggere il segretario del Pd e per evitare il plebiscito a favore di Veltroni: cercano così di indebolire, e comunque di condizionare, un’investitura che altrimenti sarebbe un macigno sulla strada di Prodi e del governo. Il secondo indizio riguarda il sistema elettorale, rispetto al quale Veltroni non nasconde la sua simpatia per il modello del “sindaco d’Italia” e della democrazia diretta, e dissimula, solo per cautela, una decisa simpatia per il trauma referendario. Una volta raccolte le firme da parte del comitato, Veltroni si troverà a gestire il passaggio referendario da capo del Partito democratico ed è facile immaginare che chiederà alla sua organizzazione di schierarsi compatta dalla parte del sì. E quello sarà un altro colpo decisivo sul cammino della legislatura. Infine, conta l’umore dell’opinione pubblica. Quanto può durare, in termini di gradimento elettorale, l’effettonovità della nomina di Veltroni? Non certo all’infinito. E a quel punto i democratici si troveranno nella condizione di preferire l’azzardo elettorale a un nuovo logoramento che, partendo dall’impopolarità del governo, colpirebbe innanzitutto il loro partito. Ecco dunque, perché, l’investitura di Veltroni significa elezioni anticipate sempre più probabili: il centrodestra è avvertito.

di Antonio Galdo


Ma avete capito come ha vinto Sarkozy?

maggio 8, 2007

GiornaleL’eccitazione ad personam dei leader del centrodestra italiano per la vittoria di Nicolas Sarkozy meriterebbe l’analisi di uno (o una) psicoterapeuta familiare. Ne tirerebbe fuori uno spaccato interessante di quella forma di euforia maldestra, l’altra faccia della depressione, che colpisce grandi e piccoli quando la convivenza diventa opaca, e quindi esposta agli umori di qualsiasi notizia, buona o cattiva che sia. Silvio Berlusconi ha speso la sua premura per informarci di avere ricevuto una telefonata in diretta, sul centralino di Macherio, dal neopresidente francese: della serie “il capo c’est moi”, lo sanno anche a Parigi. Gianfranco Fini, più freddo, si è limitato a confermare l’invito a colazione dell’ambasciatore francese a Roma, aggiungendo però che «ora all’Eliseo siede un amico»: della serie “ho un faro per stare in campo”. Pier Ferdinando Casini, in versione politologo, ha evocato «la forza delle idee», per poi andare al dunque della richiesta di «un leader nuovo anche in Italia»: della serie “io ci sto”. Speriamo che, superata la legittima ansia del commento a caldo, i tre personaggi in cerca d’autore trovino anche il tempo di dare uno sguardo attento al metodo che ha portato Sarkozy a vincere le elezioni come l’homo novus della Francia politica in movimento dopo un lungo ciclo di esauste baruffe tra i soliti noti. Già, perchè la cifra di questa scossa che scuoterà l’Europa è tutta dentro il metodo applicato dal nuovo leader francese. Sarkozy ha sconfitto innanzitutto le suggestioni dell’antipolitica, deriva di una democrazia, segnalata appena nel 2004 da un astensionismo record del 57 per cento dei francesi in occasione delle elezioni europee. Ha scaldato i cuori e attizzato le teste con un’azione a tappeto sui contenuti della sua proposta, dalla demolizione della mitologia del ‘68 al ruolo della religione nella vita pubblica, dal recupero dei riferimenti di un autentico conservatore (la nazione, il merito, i doveri prima dei diritti) al culto della sicurezza. Roba forte. Idee elaborate attraverso una rete gigantesca di pensatoi, riviste, luoghi della cultura. E libri, tanti libri, come dei manifesti, scritti in prima persona e non per una narcisistica presenza nella saggistica editoriale. Poi, con le idee messe sul tavolo, il territorio, la mobilitazione, circoli e associazioni locali, non solo sezioni di partito. Pensate: le proposte di Sarkozy, divise per tematiche, sono state elaborate da 750 esperti e poi discusse da 450mila francesi. Con incontri nei quartieri, faccia a faccia, e con centomila video, non riducendo mai la partecipazione popolare a un ascolto televisivo. Infine, anche questo è metodo, la sintesi, cioè la selezione dei punti decisivi, quelli più innovativi, per scaricarli nel campo della sfida elettorale. E per ancorarli al volto di un vero leader.

