Gli ex amici di Mao

agosto 12, 2007

Italo CucciSu certe storie che finiscono per occupare per giorni e giorni le prime pagine dei quotidiani posso ben dire – senza falsa modestia – che arrivo di solito con tempestività se non con largo anticipo. Due mesi fa, su queste pagine ho affrontato il tema spinoso dei Giochi Olimpici cinesi, ovvero Pechino 8/8/08, raccomandando di avere fiducia nello sport, unico vero esportatore di democrazia nel pianeta Terra. L’altro giorno, a un anno esatto dall’evento, i giornali si son dati appuntamento con il Problema Pechino. Diritti Civili, Pena di morte. Libertà di stampa. Volendo, l’elenco delle inadempienze cinesi è più lungo e intenso di tutti i pensieri di Mao racchiusi nel prezioso, risaputo, esotico Libretto Rosso che i sessantottini incolti impugnavano come un arma contro il Nemico Borghese. Oggi tacciono, scoprendo che il Celeste Impero è risorto sulle ceneri dell’Impero Rosso del vecchio amico Mao, prima idolatrato eppoi dimenticato. Senza vergogna.Vi ho raccontato, due mesi fa, come l’Olimpiade di Pechino sia destinata a concludere felicemente la grande marcia di avvicinamento della Cina alla civiltà occidentale e alle sue regole oggi propugnate con particolare impegno da coloro che solo trent’anni fa fingevano di non vedere come la Cina Rossa ignorasse le più banali norme del vivere civile imponendo ai sudditi del Partito Comunista più forte del mondo un’esistenza da schiavi, minacciata costantemente dalla fame, dalla prigione, dalla violenza omicida. Piaceva, la Cina, ai nostri connazionali di fede marxista, quando era fabbrica di paura, di povertà, di morte. Oggi, all’improvviso, la scoprono “fascista”, liberticida, proprio mentre va assestandosi nel contesto planetario secondo i dettami del liberismo e capitalismo imperanti ovunque, forse perché da potenza ideologica è diventata superpotenza di mercato. Nel concerto delle banalità che comprendono anche un esoterico excursus nei misteri della data d’inizio dei Giochi – 08.08.08, otto agosto duemilaeotto, e qualcuno aggiunge alle 8 di sera – fa storia a sè un illuminato intervento di Enzo Bettiza, che alle banalità non ha mai dato peso. Scrive Bettiza l’otto agosto del 2007: «Da oggi inizia il conto alla rovescia dei trecentosessantacinque giorni (ma saranno 366 per l’anno bisestile tradizionalmente olimpico; n.d.r.). Porteranno la Cina non solo alle Olimpiadi dell’8 agosto 2008 ma addirittura, così scrivono pessimisti e supponenti tanti giornali, a una specie di sorda guerriglia civile con i ventimila giornalisti che per l’occasione saranno presenti a Pechino. Più delle competizoni sportive, saranno in gioco, allora, i capisaldi della democrazia globalizzata…Ritengo che qualunque persona di sane e buone opinioni liberali, magari gli stessi organizzatori indigeni dello storico evento, non possa sottrarsi all’idea che la bonifica democratica di un continente debba coinvolgere, assieme al mercato e al prodotto lordo, anche la vita quotidiana di molte centinaia di milioni di cittadini cinesi. Ma, per l’appunto,quando parliamo della Cina, non dovremmo mai dimenticare che non stiamo parlando dell’Olanda e della Svizzera; la Cina è un continente asiatico di oltre un miliardo di persone… che stanno emergendo a una nuova vita dagli abissi del peggiore inferno totalitario che il mondo novecentesco abbia mai conosciuto…». Mi scuso per la lunga citazione e tuttavia avrei voluto riproporvi per intero l’intervento di Bettiza che spazza via con argomenti inconfutabili montagne di articolesse di maniera intrise di ipocrisia e demagogia, come sei ai Giochi del 2008 dovessero partecipare non gli atleti di tutto il mondo che sono già con lo spirito a Pechino, sapendo che là si scriverà la Storia, ma quei giornalisti che sono ormai abituati a farsi più protagonisti che cronisti degli eventi. Io ci sarò per vedere con i miei occhi quanto sia cambiata, la Cina, dal 1981, quando per quindici giorni la traversai, da Pechino a Shangai a Canton, per raccontare ai cronisti sportivi virtù e vizi del “nostro” sport e nel contempo potei registrare i primi passi del popolo cinese verso un’apprezzabile libertà dopo le inaudite violenze messe in atto dalla Banda dei Quattro. Il mio interprete, il professor Huan Bao, era appena stato liberato da una comune/prigione ed era tornato alla moglie e ai figli. Nelle vie di Pechino si registravano i primi accenni di libero mercato: contadini che vendevano le verdure dei loro poveri campi. I cittadini di Shangai che indossavano camiciole colorate invece delle uniformi blù ancora obbligatorie a Pechino. Le bellezze di Canton che apparivano, vestitissime, nelle pubblicità della fiera campionaria. Era la Luna, quella Cina, oggi è straordinariamente e minacciosamente vicina alla nostra realtà. Dopo i Giochi, ci supererà di un balzo e allora sarà compiuta, ne sono convinto, la lunga marcia verso la libertà. Mi chiedo – gurdandomi intorno – chi siamo noi, per giudicare. Sarà bene, piuttosto, che ci si affretti a capire.


