A Genova il rettore licenzia chi trova denaro per l’ateneo

L’università degli orroriOrmai sembra che lo scopo dell’università di Genova sia quello di suscitare meraviglia. Non si spiega altrimenti il comportamento che il rettore Gaetano Bignardi sta tenendo in queste settimane. Dopo avere infatti scoperto che per investimenti sbagliati o mal gestiti l’ateneo genovese aveva maturato un buco di 17 milioni di euro, il magnifico adesso chiude l’unico ufficio dell’amministrazione che negli ultimi anni era stato capace di far registrare utili per l’ateneo. E considerando anche il fatto che le spese dell’università genovese, buco a parte, sono aumentate del 50 per cento nell’ultimo anno, appare a detta di molti una scelta del tutto incomprensibile. L’ufficio è quello per l’innovazione e il trasferimento tecnologico diretto da una brillante dirigente, Jenny Racah, che era riuscita a far guadagnare all’università parecchi soldi con una serie di contratti esterni. Una follia il suo licenziamento secondo la stragrande maggioranza dei docenti dell’ateneo, che hanno sottoscritto una lettera chiedendo spiegazioni sul perché il rettore abbia voluto rinunciare «alla preziosa collaborazione di un funzionario di altissime qualità professionali». Perché insomma chiudere un ufficio che dal 2001 monitorava le fonti di finanziamento italiane e straniere individuando e cogliendo occasioni, che aiutava i docenti a presentare proposte di ricerca convincenti, che trovava alleati in aziende ed enti pubblici? A questa domanda non c’è risposta. I risultati infatti dell’ufficio diretto dalla Racah sono un crescendo di successi: nel 2001 i fondi pubblici e privati acquisiti dall’università per l’attività di ricerca ammontavano a 26 milioni di euro, nel 2004 salgono a 31 e nel 2006 a 37. Magari faceva comodo un rientro di questa entità alla fine del 2007 visto che questo per l’ateneo genovese è l’anno del buco. Ma si sa, il rettore Bignardi ama i paradossi. Del resto dopo aver scoperto la voragine in bilancio e aver correttamente informato la Corte dei conti – che ancora si deve pronunciare – aveva scritto una mail ai suoi docenti dicendo che c’era un emergenza, che stavano arrivando tempi difficili, che però si chiedeva calma, gesso e spirito di disciplina per affrontare l’emergenza. Punto. Non una parola in più. Con il risultato che tra i professori correvano le più strane leggende metropolitane su quanto era potuto accadere. I docenti di Genova la verità vennero a saperla dai giornali. E ancora non se ne capacitano.

di Riccardo Paradisi

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