Così hanno sfiduciato Tps

giugno 26, 2007

GiornaleUn accordo, alla fine, si troverà. La corda è già molto tesa, il rischio di un corto circuito finale con il Paese trascinato alle urne aumenta di giorno in giorno, e nessuno ha una soluzione a portata di mano per evitare le elezioni anticipate nel caso che il governo Prodi dovesse cadere. Ecco perché sulle pensioni ci sarà il compromesso che scontenta tutti. Innanzitutto gli italiani. Che si ritrovano con importanti, e impreviste, risorse investite per assecondare i sindacati, e senza uno straccio di intervento per quelle fasce sociali che non sono protette da Cgil, Cisl e Uil. I poveri outsider. Continueremo così ad avere la spesa previdenziale più alta d’Europa, insostenibile con gli attuali tassi di crescita demografica, e continueremo a consentirci il lusso di mandare in pensioni lavoratori non usurati, ancora cinquantenni. Gente che poi viene riassunta dalle aziende, talvolta in nero, creando così un tappo, a danno delle giovani generazioni, all’ingresso del mercato del lavoro. Il vero sconfitto da questa estenuante trattativa è il ministro Tommaso Padoa-Schioppa, il parafulmine di ogni protesta all’interno della maggioranza. Il suo dicastero è diventato una buca per le lettere. Prima i quattro ministri della sinistra massimalista, poi un gruppo di senatori dell’Unione, e, a giorni alterni, l’eterno Clemente Mastella e i dirigenti della Margherita. Ognuno pronto a tirare la coperta dalla sua parte, in un governo che non riesce a tenere la barra diritta e continua a sopravvivere a colpi di infinite mediazioni. In queste condizioni, la presenza di Tommaso Padoa- Schioppa al governo è diventata perfino ingombrante, e non possiamo escludere che il ministro ne prenda atto già nei prossimi giorni. Il suo disagio, il suo isolamento, non sono i frutti avvelenati di qualche capriccio, ma rappresentano il segnale dell’impotenza di una maggioranza che non ha mai sciolto il nodo della sua ragione sociale, del come vuole governare l’Italia. Ancora poche ore e avremo in campo il nuovo leader del Partito democratico, il Walter Veltroni invocato come l’uomo della Provvidenza che dovrà rapidamente fare una scelta tra l’ecumenismo parolaio e un netto profilo riformista della sua guida. Ovviamente, c’è da augurarsi che Veltroni imbocchi la seconda strada, ma in questo caso la sua leadership entrerà in rotta di collisione con il governo e con la minoranza estremista che lo condiziona in ogni decisione. E sarà chiara, a quel punto, l’impossibilità di sfidare la legge di gravità della politica. Con un leader forte, decisamente orientato sul versante riformista, la fine del governo Prodi sarà solo una questione di giorni, se non di ore.