Da buttar via

agosto 12, 2007

tubo_lil.jpgEssere a favore della libera stampa è come augurarsi il bel tempo. Ma c’è il buon gusto, anche. Ricordo con affetto un mio collega d’altri tempi, il quale, dopo avere letto una notizia di agenzia e averla giudicata irrilevante, la buttava nel cestino: «Non c’interessa». Uno come lui mi manca. Non ne possiamo più di Lele Mora, di Fabrizio Corona, di Flavio Briatore, di Lapo Elkann, “uomo più elegante del mondo”. Il rampollo Fiat ha detto la sua sulla politica: «L’ingerenza del Vaticano compromette la competitività». Ma che siamo, in una catena di montaggio giapponese? Il geometra di Cuneo, alias Briatore, ora discetta pure sulla politica: «Il governo deve avere una persona con delle visioni». Ma che siamo, in una fumeria di oppio? Che nostalgia per la mano del mio collega vicino al cestino della carta straccia..


Mussi boccia Cagliari ma dice sì a RomaTre

agosto 11, 2007

L’università degli orroriPasquale Mistretta il rettore eterno dell’ateneo di Cagliari qualche settimana fa ha trovato sulla scrivania del suo studio una brutta sorpresa. In una lettera partita dal ministero dell’Università e della ricerca e recapitata alla sede centrale dell’ateneo cagliaritano il magnifico ha letto che la proposta di modificare lo statuto dell’università era stato bocciato. «Si fa riferimento» – si legge nella lettera a firma del direttore generale del ministero Antonello Masia – «alle modifiche statutarie proposte. Alla luce degli orientamenti ministeriali non si ritiene opportuno modificare le procedure relative agli organici accademici con riferimento alla durata dei mandati. Si ritiene debbano essere conservate le norme attualmente vigenti». Poche secche e chiare righe insomma per dire un rotondo e sonoro no all’ultima modifica della carta statutaria dell’ateneo di Cagliari e anche per sconfessare una consuetudine che in Italia è praticata da un numero sempre crescente di rettori. Il no a Mistretta infatti è il primo che Fabio Mussi pronuncia in merito al problema della modifica degli statuti e che segue a pubbliche prese di posizione del ministro molto critiche nei confronti di un modo sbarazzino di intendere la governance degli atenei. Certo il veto del ministero è “morale” e non vincolante perché l’autonomia universitaria permette di approvare nuovamente la modifica senza dover poi nuovamente passare per l’esame ministeriale. Ed è quello che dovrà fare il Senato accademico di Cagliari dove basterà l’approvazione dei tre quinti dell’assemblea per far passare la modifica allo statuto. Sta di fatto che la bocciatura della modifica dello statuto di Cagliari costituisce un precedente importante. Bravo Mussi dunque, anche se resta da capire per quale motivo il nuovo statuto dell’università di RomaTre, quello che il rettore Guido Fabiani ha modificato per potersi ricandidare ancora una volta dopo aver già governato per tre mandati l’ateneo, sia stato stato approvato dal ministero dell’Università e della ricerca a tempo di record: in appena 10 giorni.