di Antonio Galdo


Ma perchè il sindacato non sospende il 1° maggio

maggio 4, 2007

GiornaleMentre a Roma il conduttore Andrea Rivera consumava il rito della gloria plebea con il trucco del sermone anticlericale, a Sorrento due donne, Claudia Morelli e Teresa Reale, restavano schiacciate come dei moscerini sotto il braccio della gru di un cantiere aperto senza i regolari permessi. E poche ore dopo due operai in Calabria ci rimettevano le pelle soltanto per un motivo: lavorare. Il primo maggio italiano è volato così, tra una festa di piazza trasformata in una canea mediatica e una tragedia di uomini e donne consumata nell’indifferenza (a parte le solite condoglianze istituzionali) di un Paese che conta cento morti al mese (ripeto:cento morti) sui luoghi di lavoro. Le chiamano morti bianche, dicono che sono peggio di una guerra, ma nessun dirigente sindacale, nessun Epifani, Bonanni e Angeletti di turno, ha pensato di fare la cosa più semplice per sbattere in faccia all’opinione pubblica l’assurdità di queste stragi: rinunciare alla liturgia del primo maggio, musica rock e siparietti da cabaret televisivo, per dare un segnale forte di indignazione e, questa sì, di protesta. Un modo forte e chiaro per dire: cari italiani, qui c’è poco, anzi nulla, da festeggiare, perchè non si può fare un concerto in nome del lavoro mentre il lavoro significa morte. E invece il nostro sindacato, sempre più povero di idee, di coraggio, ha fatto come quei divi dello spettacolo che difendono sempre e comunque la loro funzione di grandi maestri di cerimonie. The show must go on, ha detto. E così è stato. Quello che è venuto dopo, le polemiche incrociate sulle frasi pronunciate da Rivera, è soltanto un dettaglio della cronaca, un ennesimo assaggio della temperatura contagiosa delle nostre polemiche dentro il palcoscenico della dissimulazione e fuori dalla quotidianità di una tanto scadente convivenza civile. Era importante, invece, quello che poteva arrivare prima, il gesto di una scelta del silenzio quando tanti urlano, l’attimo di una pausa imprevista quando c’è bisogno almeno di riflettere. Pensateci: se i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil avessero raccolto, con concretezza, l’invito ripetuto più volte anche da Giorgio Napolitano, di ribellarsi di fronte a una statistica scritta sulla sabbia dell’ingiustizia, avrebbero dato una prova sorprendente della loro essenzialità. Avrebbero rinunciato al misero dividendo di un concerto ormai troppo ripetitivo per essere autentico, nel nome di una testimonianza molto più utile per chi dovrebbe sentirsi tutelato e rappresentato dal sindacato. E ci avrebbero risparmiato le battute di cattivo gusto del giovane Rivera a caccia di popolarità nell’Italia delle Antonio Galdo morti bianche.

di Antonio Galdo


Cari cattolici, sarete irrilevanti nel Pd

aprile 19, 2007

GiornaleCon appena una decina di anni di ritardo, dopo i congressi che si celebrano questa settimana dei Ds e della Margherita, vedremo il decollo ufficiale del Partito democratico. Preparatevi a un lungo tira e molla sul peso che avranno nella nuova formazione i due azionisti di riferimento, i post comunisti e gli ex popolari, e non perdete troppo tempo a cercare una bussola nella nebbia mediatica, un fuoco incrociato di dichiarazioni e di interviste, che circonda l’identità del Pd. Deciderà (o meglio: ha già deciso) la forza di gravità della politica che non è lieve come una comparsata in tv. Per la legge dell’artimetica che regola i rapporti di forza, per l’egemonia che deriva da una radice più integra, e innanzitutto per l’assetto delle forze politiche sullo scenario europeo, il Partito democratico altro non potrà essere che la versione italiana, riveduta e corretta, della grande famiglia socialista. Dentro la quale la componente dei cattolici democratici non potrà che svolgere una funzione già vista nel film del Novecento politico (ricordate gli indipendenti nel Pci?): una minoranza, attiva e pensante. Ma pur sempre una minoranza. Non a caso, una delle teste più lucide della Margherita in transizione, parlo di Ciriaco De Mita, ha già inventato una sua architettura organizzativa con la quale i cattolici democratici dovrebbero almeno esistere e magari contare. E’ lo schema del Partito democratico federale, con un’autonomia regionale attraverso la quale gli ex popolari, e i loro alleati minori, dovrebbero competere con i post comunisti. Mi dispiace deludere De Mita, ma ammesso che questa teoria diventi regola (vera, non finta), quanto conteranno iscritti e dirigenti provenienti dalla Margherita della Campania, rispetto ai diessini dell’Emilia, della Toscana, della Lombardia, dell’Umbria? Sono e resteranno una laterale minoranza. Leggi il seguito di questo post »