Capello, un toro nell’arena

giugno 25, 2007

Italo CucciA pochi giorni dalla fine del Mondiale, un anno fa, la brillante Spagna – brillantina, direi – fu rispedita a casa nonostante la sua apparente qualità tecnica avesse strappato agli scommettitori un pronostico favorevolissimo: la vedevano in tanti Campione del Mondo. Per la prima volta. Gli scommettitori. Gli intenditori no. I competenti sanno che la nazionale spagnola è da sempre la quintessenza del velleitarismo tattico. Non ha mai vinto nulla, il calcio spagnolo in maglia rossa. Solo con la maglia bianca delle merengues, solo con il mitico Real di Madrid forgiato nel tempo dal grande Santiago Bernabeu e da alcuni suoi eredi, è stato dominatore in Europa, facendo per anni della Coppa dei Campioni un dominio privato. Ritorno a un anno fa, in Germania, quando – appena spedita la Spagna a casa con le pive nel sacco – un dirigente della Federazione iberica, forse in piena depressione, dichiarò ai media: «Dobbiamo cambiare mentalità. Se vogliamo vincere dobbiamo anche noi far giocare un Gattuso». Mi dispiace non essermi segnato il nome del suddetto: ne traccerei un ricordo rispettoso. Perché temo che lo abbiano fatto fuori. El senor X è praticamente desaparecido. Colpevole di avere detto una verità impossibile. Il calcio spagnolo, preso da sempre dalla fregola offensivista, non ammetterà mai che esista un calciatore “alla Gattuso” degno d’indossare la maglia delle Furie Rosse. I pallonari spagnoli imbrattacarte non accetteranno mai l’idea di un calcio difensivo, “all’italiana”, mai il contropiede come chiave di volta del sistema tattico, mai il principio “prima non prenderle”. Se poi sostituisci a quello di Gattuso il nome di Cannavaro, ecco il dramma farsesco dell’ultima ora: «Non ci interessa vincere con il calcio taccagno di Fabio Capello», ha scritto – insieme ad un congruo numero di offese personali – il direttore di uno di quei fogli sportivi che gridano con la forza dei due esclamativi tutta l’incompetenza che certi critici hanno accumulato in anni e anni di qualunquismo. La storia di Capello la sapete: ha preso in consegna – dopo un estivo brindisi a base di passito in quel di Pantelleria, abbandonando la Juve al suo destino cadetto – un Real Madrid stracotto a puntino, pieno di presunti galacticos che, come Ronaldo, erano più presenti alle sfilate di moda parigine e sui media scandalistici piuttosto che sul campo. Intuiti i suoi progetti…criminosi, le vecchie glorie dell’avvocato Calderon han preso a far flanella, coinvolgendo anche quell’animella di Andonio Cassano da Bari Vecchia che, invece di badare al proprio destino, è diventato una sorta di buffoncello di corte intento a divorare cioccolata e a deridere l’unico tecnico che già a Roma l’aveva preso sul serio e gli aveva insegnato a giocare e a vivere: Fabio Capello. Ceduto Ronaldo per la gioia di Berlusconi e la rabbia dei media qualunquisti, spedito Cassano fuori rosa, collezionate otto sconfitte e l’esclusione dalla Champions League, Capello ha deciso di far sul serio suscitando quel tanto di professionalità rimasta in Beckham e soci. Beckham non ha rinunciato ai superdollari americani – e infatti se ne andrà a Los Angeles per duecentocinquanta milioni – né alle cenette parigine con Victoria alla Tour d’Argent o alle gite hollywoodiane con Tom Cruise e dolce metà. Ma quando don Fabio ha detto “è ora” si son ritrovati tutti – Roberto Carlos in testa, Cannavaro petto in fuori, Raul con l’orgoglio del leader consumato (in tutti i sensi), Van Nistelrooy con il suo piede d’oro da goleador nato e Beckham con la sua classe esemplare – a realizzare la vittoria impossibile, a conquistare un campionato che doveva essere di transizione o al massimo un lasciapassare per la Champions. Madrid in delirio, panuelos blancos sventolati in segno di letizia, Fabio Capello finalmente ridente con la sua mascella non abusiva spinta verso l’affermazione di una volontà e di uno stile ineguagliabile, lui che ha vinto nove campionati (Juve compresa), due con il mitico Real che adesso lo spinge fra le braccia del tifo ritrovato mentre Calderon e i suoi accoliti sbugiardati dicono no al “taccagno” e lo invitano a togliere le tende. «Dicono che orgogliosamente dovrei sbatter la porta, dimettermi, andarmene corrucciato e sdegnoso», mi confida Capello, «ma se lo tolgano dalla testa: se non mi confermano mi pagheranno fino all’ultimo euro». Si parla di sei milioni, dodici miliardi di vecchie lire. In un modo o nell’altro, Capello è il vincitore. «In realtà», aggiunge el ganador, «vogliono mandare a casa tutti gli italiani: me, il mio staff e Cannavaro». Già: non gli va giù che gli ex italianuzzi ex stortignaccoli abbiano fatto il miracolo di ridar vita a un Real che per veder di meglio deve riandare alle stagioni in cui il grande Saporta dominava gli arbitri e insegnava all’Europa intera cosa fosse la sudditanza psicologica ispirata dalla potenza economica e politica di un club fortemente amato da Francisco Franco. Mi piacerebbe aver la vena poetica e ironica di Paolo Conte e cantar gli spagnoli che s’incazzano per aver dovuto chinare la testa davanti al Bisiaco che s’è portato dall’Italia – come in Italia dalla sua terra di confine – la voglia di lavorare, la grinta del comandante, la capacità di fondere gli uomini nel crogiuolo della passione e trasformarli in squadra. Non sarà Bartali, Fabio Capello, ma la sua vittoria – così fastidiosa per tanti spagnoli sbugiardati e tanti italiani accodati alle iberiche miserie dialettiche – è per me, che ci ho sempre creduto, motivo di orgoglio. Come la vittoria mondiale, un anno fa. In fondo, anche stavolta l’icona del successo è Fabio Cannavaro, ‘o guaglione più forte del mondo.