di Riccardo Paradisi


Professori bocciati in tecnologie

agosto 9, 2007

L’università degli orroriAnche se i dati sull’e-learning mostrano risultati brillanti e hanno la fiducia degli utenti, gli atenei nostrani fanno orecchie da mercante. Secondo l’indagine della Fondazione Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane), soltanto uno su dieci integra l’intero insegnamento con risorse e contenuti telematici, e tre su quattro immettono sul web meno del cinquanta per cento delle lezioni, abbandonando al proprio destino migliaia di studenti impossibilitati a frequentare i corsi o costretti a vivere fuorisede. Eppure il sondaggio manifesta un diffuso apprezzamento verso i contenuti reperibili on line. Dispense, libri, appunti, e contributi audiovisivi consultabili, hanno fatto registrare negli ultimi anni notevoli progressi. A tal punto che nel 91 per cento dei casi, gli atenei che li hanno adottati hanno rilevato che gli studenti a distanza acquisiscono maggiori conoscenze e di migliore qualità rispetto a quelli che occupano le aule. Orari flessibili, risparmi sui trasporti, ottimizzazione dei tempi. Tutto lascerebbe pensare che l’e-learning sia una prospettiva destinata a crescere, non fosse che nelle nostre università ristagna. È possibile trovare on line il materiale di un intero corso di laurea soltanto in tre casi su dieci, e appena il 18 per cento degli atenei si è preoccupato di organizzare lezioni sul web per i singoli insegnamenti. Una scarsa apertura alla tecnologia dietro cui si nasconde spesso la diffidenza dei docenti. L’età media avanzata, la consolidata abitudine a concepire l’insegnamento in termini cartacei e verbali, la preoccupazione di dover spendere tempo prezioso nell’apprendimento di nozioni informatiche e nella produzione di contenuti ad hoc hanno ostacolato fino ad oggi la diffusione dell’e-learning. Dall’indagine della Crui, emerge che sei professori su dieci non sono disposti a modificare gli schemi didattici approntati per l’insegnamento, in funzione delle nuove frontiere proposte dalla tecnologia. Considerata la penuria di postazioni informatiche negli atenei italiani, pare che l’apprendimento a distanza continuerà a restare un privilegio di pochi sfortunati.

di Francesco Lo Dico


Nuoro naviga a vista

agosto 8, 2007

L’università degli orroriDopo aver riscontrato che non sono stati previsti finanziamenti e che le ripetute richieste di incontro non hanno sortito nessun effetto in Regione, l’università di Nuoro si avvicina al nuovo anno accademico navigando a vista. Non ci sono soldi su cui contare, e a pianificare le attività didattiche, l’ateneo sardo rischia di fare pura accademia. Con il fiato sospeso anche gli studenti iscritti ai corsi postlaurea dell’Ailun (Associazione Istituzione Libera Università ), scelta obbligata per tutti gli i neolaureati che puntano a specializzarsi per accedere al mercato del lavoro con qualche chance in più. «La situazione dei corsi accademici e dei due master attivati a Nuoro si è fortemente aggravata a causa della mancata assegnazione di risorse per l’anno 2007 – spiega il presidente del consorzio nuorese e dell’Ailun Sergio Russo – a tal punto da pregiudicare fortemente le ordinarie attività delle due istituzioni». Il governatore Renato Soru ha deciso infatti di stanziare le risorse in un fondo unico, e dopo diciassette anni la Finanziaria regionale non presenta nessuna previsione specifica per l’Ailun. Una mancanza che ha spinto Russo a inviare una lettera al presidente Soru e all’assessore regionale alla Pubblica istruzione, Antonietta Mongiu. Ma l’attesa di un riscontro della regione Sardegna, ha creato non pochi problemi logistici anche al progetto di riordino del sistema universitario su cui hanno lavorato il Consorzio universitario e l’Ailun. Sono state messe a punto le linee guida per valorizzare l’ateneo nuorese e le esperienze maturate, si è elaborata una strategia per rafforzare l’identità formativa del polo, ma dopo aver incassato i favori dei soggetti, non si è riusciti ad illustrare il progetto alle autorità della Regione. Se si considera che il presidente Sergio Russo, diellino contestato dalla stessa sinistra per il doppio incarico al consorzio e all’Ailun, ottenne per le due istituzioni circa 4milioni di euro non più tardi dell’anno scorso, per l’università di Nuoro oltre al danno, si preannuncia la beffa.

