Weisz, dallo scudetto al lager

l 16 novembre del 1985 l’Italia di Bearzot – già campione del mondo ma in via di ridimensionamento – giocò una partita contro la Polonia, a Chorzov, e ne uscì sconfitta da un gol di Dziekanowski. Non fu una partita memorabile, lo fu piuttosto l’occasione che ne scaturì: il giorno prima, una vigilia grigia e fredda, la guida che ci accompagnava durante il breve soggiorno a Katowice ci propose un escursione. A 40 chilometri c’era Oswiecim. Auschwitz. Non fummo molti a scegliere quell’insolito programma. Prevalse anzi l’indifferenza accompagnata da alcuni vivaci e rapidi confronti dialettici. Qualcuno – ricordo bene – disse: “Tutte balle”. Al ritorno, non ebbi il coraggio di parlare – come gli altri compagni di viaggio, in verità – e preferii scrivere per il mio “Guerino” un pezzo – illustrato con molte foto da me scattate e documenti di repertorio – , un pezzo che si concludeva con una proposta: padri, insegnanti, portateci i vostri figli, ad Auschwitz, perché vedano, imparino, capiscano. Di quella visita sconvolgente m’è rimasto nella memoria un dettaglio atroce: nel campo di sterminio sormontato da quella oscena scritta in ferro battuto, “Arbei macht frei – Il lavoro rende liberi”, finivano i binari di una ferrovia che attraversava la Slesia e trovava uno snodo importante nella cittadina in cui prosperavano la produzione di gas velenosi usati nei campi di sterminio (lo Zylon B) e le fabbriche della Krupp (acciai) e della IG Farbenindustrie (benzina sintetica e gomma) che sfruttavano il lavoro degli ebrei deportati. Il binario moriva lì, accanto a un largo marciapiede: «I deportati venivano fatti scendere dai vagoni», disse la guida, «e subito intervenivano le guardie per l’operazione più brutale: gli uomini venivano spinti da una parte, le donne dall’altra con i loro bambini. Le famiglie finivano così». È stato questo ricordo che mi ha fatto leggere d’un fiato, con crescente angoscia, un libro di Matteo Marani – redattore al Guerin già durante la mia ultima direzione – dedicato a uno dei più grandi allenatori del calcio italiano, l’ebreo ungherese Arpad Weisz, trascorso in pochi anni dagli onori dei campionati vinti a Milano (con l’Ambrosiana Inter nel 1929-’30) e a Bologna (’35-‘36 e ’36-’37) ai campi di concentramento: Dallo scudetto ad Auschwitz (Aliberti editore) è il titolo. E ad Auschwitz Weisz morì di stenti il 31 gennaio 1944 dopo aver perduto per mano dei carnefici nazisti la moglie Elena e i piccoli Roberto e Clara, sottrattigli alla fine del viaggio della morte. Un personaggio famoso, idolatrato dalle folle sportive, lo scopritore di Peppino Meazza, uno dei maestri di Fulvio Bernardini, un grande innovatore del calcio di quel tempo, aveva dovuto abbandonare l’Italia che ancora lo amava e rispettava a causa delle leggi razziali introdotte nel 1938 dal regine fascista. Weisz fu costretto a lasciare la guida del Bologna il 26 ottobre del 1938 e trovò asilo in Francia, dove pochi mesi prima l’Italia di Pozzo e Meazza aveva conquistato il suo secondo titolo mondiale. Se ne persero le tracce ma, soprattutto, si volle dimenticare la sua fine. Non le sue imprese, che spesso ho sentito ricordare a Bologna dai colleghi Giulio Cesare Turrini e Renato Lemmi Gigli e da vecchi campioni come Amedeo Biavati e Raffaele Sansone e da altri suoi antichi discepoli – testimoni non solo degli scudetti ma soprattutto quella Coppa dell’Esposizione (l’equivalente della Coppa dei Campioni d’Europa) vinta a Parigi nel 1937 battendo il Chelsea – senza ulteriori dettagli, tralasciati per imbarazzo o legittima ignoranza. Perché la fine di Weisz era davvero un mistero. Si legge, questa storia, come un romanzo, ed è invece una ricerca minuziosa, accanita, che Marani ha svolto per anni viaggiando per l’Europa, rovistando negli archivi dell’Olocausto, fino a scoprire fra milioni di nomi quello di Weisz nello Yad Vashem – il sito della memoria dello sterminio – fra i deportati dall’Olanda, l’ultimo Paese in cui si era rifugiato con la famiglia. Dall’Olanda cominciò l’ultimo viaggio verso Auschwitz. «Nel gennaio del 1944», racconta Marani, «Weisz non ha più neanche una speranza…Nelle baracche nude e ghiacce, senza luce né acqua, è sempre più solo. Da un anno e mezzo ha perso la famiglia, da due e mezzo non è più allenatore di calcio, da sei anni ha cessato di essere un cittadino italiano…Sulla terra Arpad Weison ha più legami. Non ha ragioni per continuare a lottare. Il corpo è stato più ostinato di lui…Ma stamattina non ha risposto all’appello delle guardie. Non si è fatto trovare sull’attenti nella fila per cinque che divide da un anno e mezzo con gli altri reclusi…È il 31 gennaio 1944». Alla fine del viaggio alla ricerca di un Uomo, Marani ha fatto un’altra scoperta: Arpad Weisz a Bologna abitava in via Valeriani 39, a meno di trecento metri da casa sua. Era destino che si ritrovassero alla fine di una storia che sembra un romanzo e che adesso nessuno può dire di non sapere.

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One Response to Weisz, dallo scudetto al lager

  1. Matteo Marani ha detto:

    caro Direttore,
    ho letto anch’io di un fiato la sua recensione. Bella, appassionata, umana. Come la persona con cui ho avuto il privilegio – lo dico ai tanti giovani che aspirano a fare i giornalisti – di lavorare per oltre due anni.
    La storia di Weisz è nostra: del calcio, di chi è nato in questa terra, di chi ha la passione per la storia contemporanea come noi. Ancora grazie. Di tutto. Di cuore.
    Con stima. MM

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