Ora Bearzot piace a tutti

Italo CucciEnzo Bearzot ha compiuto ottant’anni il 26 settembre. Lo chiamavamo Vecio fin da giovane, mi auguro che adesso abbia uno spirito più leggero, un cuore più lieto di quando lo conobbi. Prima litigando, poi realizzando una bell’amicizia, poi finendo lontani, sodali – io spero – almeno nei pensieri. In ritardo sui festeggiamenti (non conto mai gli anni che corrono, neanche i miei) posso solo dirgli «ti voglio bene» con qualche ricordo che ci riporti alla stagione più bella della sua (e mia) vita, il Mondiale dell’Ottantadue. Ho letto, in occasione del compleanno che lo fa a tutti gli effetti anagraficamente senatore (“vecchio” non si usa più) che qualcuno pensò di candidarlo, anni fa, senatore a vita, mentre l’inquilino del Colle era Ciampi. Non se ne fece niente. Forse per volontà dello stesso Bearzot, come a suo tempo aveva fatto Enzo Ferrari, che rifiutò il laticlavio. O forse perché la proposta era stata avanzata dal centrodestra. Se ci fosse stato ancora Pertini, al Quirinale, quell’onore gli sarebbe stato concesso. Il vecchio Presidente gli doveva il giorno più bello della sua vita – la festa mundial del Bernabeu, a Madrid, quando s’era messo a ballare davanti all’attonito Juan Carlos di Spagna – e la più emozionante partita a tressette. Il Vecio è stato perseguitato dall’oblio delle istituzioni. La sua in particolare – quella calcistica – lo archiviò con disagio dopo la vittoria dell’Ottantadue perché l’aveva colta alla faccia dei potenti. Gli hanno tardivamente concesso cariche di nessun conto e lui ha continuato a nascondere il suo dispetto nel silenzio. Al Festival degli Ottant’anni, improvvisamente, son saltati fuori tardivi laudatores, alcuni dei quali spinti dall’antica abitudine di soccorrere il vincitore, altri per cancellare vistosi sensi di colpa. Insieme, naturalmente, ad alcuni narratori smemorati o anche in buonafede. Ho letto che aveva tanti amici, nel calcio, Bearzot. Tranne poche figure secondarie (io fra quelle) gli fu amico Giovanni Arpino. Amen. Il Vecio ne andava orgoglioso, naturalmente: Giovanni s’era prestato al calcio con lo spirito d’un ragazzo ma era un grande, non solo come scrittore. E gli aveva addirittura dedicato un romanzo, Azzurro tenebra, ambientato nello sciagurato Mondiale tedesco del 1974, attribuendogli il ruolo di protagonista. Brera – prima di ingaggiare con Arpino una feroce diatriba – l’aveva definito «il mio Nobel personale», ma le prime frizioni fra i due nacquero proprio a Barcellona, nell’82, nell’interpretazione del bearzottismo. Altri Scrittori Famosi, quelli che seguivano il calcio per quattrini, per diletto, o per farsi leggere da più dei manzoniani venticinque lettori, avuta l’occasione di tramandarlo ai posteri con rispetto e passione lo riempirono invece di sardonici improperi. Il giorno di Italia-Camerun, con un pareggio che ci aprì le porte verso l’irresistibile cavalcata azzurra, un inviato dell’Espresso mi avvicinò e mi chiese, giusto per provocarmi, il significato di “criticoni”. Glielo dissi: «Critici stronzi»; e finii sulle pagine dell’illustre ebdomadario descritto come un deficiente. Poi battemmo l’Argentina, il Brasile, la Polonia e la Germania, diventammo Campioni del Mondo tre volte (come gridò Nando Martellini) e l’Italia di Bearzot fu travolta dai soccorritori. Le discussioni più accese facevano risaltare la voce stenta di Mario Soldati che sparlava di calcio male informato dai suoi galoppini; e le mormorate obiezioni di Oreste del Buono, che tuttavia aveva l’ironica modestia di chiedermi quale Sibilla mi avesse rivelato la vittoria al Mundial; e le battute di Beppe Viola, che invece parlava di calcio davvero e giurava che avremmo perso con ignominia. Marco Tardelli aveva sfanculato i Sapientoni e il suo storico Urlo fece poi capire di che stavo parlando. Adesso risultano tutti amici del Vecio, che li accetta come accetta i convertiti, i ritardatari, i disinvolti, i furbi, gli inutili e i bugiardi. È la saggezza di un uomo perbene che ebbe fra i critici anche Gianni Brera, incredulo di poter vincere quel Mundial fino a giurare «se accadrà mi farò frate». Non lo fece, ma riconobbe al Vecio di aver lavorato bene. Gioann, come tanti, non osava credere nel furlano che amava Orazio. Che ci faceva un intellettuale sulla panchina della Nazionale?

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