Antonino Ulizzi


Tartassati bipartisan

agosto 8, 2007

L’università degli orroriLe decisioni dell’ateneo fiorentino in materia di tasse hanno creato tra gli studenti un malcontento bipartisan. A sinistra vengono considerate troppo esose e illegittime, a destra se ne contestano le troppo indiscrete modalità di pagamento. A tal punto che i giovani di Sinistra universitaria hanno presentato ricorso al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ritengono che il contributo degli iscritti sia un autentico «salasso», e si sono rivolti alle autorità perché a loro parere il sistema di fasce economiche elaborato per il nuovo anno accademico eccederebbe i limiti previsti dal dpr 306/1997. La tassazione prevede infatti per legge un massimo del venti per cento rispetto al fondo di finanziamento ordinario, ma secondo i giovani iscritti, «il limite stabilito dalla legge è stato superato dell’1,39 per cento, pari a 3.700mila euro». Dietro la richiesta che le somme indebite siano restituite a ciascun iscritto, cova però verso la gestione del rettore Augusto Marinelli, un risentimento più ampio. Sotto accusa alcune scelte «fallimentari» dell’ateneo, un buco di bilancio ogni anno più farraginoso, e il taglio di numerose risorse per la didattica, la ricerca e i servizi per gli studenti. Che l’ateneo navighi in acque torbide, è intuibile anche dalle proteste avanzate dai giovani di Azione universitaria. «Per iscriversi all’Università di Firenze, gli studenti devono mostrare il conto corrente alla Cgil», denuncia il consigliere comunale di An Giovanni Donzelli. Il presidente di Azione universitaria ha spiegato che nella lettera inviata dall’ateneo fiorentino a tutti gli iscritti, il rettore precisa che che la documentazione può essere consegnata esclusivamente al Caaf Cgil, con cui è stata stipulata una convenzione. Ma è proprio la consegna dei documenti, che sta provocando altri mal di pancia tra gli studenti. Ciascuno di loro deve presentarsi infatti all’appuntamento munito di codice fiscale e dichiarazione dei redditi, ma anche di carte meno tradizionali come l’estratto conto dei conti correnti bancari, postali e libretti di risparmio, Bot, Cct e titoli vari. Chi non ottempera, paga ovviamente il massimo delle tasse.