Bologna, più tasse per tutti gli studenti

giugno 23, 2007

L’università degli orroriGli appelli del rettore Pier Ugo Calzolari sono caduti nel vuoto, e così gli studenti dell’università di Bologna hanno deciso di scendere in piazza contro il caro tasse. Martedì un folto presidio occuperà piazza Verdi, e nei giorni a seguire sono previste numerose manifestazioni di protesta contro quella che molti di loro denunciano come una stangata senza precedenti. E alcuni si dicono pronti a rivolgersi al Tar. «Abbiamo già un ricorso pronto, il rettore così ha aperto una conflittualità forte con il mondo studentesco», fanno sapere i rappresentanti degli studenti, «Più soldi li vada a chiedere a Roma, non a noi». A dare fuoco alle polveri, è bastata la presentazione del nuovo piano di tassazione illustrato dal prorettore Paola Monari, che prevederebbe in particolare forti rincari per le lauree a ciclo unico (architettura, giurisprudenza e farmacia). Obiettivo dell’ateneo bolognese è innalzare i costi di queste discipline per equipararli a quelli previsti per i corsi tre più due. Una questione di uguaglianza, ma gli studenti lanciano un’altra proposta: fare pagare meno anche i colleghi discriminati secondo il rettorato. Con i nuovi parametri di tassazione non ancora approvati dal Senato accademico, laurearsi in giurisprudenza costerebbe più 10.500 euro contro i 7800 dell’anno precedente, mentre per diventare dottore in farmacia non basterebbero più 6mila euro, ma più oltre 7.500. Ma è sulle iscrizioni all’ultimo anno che si concentra lo sconcerto degli studenti dell’Alma Mater: per concludere la facoltà di medicina servirebbero 2.200 euro, contro i 1300 spesi nell’anno accademico precedente, mentre per il quinto di giurisprudenza si passerebbe da poco più di mille euro a oltre 1.600. Il Magnifico però getta acqua sul fuoco: «Paola Monari non ha inteso preannunciare incrementi della tassazione reale, ma si è limitata a porre un problema concreto: quello della contribuzione delle lauree specialistiche a ciclo unico europeo, che forniscono alcuni dei titoli più prestigiosi e valutati dal mercato». Il rettore Calzolari ribadisce che tutti devono contribuire all’elevazione della qualità delle università, ma soprattutto il governo, dal quale molti altri atenei italiani si aspettano meno parole di circostanza e più segnali concreti.


