Un pozzo di valore

Italo CucciLa morte di Giuseppe Baldo, l’ultimo degli Azzurri di Vittorio Pozzo, avvenuta il 31 di luglio, mi ha riportato a un anno fa, ai Mondiali tedeschi. Prima che la nostra Nazionale cogliesse la sua quarta straordinaria vittoria all’Olympiastadion di Berlino, molto prima, praticamente all’avvio dei giochi, avevo raccontato in tivù – con un nostalgico corredo di immagini logorate dal tempo – la prima grande impresa del calcio italiano in Germania: la conquista dell’oro olimpico nei Giochi del 1936, spettatore Adolf Hitler. Il Fuhrer – fu ben chiaro poi, quando l’esercito italiano cominciò a perder colpi sul fronte greco e africano – non aveva alcuna stima degli alleati: ci riteneva un popolo imbelle, secondo stereotipo mandolinaro. E sicuramente non gradì l’impresa dei “dottorini” azzurri, come non aveva gradito i clamorosi successi di Jesse Owens, il superman nero. Come tanti – allora e ancor oggi – non aveva immaginato quali risorse potesse mettere in campo l’Italia pallonara. Anzi: la risorsa. Ovvero: il lavoro. Arbeit. Il lavoro innanzitutto. “El travail”, come diceva Pozzo. Egli aveva messo insieme una squadra eterogenea: per rispetto della norma olimpica, erano quasi tutti studenti e laureati, come quell’Annibale Frossi che giocava addirittura con un paio d’occhialini professorali e che nel dopoguerra conobbi come Dottor Sottile: era uno strenuo sostenitore del difensivismo “all’italiana” e ne scriveva sul Corriere della Sera arrivando a dire che il risultato perfetto di una partita era lo zero a zero e i gol frutto di errori. Anche se, paradossalmente, era salito alla ribalta come goleador di quella gloriosa Olimpiade. Spiegai perché l’Italia di Lippi somigliasse, secondo me, a quella di Pozzo e avesse tutti i numeri per vincere. Era la stessa spiegazione che avevo dato nell’Ottantadue quando, in quasi perfetta solitudine, avevo pronosticato vittoriosa in Spagna l’Italia di Bearzot: non parlavo di una squadra ma di un gruppo di atleti perfettamente assemblati da tecnici di sicura qualità capaci di lavorare non solo sulla tecnica ma anche sul sentimento. Sulla solidarietà, in particolare. Per dire: Totti, uno che non fa trapelare spesso i suoi pensieri più intimi, ha detto di recente che se Lippi non fosse stato confermato alla guida della Nazionale in partenza per la Germania sarebbe rimasto a sua volta in patria. Facile, retorico: tutti per uno, uno per tutti. La verità. Alla faccia dei tanti commissari tecnici avvicendatisi senza gloria alla guida degli azzurri perché ponevano al primo posto la tecnica, nel senso di puntare al cosiddetto spettacolo. Molti analfabeti calcistici pensano che la partita sia un film, una pièce teatrale, invocano golgolgol e raccolgono sconfitte. Non sanno – ad esempio – che il cosiddetto modulo all’italiana ha sì esigenze tattiche precise ma “veste” anche una straordinaria realtà umana. Queste cose non le ho lette: me le ha raccontate Vittorio Pozzo. Ho avuto la fortuna, negli anni Sessanta, di conoscerlo, di trascorrere con lui ore e ore e di ascoltarlo mentre con sobrietà tutta piemontese – ma sovente come perduto nei ricordi, e allora non parlava con me: evocava – mi diceva della sua Nazionale, delle sue vittorie (due coppe Internazionali, due Mondiali e un’Olimpiade), dei suoi nemici (tanti) e della sua più grande passione, la Patria. Aveva una voce stanca e impacciata ma idee ancora brillanti. E nelle sere da “Rodrigo”, a Bologna, mangiando e bevendo generosamente, si lasciava andare anche a qualche battuta perfida che non dico: i suoi detrattori, tanti e illustri, son tutti morti e pace all’anima loro. Lo detestavano – dicevano – per il suo gioco, i cazzari. Ma spesso facevano capire meglio la motivazione dell’odio, aggiungendo “quel fascista” che, agli ordini del Duce, aveva colpevolmente esaltato l’Italia mussoliniana. Al Duce, in realtà, poco interessava il calcio: fra il Trenta e il Quaranta era tutto preso dal cinema, dalla nascita di Cinecittà. Al pallone pensavano i figli. E qualche gerarcone, nel frattempo, aveva addirittura minacciato di abolire il calcio, sostituendolo con “la volata”. I cretini viaggiano nell’eternità. Vittorio Pozzo, un po’ figlio di Don Bosco e molto alpino, vinceva per l’Italia ed era inteso a dimostrare, pensate, la grandezza degli italiani. Il fascismo, per lui, era una situazione contingente: la Patria non poteva essere d’un uomo, di un partito. Lo ha raccontato anche l’insospettabile Giorgio Bocca: «Vittorio Pozzo era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti». Ma vallo a spiegare, agli antitaliani senza cultura. Adesso che è morto l’ultimo dei ragazzi coi quali aveva vinto nel ‘34 in Italia, nel ‘36 in Germania e nel ‘38 in Francia, avranno meno occasioni di parlarne e sarà ancora più facile tentare di dimenticarlo.

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