Francesco Lo dico


Il mistero del taglio delle cattedre

agosto 7, 2007

L’università degli orroriIl taglio delle 1800 cattedre predisposto dal ministero della Pubblica istruzione assume i contorni sempre più oscuri di un giallo. All’inizio della vicenda, la Flc-Cgil aveva dato notizia che il viceministro Mariangela Bastico aveva incontrato i sindacati. Secondo quanto da loro riferito, nel corso dell’incontro avvenuto a fine luglio, il dicastero di viale Trastevere aveva annunciato uno sfoltimento dell’organico docenti. Si era sforato il budget per circa 626 milioni di euro, e per evitare che scattasse la clausola di salvaguardia già predisposta in Finanziaria, e la paralisi dei finanziamenti erogati dal Tesoro, era stato configurato un piano di recupero risorse a danno del monte stipendi. Una circostanza che all’Istruzione ci si era affrettati a smentire con un comunicato in cui si precisava che la notizia di «presunti ulteriori tagli agli organici della scuola» fosse «totalmente priva di fondamento». Quando tutti i docenti pensavano però di poter proseguire le proprie vacanze senza troppi affanni, il sindacato è tornato alla carica con una controsmentita a quanto già dichiarato con intento dirimente a viale Trastevere. La Flc-Cgil ha perciò pubblicato sul suo elenco dettagliato del piano di tagli, con cui il ministero retto da Giuseppe Fioroni, procederà all’eliminazione delle cattedre regione per regione. Si va dalla soppressione di 440 posti in Lombardia (di cui 272 scapito dei docenti di sostegno) ai 230 calcolati in Emilia Romagna, mentre in Lazio i ruoli di sostegno sarebbero decurtati per circa 396 unità. Un colpo di forbici piuttosto doloroso, che ha messo in allarme la Flc. «Ancora una volta siamo in presenza di un vero e proprio taglio aggiuntivo rispetto alle necessità emerse dalle scuole fanno sapere i vertici del sindacato preoccupati dall’equità della misura. Specie in Campania, dove fronte di un numero di iscritti in calo, «oltre alla perdita duemila posti in organico di diritto oggi si è deciso tagliare altri 2mila posti di cui circa 1.200 sul sostegno fanno notare dalla Flc. Secondo il sindacato, sarebbero rischio soprattutto i docenti di educazione musicale, anche i progetti sorti per contrastare la dispersione scolastica. La Flc Cgil si dice pronta a dare battaglia. Sempre che in questo giallo, la colpevolezza del ministero, venga provata in maniera definitiva.

Antonino Ulizzi


L’ateneo di Bari appeso a un filo

agosto 7, 2007

L’università degli orroriNon faranno sognare, ma le intercettazioni emerse dall’inchiesta su Esamopoli, rischiano di togliere il sonno a tutte le nuove matricole dell’università di Bari. E così, adesso che l’indagine volge a termine con il rinvio a giudizio di sei docenti, otto studenti e dodici bidelli, l’ateneo pugliese sceglie la linea dura. Il rettore Corrado Petrocelli ha già fatto sapere che se le accuse di associazione a delinquere, concussione, corruzione, falso ideologico e abuso di ufficio venissero confermate, l’università si costituirà parte civile. Gran parte delle prove a carico risalirebbero infatti a un periodo successivo al trenta giugno dello scorso anno. In quella data i carabinieri fecero irruzione nella facoltà di Economia e colsero in fragrante un bidello e un impiegato alle prese con una tangente da 250 euro. Ma da allora, pare che il gruppo ne incassò molte altre, per un totale di almeno cinquanta. Una piccola attività imprenditoriale con ricavi per 50mila euro, che si era conquistata la clientela – gli studenti – a colpi di minacce. Dalle conversazioni affiora un quadro in cui i docenti ricorrevano a tutto il loro peso baronale, pur di proteggere il business illecito. «Io ho degli amici molto in alto, molto, molto, molto in alto», ricorda uno di loro a un bidello vacillante. La piccola impresa si reggeva anche su tariffari ad hoc e target precisi. «Per le altre materie… a parte diritto… anche un mille euro soltanto, diritto… facciamo 1500», si accordano due professori al telefono. Gli addetti alle aule si incaricavano di contattare gli studenti in difficoltà e gestivano le transizioni in cambio di una percentuale. «Io ti devo portare un ragazzo… si tratta di un italiano… tre virgola cinque (segnale in codice che sta per 3.500 euro)», dice uno di loro a un insegnante. Un mosaico fitto ed oscuro, quello che i magistrati si apprestano a ricomporre. Alla facoltà di Economia, come dice un docente intercettato, «una tessera va ad incontrarsi con l’altra».