Sono i baroni a frenare il ricambio generazionale

giugno 23, 2007

L’università degli orroriBaronie, assenza di meritocrazia, lontananza dalle esigenze reali delle imprese. Cleto Sagripanti, vice presidente dei Giovani di Confindustria con delega all’education, non usa mezzi termini per descrivere i mali dell’università italiana. Il suo slogan per colmare il vuoto che c’è tra la sfera del sapere e quella dell’industria è «aumentare le frequentazioni sovversive», cioè migliorare il rapporto tra queste due realtà, spesso troppo distanti. «Sovversive», perché quando l’impresa e l’università dialogano con un trasferimento di conoscenze e una ricerca ben canalizzata alle esigenze del sistema produttivo, c’è rivoluzione, cambiamento, innovazione e crescita. «Oggi viviamo una specie di corto circuito», spiega Sagripanti, «le imprese hanno sete d’innovazione, ma l’Italia è tra i Paesi più scarsamente innovativi. Questo perché non riusciamo a innescare meccanismi virtuosi di conversione del sapere scientifico in applicazioni industriali. C’è una scarsa comunicazione tra chi fa ricerca universitaria e il mondo delle imprese, non esiste un organismo centrale che sia in grado di far sapere quale e quanta sperimentazioni si faccia. Il rischio è che il sapere diventi autoreferenziale e non venga messo in circolo». Sagripanti sostiene da tempo la necessità di una «partnership strategica duratura» tra questi due mondi. «Le imprese si dovrebbero rivolgere più frequentemente ai laboratori universitari per risolvere problemi concreti. È necessario frequentarsi di più, scambiarsi informazioni, adottare strategie comuni, fare iniziative di co-marketing arrivando anche a sponsorizzare corsi di studio o intere facoltà». La sua azienda calzaturiera di famiglia, la Manas, testimonial di Miss Italia, da anni sponsorizza l’università di Macerata. Insomma, il sistema universitario italiano, terreno pubblico per eccellenza, dovrebbe aprirsi di più ai privati. In questo il modello americano insegna. Negli Stati Uniti i finanziamenti alle università sono per il 50 per cento privati e per il 50 per cento pubblici. E gli atenei privati americani sono tra i più prestigiosi al mondo: imprenditori, intellettuali e uomini politici versano contributi a favore di specifici progetti di ricerca e le loro donazioni sono diventate oggi dei patrimoni inestimabili. È il caso di Princeton: a partire dalla sua fondazione, nel 1746, il capitale è aumentato fino a raggiungere gli attuali 12 miliardi di dollari. «In Italia», afferma Sagripanti, «non possiamo certo pretendere di eguagliare il brillante sistema statunitense, basato su merito, concorrenza e responsabilità. Ma possiamo almeno cercare di applicare le caratteristiche vincenti di questo modello». Perché il vero problema è nel Dna dei nostri atenei, feudi di rettori e docenti. «Chi vi opera si deve sentire parte integrante della struttura, a partire dai professori che sono le persone-cardine per l’ottimo funzionamento del sistema, ma che spesso svolgono più funzioni e più mestieri, indebolendo la struttura universitaria». E qui entra in gioco la logica del mercato. Secondo il vice presidente degli industriali juniores «l’università dovrebbe essere più aperta, proprio come un’impresa che sta sul mercato. Ma un corpo docente quasi inamovibile, spesso chiuso all’esterno, e sacche di privilegi e sprechi non contribuiscono certo a modernizzarla». La panacea? Sagripanti non ha dubbi: «Una cura massiccia di merito. Oggi, così com’è, l’università rappresenta un sistema iniquo: non premia i più bravi, non garantisce livelli qualificati di preparazione e favorisce la lobby dei baroni, coloro che appartengono a uno status sociale protetto e garantito. Sono loro i nemici del cambiamento e del turn-over generazionale».

