Gli ex amici di Mao

Italo CucciSu certe storie che finiscono per occupare per giorni e giorni le prime pagine dei quotidiani posso ben dire – senza falsa modestia – che arrivo di solito con tempestività se non con largo anticipo. Due mesi fa, su queste pagine ho affrontato il tema spinoso dei Giochi Olimpici cinesi, ovvero Pechino 8/8/08, raccomandando di avere fiducia nello sport, unico vero esportatore di democrazia nel pianeta Terra. L’altro giorno, a un anno esatto dall’evento, i giornali si son dati appuntamento con il Problema Pechino. Diritti Civili, Pena di morte. Libertà di stampa. Volendo, l’elenco delle inadempienze cinesi è più lungo e intenso di tutti i pensieri di Mao racchiusi nel prezioso, risaputo, esotico Libretto Rosso che i sessantottini incolti impugnavano come un arma contro il Nemico Borghese. Oggi tacciono, scoprendo che il Celeste Impero è risorto sulle ceneri dell’Impero Rosso del vecchio amico Mao, prima idolatrato eppoi dimenticato. Senza vergogna.Vi ho raccontato, due mesi fa, come l’Olimpiade di Pechino sia destinata a concludere felicemente la grande marcia di avvicinamento della Cina alla civiltà occidentale e alle sue regole oggi propugnate con particolare impegno da coloro che solo trent’anni fa fingevano di non vedere come la Cina Rossa ignorasse le più banali norme del vivere civile imponendo ai sudditi del Partito Comunista più forte del mondo un’esistenza da schiavi, minacciata costantemente dalla fame, dalla prigione, dalla violenza omicida. Piaceva, la Cina, ai nostri connazionali di fede marxista, quando era fabbrica di paura, di povertà, di morte. Oggi, all’improvviso, la scoprono “fascista”, liberticida, proprio mentre va assestandosi nel contesto planetario secondo i dettami del liberismo e capitalismo imperanti ovunque, forse perché da potenza ideologica è diventata superpotenza di mercato. Nel concerto delle banalità che comprendono anche un esoterico excursus nei misteri della data d’inizio dei Giochi – 08.08.08, otto agosto duemilaeotto, e qualcuno aggiunge alle 8 di sera – fa storia a sè un illuminato intervento di Enzo Bettiza, che alle banalità non ha mai dato peso. Scrive Bettiza l’otto agosto del 2007: «Da oggi inizia il conto alla rovescia dei trecentosessantacinque giorni (ma saranno 366 per l’anno bisestile tradizionalmente olimpico; n.d.r.). Porteranno la Cina non solo alle Olimpiadi dell’8 agosto 2008 ma addirittura, così scrivono pessimisti e supponenti tanti giornali, a una specie di sorda guerriglia civile con i ventimila giornalisti che per l’occasione saranno presenti a Pechino. Più delle competizoni sportive, saranno in gioco, allora, i capisaldi della democrazia globalizzata…Ritengo che qualunque persona di sane e buone opinioni liberali, magari gli stessi organizzatori indigeni dello storico evento, non possa sottrarsi all’idea che la bonifica democratica di un continente debba coinvolgere, assieme al mercato e al prodotto lordo, anche la vita quotidiana di molte centinaia di milioni di cittadini cinesi. Ma, per l’appunto,quando parliamo della Cina, non dovremmo mai dimenticare che non stiamo parlando dell’Olanda e della Svizzera; la Cina è un continente asiatico di oltre un miliardo di persone… che stanno emergendo a una nuova vita dagli abissi del peggiore inferno totalitario che il mondo novecentesco abbia mai conosciuto…». Mi scuso per la lunga citazione e tuttavia avrei voluto riproporvi per intero l’intervento di Bettiza che spazza via con argomenti inconfutabili montagne di articolesse di maniera intrise di ipocrisia e demagogia, come sei ai Giochi del 2008 dovessero partecipare non gli atleti di tutto il mondo che sono già con lo spirito a Pechino, sapendo che là si scriverà la Storia, ma quei giornalisti che sono ormai abituati a farsi più protagonisti che cronisti degli eventi. Io ci sarò per vedere con i miei occhi quanto sia cambiata, la Cina, dal 1981, quando per quindici giorni la traversai, da Pechino a Shangai a Canton, per raccontare ai cronisti sportivi virtù e vizi del “nostro” sport e nel contempo potei registrare i primi passi del popolo cinese verso un’apprezzabile libertà dopo le inaudite violenze messe in atto dalla Banda dei Quattro. Il mio interprete, il professor Huan Bao, era appena stato liberato da una comune/prigione ed era tornato alla moglie e ai figli. Nelle vie di Pechino si registravano i primi accenni di libero mercato: contadini che vendevano le verdure dei loro poveri campi. I cittadini di Shangai che indossavano camiciole colorate invece delle uniformi blù ancora obbligatorie a Pechino. Le bellezze di Canton che apparivano, vestitissime, nelle pubblicità della fiera campionaria. Era la Luna, quella Cina, oggi è straordinariamente e minacciosamente vicina alla nostra realtà. Dopo i Giochi, ci supererà di un balzo e allora sarà compiuta, ne sono convinto, la lunga marcia verso la libertà. Mi chiedo – gurdandomi intorno – chi siamo noi, per giudicare. Sarà bene, piuttosto, che ci si affretti a capire.

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