Francesco Lo Dico


Chi ha sfregiato il Vittoriano? Nessuno…

agosto 7, 2007

GiornaleC’è voluto più di un mese perché la bruttura estetica e la violenza simbolica degli ascensori costruiti sull’Altare della Patria emergessero con tutta la loro imbarazzante evidenza. Prima, malgrado le immediate ma carsiche prese di posizione critiche di qualche studioso – tra tutti Francesco Arata della direzione musei capitolini – agli onori della cronaca erano balzati i cerimoniali ufficiali d’inaugurazione degli ascensori sul Vittoriano. Celebrati alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e degli immancabili dioscuri Walter Veltroni – sindaco di Roma – e Francesco Rutelli già sindaco di Roma e ministro dei Beni culturali. La retorica di “Roma dal cielo”, promessa dei famigerati ascensori, è durata poco. In rapida successione, dopo le bordate di Arata e quelle interne al ministero – in testa a tutti ad ariete il sindacato Uil – hanno preso posizione Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la bellezza, Roma Capitale, Italia Nostra, Sos Beni culturali e finalmente il Consiglio superiore del ministero presieduto da Salvatore Settis. I politici sono arrivati di conseguenza: interrogazioni parlamentari a raffica, ultima quella di 35 senatori di centrosinistra (tra cui Roberto Mansione, Domenico Fisichella, Cesare Salvi e Marina Magistrelli) che hanno inviato un’interpellanza a Rutelli chiedendo la rimozione della struttura panoramica. Peraltro poco consona a un luogo che resta fino a prova contraria un sacrario. Ultimo colpo di scena i vetri infranti degli ascensori, danneggiamento dovuto pare a problemi di escursione termica, ma che aumenta l’imbarazzo del ministero dove ormai da giorni è partito lo scaricabile delle responsablità. Il ministro Francesco Rutelli per primo si era chiamato fuori dalla querelle chiedendo anzi una commissione di studio per accertare le responsabilità di una realizzazione così visivamente impattante della struttura panoramica sul Vittoriano. Oggi è la volta del soprintentende dei Beni architettonici di Roma Federica Galloni, direttore dei lavori durante la realizzazione degli ascensori: nega di essere lei ad avere autorizzato l’opera. Ma sostiene che il progetto di Paolo Rocchi, realizzato sul Vittoriano, è stato ritenuto ed è sicuramente il migliore degli undici presentati. Figuriamoci gli altri verrebbe da dire, anche se un progetto migliore di quello di Rocchi sicuramente c’era: era quello, scartato per misteriosi motivi, dell’attuale direttore regionale della Puglia Ruggero Martines che prevedeva l’utilizzo di ascensori interni alle due torri del Vittoriano. Da ogni responsabilità sull’archimostro che grava sull’Altare della Patria e su Roma si chiama fuori infine anche il direttore regionale Luciano Marchetti peraltro confermato al suo posto nell’ultimo rimpasto di via del Collegio romano. Chi ha dunque autorizzato i lavori sul Vittoriano? La gobba verde sul bianco Vittoriano è frutto del caso? Intanto al ministero sbuffano: quante storie, dicono, visto che la struttura è removibile. Già, ma considerato che è costata un milione di euro perché allora realizzarla? E se è removibile perché sta ancora li? E se verrà rimossa chi pagherà il costo?

Riccardo Paradisi


Tramonto in sei righe

agosto 5, 2007

tubo_lil.jpgSi prova un senso di tristezza quando scrittori un tempo valenti vogliono a tutti i costi permanere nella vetrina mediatica. Vien da dire che per alcuni inviare pensieri e massime ai giornali sia un gesto solo compulsivo. È il caso di Alberto Arbasino, che si picca d’essere pungente e spiritoso. Però – spiace dirlo – non attira l’attenzione nemmeno delle casalinghe di Voghera, sua città natale. Repubblica gli offre uno spazio intitolato “Tangenziale”. Queste le sue sei righe: «Noi cardinali e soubrettes andiamo in pensione a una determinata età. Ma per i politici, che scalini o scaloni vigono?». Punto primo: non fa ridere, non è arguto. Punto secondo: Arbasino, come si vede, dimostra di non essere mai in pensione. Contraddizione, dunque. Che lui, spericolato ma stanco funambolo della parola, magari considera provocazione, divertissement. Ci vuol altro.

P.M.F.