di Mara Vitti


Le tracce dei temi come il programma: un mare di parole

giugno 22, 2007

casa.jpgIl mio primogenito è stato uno dei 500mila candidati alla maturità. Martedì la mamma gli ha comprato il pane fresco alle 7 e 30 e gli ha fatto un panino di prosciutto, che si è mangiato, scrivendo il tema. Ha puntato sul diritto e la giustizia (testi di Aristotele, Beccaria e Bobbio, tra gli altri). Ieri la prova era più corta, quattro ore a disposizione, per la versione di latino. Niente panino. E meno male perché Seneca rischiava di farlo rimanere sullo stomaco con quella versione contorta in cui già il titolo non è chiarissimo: “Io ho quel che ho donato”… O lo hai o lo hai donato. O no? Comunque, si sa che è difficile trovare agli esami una versione con un testo normale. Provate, per sfizio, a leggere lo scritto di Seneca tradotto e ditemi se ha un senso. «O quanto avrebbe potuto avere, se avesse voluto! Queste sono ricchezze sicure destinate a restare in un solo luogo nonostante qualsiasi volubilità della sorte umana (lett. in qualunque volubilità della sorte umana); queste quanto più grandi saranno, tanto minor invidia susciteranno. Perché le risparmi come se fosse (patrimonio) tuo? Sei (solo) l’amministratore». Complimenti al Ministero! È già passato qualche anno dalla riforma voluta da Luigi Berlinguer, eppure la prova di licenza liceale non convince ancora. Doveva, nello spirito, svecchiarsi, essere più centrata sui temi e i problemi del Novecento, che è già il secolo scorso. E invece fatalmente conserva quel sapore vagamente ottocentesco… Certo, sulla prova di italiano esistono molte più possibilità oggi. Le tracce del Ministero ieri occupavano 9 cartelle! Tema di letteratura, di storia, di fantasia, come si diceva una volta, che quest’anno riguardava la tv e il villaggio globale. Però resta l’impressione che con tutti questi testi messi nelle tracce, si stenti a capire le qualità e le possibilità dei giovani candidati. Non sarebbe meglio dare loro anche uno spunto minimale. Del tipo racconta e commenta questa fotografia. Oppure parla del tuo amico (o del tuo sport) preferito… cose così elementari. Si dirà: niente di più difficile da fare che le cose semplici. E tuttavia nella complicazione e nella profusione di idee e argomenti ci si può perdere davvero e non arrivare ad un risultato positivo. Quanto alla versione di latino dei classici, possiamo dire che molto dipende dall’esercizio fatto durante l’ultimo anno e senza più il professore interno si rischia di incappare in qualche voto basso. Del resto chi scrive nel lontano 1978 fece un tema perfetto su Giorgione e Leonardo, mentre prese l’insufficienza con una versione di greco da Aristotele. Eppure ciò non mi ha impedito di scrivere, per mestiere, fino ad oggi.


Ma perchè Casini non scioglie l’Udc?

giugno 21, 2007

Ogni volta che sento parlare Pier Ferdinando Casini, penso sempre la stessa cosa: «Ha ragione». Riforme istituzionali, liberalizzazioni, concorrenza, stato Sociale, previdenza. Ruolo dei cattolici in politica. Sul piano dell’agenda, quella dell’Udc è sicuramente la più completa, la più adatta ai moderati rivoluzionari che sognano una modernizzazione possibile del Paese e non inseguono ricette liberiste già superate e revisionate nei paesi anglosassoni. Poi, quando vedo la traduzione delle proposte in atti concreti, mi cascano le braccia. Se il governo del centrodestra non ha realizzato il suo programma, e non ha mantenuto gli impegni con gli elettori, è anche colpa dell’Udc, sempre pronta, in Parlamento, a dare una sponda alle resistenze corporative dell’Italia feudale. E il fatto che il suo leader, in quella stagione, avesse un ruolo istituzionale, non toglie nulla alle responsabilità di un partito che non ha lasciato un segno, se non attraverso la sua interdizione, nella precedente legislatura. Certo: contano i rapporti di forza. E qui siamo di fronte al primo problema, perché le ambizioni dell’Udc, dei moderati, diventano velleità con un minipartito del 6-7 per cento, la cui forza elettorale è concentrata in due regioni, la Sicilia e il Lazio. Una volta scartata l’ipotesi del partito unico con Berlusconi e Fini, e una volta chiarita con fermezza la collocazione nell’area del centrodestra, l’Udc ha una sola strada da percorrere per dare uno sbocco al suo ruolo. Sciogliersi. Chiudere la parentesi, pure necessaria, di una piccola forza politica di natura post democristiana e aprirsi, in mare aperto, per giocare una partita più grande. Un nuovo partito, punto di convergenza di piccole forze già in campo ma innanzitutto calamita di quanti oggi sono fuori dal perimetro della politica, deve nascere con un atto costituente forte. Riconoscibile. Per esempio, un appellomanifesto dei moderati italiani, sottoscritto da personalità più diverse possibile, con un’idea complessiva per governare il Paese. Soltanto così sarà possibile coinvolgere gente come Mario Monti, Savino Pezzotta, e domani, chissà, Luca di Montezemolo. Personaggi che non possono considerare una sponda, un approdo, un partito piccolo quanto circoscritto nella sua identità come l’Udc. Solo così all’universo insofferente dei cattolici verrà data un’opportunità alternativa all’asfittico Partito democratico dove i cattolici al massimo si eserciteranno nella testimonianza. La scommessa dello scioglimento, per allargarsi e non per scomparire, è molto rischiosa, inutile nasconderlo. Ma è l’unica che può consentire di mettere in discussione i rapporti di forza all’interno del centrodestra. Trascinando, invece, una leadership tra un salotto televisivo e un duetto canoro con Fiorello, si può conquistare popolarità per un percorso personale, non certo per un grande progetto politico.


