Case Chiuse da mezzo secolo

Italo CucciMi perdonerà, il direttore, se il “Dove eravamo rimasti” mi sta conducendo in un luogo proibito dove si presume che lo sport c’entri un bel nulla. L’attualità mi porta prepotentemente davanti all’uscio di un casino. Sì: dite bordello, casa chiusa, casino era. A Livorno, fra via dell’Angelo e via di Santa Barbara. Una cinquantina d’anni fa. Anzi, lasciatemi dire – è storia – mezzo secolo fa. Era il settembre del 1958. Bisognava aver soldi, per entrare, e appena seduti veder circolare le Ragazze in veli trasparenti, reggipetti minuscoli contenenti a malapena frutti sovrababbondanti; e a volte cogliere accenni d’ombra, laggiù, boschetti o foreste malcelate ch’erano l’invito a una conoscenza più intima subito accompagnato da un grido della Signora: ragazzi in camera! Senza soldi, si stava fuori, ed era comunque un bell’andare, gruppetti di perditempo che cianciavano di calcio, soprattutto di ricordi: di quel Livorno che dieci anni prima era stato in Serie A e adesso malinconicamente svernava nella C ma all’Ardenza c’erano sempre i fuochi dei tempi migliori. Fu facile scoprire l’enorme differenza fra le fondamentali passioni della nostra vita: il calcio parlato gratis, il sesso fatto a pagamento. Gli entusiasmi pallonari erano altissimi, naturalmente, perché senza costo aiutavano a trascorrere il tempo, vere e proprie assemblee di competenti interrotte di tanto in tanto da chi usciva tutto tronfio, dal casino, non da chi entrava invidiato e furtivo. Chi usciva aveva naturalmente l’aria soddisfatta e spesso – mentre noi si giudicava la qualità di questo o quel pedatore – dava soddisfazione ai postulanti della lunga attesa spiegando che la biondina veneta era un’artista o piuttosto le intuibili straordinarie qualità della bolognese generosa. C’era spesso, a spingere il dibattito calcistico e insieme negando il fascino della rosa in boccio, Tamara, ch’era un uomo grande e grosso semitravestito da donna, una parrucca rossa e le solite smancerie da signorina e slinguate volgarissime da maschera plautina. Diceva che per lui il casino vero era l’Ardenza, il vecchio stadio sul mare affollato di garzoni e marinai. Ho letto pagine celebri di celebri penne che han raccontato il casino degli intellettuali, come se nel turbinio di improvvisate Salomè si potessero aprire spazi per Croce e Gentile. Sarà anche vero. La Dora di via dell’Ubersetto, a Bologna, mi disse che aveva sempre in casino Nenni e Mussolini che parlavano di politica – nel Venti – e lei doveva fargli anche i tortellini. Per noi, il massimo era intrufolarsi per veder passare in fretta – con la ragazza avanti, a far da guida e da esca e da preda – qualche professore, e magari quel buffo gesuita che credeva di essere irriconoscibile perché si toglieva la veste ma non riusciva a togliersi la faccia da prete e noi lo si aspettava, il giorno dopo, davanti al liceo Niccolini, per ridergli dietro. Alzava il tono, talvolta, l’arrivo del Giornalista. Si capiva che la cronaca del Tirreno era chiusa e lui arrivava con le dita ancora tinte dall’inchiostro del bozzone, aggiornava su fatti e misfatti, anche cose di sport, e ormai, puntualmente, più d’una volta la settimana, annunciava la Fine del Mondo: “Ha vinto la Merlin!”. Sembrava solo una minaccia, quasi l’invito del benpensante a lasciare quei luoghi di perdizione dove lui naturalmente sguazzava; ma poi fu vero. Lo disse la Signora: “Il venti si chiude”. Venti settembre 1958: una follìa che non dimenticherò mai. Come quelle ragazze morbide e pulite – altro che battone da strada – che se avevi la fortuna di prenderle in un momento di relax ti facevano la doppia senza chieder nulla se non di essere ascoltate: perché lo faccio, il bimbo in collegio, l’uomo che mi ha tradita, ma tu ce l’hai la ragazza, se ce l’hai tienila da conto… Adesso che ci penso, spesso ci voleva proprio l’ardore dei diciott’anni per resistere a quei racconti tutti uguali ch’erano scuse presentate non a tutti, magari solo al ragazzo col quale lei, la Signorina, avrebbe intrecciato una tresca. E un giorno Rosetta mi disse: «Vieni la mattina, non c’è nessuno e si sta bene». Roba da fidanzarsi. Venti settembre 1958. Decisi di festeggiarlo – o di piangerlo – come si doveva. Una sorridente colletta mi portò a mettere insieme le Millelire che ci volevano per il salto di qualità: la Sitrì, dalle parti dei Quattro Mori, luogo di delizie borghesi frequentato soprattutto dai cadetti di marina che noi chiamavamo baccalà perché andavano tutti impettiti nelle eleganti divise blu con gli spadini. Mille lire e l’accogliente Signora di quel sito tante volte sognato che ti offriva anche lo spumante, e le ragazze erano più sciccose, più morbide, forse senza storie strappalacrime e comunque quella sera avremmo pianto, tutti insieme, non sui tradimenti e gli abbandoni, sui peccati di gioventù (loro) e sugli innamoramenti senza sfogo (nostri) ma sul gesto incosciente di quella senatrice e dei suoi sostenitori – che immaginavamo tutti sodali di Tamara – che di lì a poche ore avrebbero sigillato le Case del Piacere sbattendoci tutti – loro e noi – sulla strada. Fu bello. Da ricordarsene ancora, dopo mezzo secolo. Lei sapeva anche di latino e disse “repetita juvant” senza chiedere il sovrapprezzo. Poi mi salutò, civilissima, impedendomi accenti di rimpianto. E ridendo: “Sai cosa faccio? Torno a insegnare, e mi sposo”. E quelli li hanno chiusi, i casini.

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