Che cosa ci aspettiamo dal congresso dell’Udc

aprile 13, 2007

GiornaleChe cosa possiamo ragionevolmente aspettarci dal congresso dell’Udc che si apre oggi? Ci saranno di certo atmosfera e baruffe postdemocristiane, ottime per gli articoli di colore sui grandi giornali e per qualche coro di atavica intolleranza ai cromosomi di figli e nipoti della Balena Bianca. Fregatevene, direi in coro ai dirigenti udc. E andate al sodo. Anche perchè questo congresso in termini di nomenclatura è già chiuso con un segretario, Lorenzo Cesa, che resterà il fiduciario organizzativo del leader, Pier Ferdinando Casini, e con i gruppi interni già schierati e quotati. Piuttosto è venuto il momento di fare capire anche a noi che cosa si intende per un partito dei moderati con l’ambizione di raccogliere consensi elettorali a due cifre. Partiamo dalla collocazione, perchè il Centro non è il luogo dell’indistinto e dell’equidistanza. Al contrario: nelle condizioni del Paese, dalle quali non si può prescindere, rappresenta una scelta radicale con la limpida missione di attrezzare una parte del campo politico. Diciamo l’ex area del Polo delle libertà, o anche l’ex centrodestra. E i moderati, per loro natura, sono persone che sanno unire, conoscono l’arte della mediazione abbinata a un’identità. La missione vale per Casini, che farebbe bene a dire parole chiare sull’argomento, e per i Tabacci, i Baccini, i Buttiglione, i Giovanardi, i Cuffaro, cioè per i dirigenti che possono anche avere opinioni concorrenti (è il sale della vita dei veri partiti) ma non per questo non sentire la responsabilità di una direzione di marcia da dare a un partito dei moderati. L’unità non effimera, la sintesi, si costruiscono, infatti, con un progetto sul quale il ritardo dell’Udc è preoccupante. Paolo Messa, che conosce bene facce e spigoli del suo partito, ha spiegato con efficacia, sul Foglio di ieri, che quando si combinano i nomi con i contenuti l’Udc evapora nella nebbia di posizioni inconciliabili e perfino incomprensibili. E non basta girare per i salotti in tv e dare interviste con ottimi propositi per modernizzare l’Italia. Forse sarebbe meglio concentrarsi sui contenuti, sul profilo anche culturale di questo benedetto partito dei moderati. Un lavoro che un tempo facevano, in prima istanza, i vari Centri studi o le varie riviste delle correnti dc, e che oggi, in termini moderni, potrebbe essere affidato, per esempio, a una fondazione e a luoghi della vita associativa, anche laterali alla politica. Come fanno i moderati in tutta Europa. Così, immaginando un partito a rete, aperto e non chiuso ai giochini dei soliti quattro amici al bar, sarà più facile diventare una calamita di establishment e di popolo. E diventerà anche legittimo, e non velleitario, candidarsi alla successione di Silvio Berlusconi, da moderati rivoluzionari (perchè modernizzare l’Italia è un lavoro rivoluzionario)

di Antonio Galdo 


Il partito democratico mano santa per il centrodestra

aprile 11, 2007

GiornaleLa politica non è come il calcio, e a volte devi convincerti a fare il tifo per gli avversari. Perfino quando senti puzza di imbroglio, di carte truccate, di quella goldoniana arte della dissimulazione così cara a un pezzo sempre più obsoleto del nostro establishment. Più si avvicina l’ora x dei due congressi ( Ds e Margherita) che sanciranno formalmente la nascita del Partito democratico e più è chiaro il modello feudale, autoreferenziale, tipico delle oligarchie senza spina dorsale, con il quale si sta mettendo in campo una nuova forza politica. Una fusione a freddo, tra gruppi dirigenti, dicono in coro gli stessi protagonisti dell’operazione. Peggio, molto peggio. E’ l’abbraccio tra due famiglie senza genitori e senza figli, un modello di Dico dello zapaterismo politico in salsa italiana, alle vongole. Nulla che possa scaldare cuori e attizzare cervelli. In fondo, il più onesto nell’autocritica è proprio Romano Prodi che attraverso le colonne dell’Unità, gigioneggia curiale su un fantomatico partito dei cittadini, per poi ricordare stizzoso che il Pd di oggi, nel suo impianto di base, altro non è che il suo Ulivo del 1995. Sono passati 12 anni, il mondo è cambiato un paio di volte, e il centrosinistra italiano è ancora inchiodato ai suoi conti in sospeso, a una guerriglia tra ex giovani di belle speranze, oggi tutti dirigenti che rischiano di non lasciare traccia della loro storia. Eppure, dicevo, dobbiamo fare il tifo per loro. Perchè, mi direte? Leggi il seguito di questo post »