Senza uno strappo l’Europa non cammina

giugno 20, 2007

GiornaleDoveva essere il vertice del rilancio dell’Europa: quello che avrebbe resuscitato la Costituzione impallinata dai due “no” dei referendum in Francia e in Olanda nell’ormai lontano 2005. Rischia, invece, di marcare un’altra sconfitta e di risolversi con l’ennesimo rinvio. Alla vigilia del Consiglio che riunirà, da domani, a Bruxelles i leader dei 27 Paesi dell’Unione, il barometro segna tempesta. Nemmeno l’abilità diplomatica di Angela Merkel, presidente di turno della Ue, è riuscita a cucire un’intesa di massima sul documento che circola da qualche giorno tra le capitali. Le ragioni sono tante. C’è Tony Blair, alla sua ultima uscita da premier britannico, che non vuole arretrare dalla tradizionale “linea rossa” di Londra – nessun condizionamento sulla politica estera, nessuna estensione del voto a maggioranza – perché sa che tutto quello che potrebbe concedere, magari in cambio della futura designazione a primo “presidente europeo”, finirebbe per rovesciarsi sulle già incerte fortune politiche di Gordon Brown, il suo successore designato, che sarebbe poi costretto a difendere un Trattato costituzionale troppo eurocentrico in un referendum che potrebbe segnare la sua sconfitta interna. E c’è la Polonia dei gemelli nazionalisti Kaczynski (Lech, presidente della Repubblica e Jaroslaw, primo ministro) che non vuole mollare sul nuovo sistema di voto che, valutando anche il numero degli abitanti di ciascun Paese, toglierebbe una parte di potere contrattuale a Varsavia. C’è perfino l’Olanda che vorrebbe marcare il primato dei Parlamenti nazionali su quello europeo. C’è Nicolas Sarkozy che non ha partecipato a tutta la fase preparatoria di questo appuntamento e adesso preferisce tenersi al riparo da un fallimento negoziale. Anche perché, tra un anno, dopo due presidenze semestrali deboli come la slovena e la portoghese, capiterà proprio alla Francia l’occasione di salvare l’Europa in tempo per la scadenza del 2009 fissata per mettersi d’accordo sul nuovo Trattato. In mezzo ci sarà l’inevitabile compromesso di facciata al vertice di Bruxelles, ci sarà forse la convocazione di una mini-conferenza intergovernativa per rimettere tutti attorno a un tavolo. Ieri, con un tempismo esemplare, è stato anche diffuso un eurobarometro che rivela come i cittadini dei Ventisette hanno ancora fiducia. Anzi, si aspettano più Europa. Ma finché non si ritroverà un nucleo capace di spingere in una direzione certa, saranno sempre i particolarismi a vincere e a frenare la marcia. Se nel vertice di domani si cominciasse almeno a intravvedere una nuova “locomotiva” europea, sarebbe già un successo. Altrimenti dovremo rassegnarci a un’altra traversata del deserto.

di  Enrico Singer


Noi intercettiamo loro comprano

giugno 19, 2007

GiornaleChe potenza smisurata. Che rete impressionante di rapporti, intrecci telefonate. C’è Ricucci che parla con Latorre e vuole la tessera. C’è D’Alema che parla con Consorte e si fa prendere dall’entusiasmo. C’è Fassino che s’informa perché deve incontrare Abete. C’è Fiorani che parla con tutti e ci mette i quattrini. C’è Fazio che non parla, ma c’è. O se parla lo fa a tarda notte. C’è Sacchetti, perché senza di lui il roccioso compagno Consorte si sente perduto. E poi c’è Gnutti da Brescia e Grillo da La Spezia. Tutto un gran giro di telefonate, di allusioni, di incoraggiamenti. E c’è Billé. E Caltagirone naturalmente, perché non sia mai che lo si lascia fuori. E c’è Rovati che parla con Ricucci per conto di Prodi. E c’è Comincioli che parla con Ricucci per conto di Berlusconi. Tutti cercano tutti, parlano con tutti, telefonano a destra e a manca. Furbi, furbissimi sembrano. Entrano di nascosto in Banca d’Italia (Fiorani) o si fanno scudo con schede telefoniche dei paesi più diversi. Usano prestanome o fanno leva sui più arditi strumenti finanziari. Scalano di qua, scalano di là. E poi mica ci sono solo gli italiani. Mica vorremo pensare che si tratta di una robetta provinciale, signori miei. A no che non la si può metter così. Ecco allora spuntare lo spagnolo Agag, in contatto con Livolsi. Ecco allora il francese Lagardère, che è addirittura amico del nuovo presidente Sarkozy. Insomma un gran bel pacchetto di mischia, forte di agganci con la politica al livello più alto, forte di un sacco di soldi a disposizione, forte di un piano coi fiocchi. E soprattutto forte di un convincimento comune, di un spirito conquistatore, di una gioiosa complicità. “Era tutto un ciao Piero, ciao Massimo”, sintetizza il nostro oracolo Ricucci. Gioiosa complicità assai necessaria, perché la partita è rischiosa. Ci si può perdere il posto, anche se fai il governatore della Banca Centrale. Ci puoi finire in galera, anche se sei una stella nascente della finanza. Insomma un “Gioco Grande” per cavalieri senza macchia e senza paura. Un gioco talmente grande, talmente complesso, così ben riuscito che se ne guardi i risultati sei tramortito dalla loro evidenza. Vedi allora che due anni fa Banca Antonveneta era italiana ed ora è olandese. BNL era italiane ed ora è francese. Addirittura Telecom era italiana ed ora è (quasi) spagnola. Forse qualcosa non torna nel Gioco Grande. Ma no, ma no. È solo un’impressione. Sarà il caldo. Inizia l’estate. Vamos a la playa.

di Roberto Arditti


Cherubino a peso d’oro per il new look Sapienza

giugno 19, 2007

L’università degli orroriUn angioletto vergato in oro che spiega le sue ali su un elegante sfondo rosso. È con un nunzio celeste che l’università La Sapienza di Roma ha deciso di inaugurare la tanto attesa svolta dell’ultimo anno accademico. Un piano di investimenti che conta su otto cantieri aperti. Nuove sedi, alloggi, parcheggi e spazi più ampi per la ricerca e la didattica. Dopo anni di sovraffollamento e disservizi, l’ateneo ha investito 350 milioni di euro, per cancellare il violento attacco del settimanale Newsweek che, lo scorso anno, sbeffeggiò l’università romana accusandola di «tenere le lezioni in tendoni da circo». Ma l’opera di restyling, dagli Usa, ha spostato polemiche e malumori direttamente a casa nostra. Tutta colpa del prezioso cherubino cui l’università capitolina ha affidato il nuovo look. Un logo, costato 223mila euro, che di questi tempi è sembrato a professori e studenti uno spreco bello e buono. Una cifra che la dirigenza ritiene del tutto congrua. Detto infatti dei 350 milioni destinati allo sviluppo edilizio, la Sapienza ha stanziato altri 700mila euro per i casi più urgenti di riqualificazione, «rispetto ai quali», fanno sapere dall’ufficio comunicazione dell’Università, «i 186mila euro (senza iva, ndr) investiti per l’identità visiva sono proporzionati ». A tarpare le ali del cherubino, però, si sono aggiunte anche le 353 firme che i professori hanno spedito al rettore. Sotto accusa la nuova dicitura che accompagna il logo: “Sapienza”, sic et simpliciter, senza l’articolo. Molti designer hanno infine criticato anche la gara d’appalto che aveva una base d’asta di 200mila euro, ritenendolo un bando su misura per favorire i concorrenti più facoltosi.


Pavarotti: “Ragazzo farai strada!”

giugno 19, 2007

Alberto Profeta, cantante lirico, nato a Palermo il 14 novembre del 1978. Figlio d’arte: nonna soprano, padre, sorella e fratello cantanti e madre pianista. La sua è una passione che l’ha travolto sin dai primi anni di vita: all’età di 5 anni già conosceva a memoria tutte le operette (My fair lady, Cavallino bianco…).

A 11 anni l’esordio in tv, (in emittenti siciliane) – a 18 anni approda a Mediaset, nella trasmissione di Enrico Papi ed in seguito nel programma “I tre tenori” condotta da Pippo Baudo. Nello stesso periodo Alberto, con la sua voce, ‘contribuisce’ alla riapertura del maestoso Teatro Massimo di Palermo; ed ancora, viene scritturato dal Teatro del Cairo per il centenario di Giuseppe Verdi.

Nel corso della sua carriera artistica ha interpretato le opere della più alta lirica mondiale: “Il barbiere di Siviglia, “Rigoletto”, “La traviata”, “Turandot”, “Tosca” e la “Boheme”.

Ha studiato con grandi maestri quali Renato Bruson, Ronaldo Panerai e Magda Olivieri.

Nella città di Fano conosce Pavarotti, il quale dopo averlo ascoltato al Teatro della Fortuna dichiara “Ragazzo tu hai davvero una bella voce, sarai un gran tenore. Farai strada”.

Dal 14 marzo al 27 maggio 2007 ha lavorato con il Piccola LiricoTeatro Flaiano di Roma interpretando il ruolo principale (maschile), Cavaradossi, della Tosca di Puccini. Oggi il suo successo è arrivato alle stelle, non solo a livello nazionale ma anche internazionale. La critica italiana ed inglese, nel corso della stagione, è completamente ‘impazzita per la sua voce’. Un giornalista francese ha scritto: “Bravo aux interprêtes et notamment au ténor Alberto Profeta dont la voix avait la chaleur et une force digne de Pavarotti…”. Nel mese di maggio (2007), la Rai (Radio Televisione Italiana), all’interno della trasmissione “Sabato in famiglia” ha ospitato Alberto Profeta, che ha deliziato il pubblico cantando “Lucevan le stelle” (Tosca).

Al Teatro Flaiano, l’ultima sera, Profeta ha voluto ringraziare la regista Rossana Siclari, Gianna Volpi, tutto lo staff tecnico / organizzativo e il pubblico presente in sala cantando, dopo lo spettacolo, “Nessun dorma” di Puccini e “O sole mio”. Visto il grande successo di questa stagione Alberto Profeta ritornerà con la Tosca a settembre sempre al Teatro Flaiano di Roma.

 

[via Mondoteatro.it]