Capello, un toro nell’arena

Italo CucciA pochi giorni dalla fine del Mondiale, un anno fa, la brillante Spagna – brillantina, direi – fu rispedita a casa nonostante la sua apparente qualità tecnica avesse strappato agli scommettitori un pronostico favorevolissimo: la vedevano in tanti Campione del Mondo. Per la prima volta. Gli scommettitori. Gli intenditori no. I competenti sanno che la nazionale spagnola è da sempre la quintessenza del velleitarismo tattico. Non ha mai vinto nulla, il calcio spagnolo in maglia rossa. Solo con la maglia bianca delle merengues, solo con il mitico Real di Madrid forgiato nel tempo dal grande Santiago Bernabeu e da alcuni suoi eredi, è stato dominatore in Europa, facendo per anni della Coppa dei Campioni un dominio privato. Ritorno a un anno fa, in Germania, quando – appena spedita la Spagna a casa con le pive nel sacco – un dirigente della Federazione iberica, forse in piena depressione, dichiarò ai media: «Dobbiamo cambiare mentalità. Se vogliamo vincere dobbiamo anche noi far giocare un Gattuso». Mi dispiace non essermi segnato il nome del suddetto: ne traccerei un ricordo rispettoso. Perché temo che lo abbiano fatto fuori. El senor X è praticamente desaparecido. Colpevole di avere detto una verità impossibile. Il calcio spagnolo, preso da sempre dalla fregola offensivista, non ammetterà mai che esista un calciatore “alla Gattuso” degno d’indossare la maglia delle Furie Rosse. I pallonari spagnoli imbrattacarte non accetteranno mai l’idea di un calcio difensivo, “all’italiana”, mai il contropiede come chiave di volta del sistema tattico, mai il principio “prima non prenderle”. Se poi sostituisci a quello di Gattuso il nome di Cannavaro, ecco il dramma farsesco dell’ultima ora: «Non ci interessa vincere con il calcio taccagno di Fabio Capello», ha scritto – insieme ad un congruo numero di offese personali – il direttore di uno di quei fogli sportivi che gridano con la forza dei due esclamativi tutta l’incompetenza che certi critici hanno accumulato in anni e anni di qualunquismo. La storia di Capello la sapete: ha preso in consegna – dopo un estivo brindisi a base di passito in quel di Pantelleria, abbandonando la Juve al suo destino cadetto – un Real Madrid stracotto a puntino, pieno di presunti galacticos che, come Ronaldo, erano più presenti alle sfilate di moda parigine e sui media scandalistici piuttosto che sul campo. Intuiti i suoi progetti…criminosi, le vecchie glorie dell’avvocato Calderon han preso a far flanella, coinvolgendo anche quell’animella di Andonio Cassano da Bari Vecchia che, invece di badare al proprio destino, è diventato una sorta di buffoncello di corte intento a divorare cioccolata e a deridere l’unico tecnico che già a Roma l’aveva preso sul serio e gli aveva insegnato a giocare e a vivere: Fabio Capello. Ceduto Ronaldo per la gioia di Berlusconi e la rabbia dei media qualunquisti, spedito Cassano fuori rosa, collezionate otto sconfitte e l’esclusione dalla Champions League, Capello ha deciso di far sul serio suscitando quel tanto di professionalità rimasta in Beckham e soci. Beckham non ha rinunciato ai superdollari americani – e infatti se ne andrà a Los Angeles per duecentocinquanta milioni – né alle cenette parigine con Victoria alla Tour d’Argent o alle gite hollywoodiane con Tom Cruise e dolce metà. Ma quando don Fabio ha detto “è ora” si son ritrovati tutti – Roberto Carlos in testa, Cannavaro petto in fuori, Raul con l’orgoglio del leader consumato (in tutti i sensi), Van Nistelrooy con il suo piede d’oro da goleador nato e Beckham con la sua classe esemplare – a realizzare la vittoria impossibile, a conquistare un campionato che doveva essere di transizione o al massimo un lasciapassare per la Champions. Madrid in delirio, panuelos blancos sventolati in segno di letizia, Fabio Capello finalmente ridente con la sua mascella non abusiva spinta verso l’affermazione di una volontà e di uno stile ineguagliabile, lui che ha vinto nove campionati (Juve compresa), due con il mitico Real che adesso lo spinge fra le braccia del tifo ritrovato mentre Calderon e i suoi accoliti sbugiardati dicono no al “taccagno” e lo invitano a togliere le tende. «Dicono che orgogliosamente dovrei sbatter la porta, dimettermi, andarmene corrucciato e sdegnoso», mi confida Capello, «ma se lo tolgano dalla testa: se non mi confermano mi pagheranno fino all’ultimo euro». Si parla di sei milioni, dodici miliardi di vecchie lire. In un modo o nell’altro, Capello è il vincitore. «In realtà», aggiunge el ganador, «vogliono mandare a casa tutti gli italiani: me, il mio staff e Cannavaro». Già: non gli va giù che gli ex italianuzzi ex stortignaccoli abbiano fatto il miracolo di ridar vita a un Real che per veder di meglio deve riandare alle stagioni in cui il grande Saporta dominava gli arbitri e insegnava all’Europa intera cosa fosse la sudditanza psicologica ispirata dalla potenza economica e politica di un club fortemente amato da Francisco Franco. Mi piacerebbe aver la vena poetica e ironica di Paolo Conte e cantar gli spagnoli che s’incazzano per aver dovuto chinare la testa davanti al Bisiaco che s’è portato dall’Italia – come in Italia dalla sua terra di confine – la voglia di lavorare, la grinta del comandante, la capacità di fondere gli uomini nel crogiuolo della passione e trasformarli in squadra. Non sarà Bartali, Fabio Capello, ma la sua vittoria – così fastidiosa per tanti spagnoli sbugiardati e tanti italiani accodati alle iberiche miserie dialettiche – è per me, che ci ho sempre creduto, motivo di orgoglio. Come la vittoria mondiale, un anno fa. In fondo, anche stavolta l’icona del successo è Fabio Cannavaro, ‘o guaglione più forte del mondo.

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One Response to Capello, un toro nell’arena

  1. Spezialetti ha detto:

    Che bello vedere il “nostro” calcio dominare anche la Spagna, terra a noi italiani ostica, calcisticamente parlando si intende. E questa grande affermazione la dobbiamo ai più chiacchierati juventini che, nella passata estate, furono accusati di aver abbandonato la nave che affondava. E Capitan Capello, incurante delle numerosi voci maligne che su di lui ricamarono di dritto e rovescio, dopo esser stato privato di ben due scudetti vinti sul campo con o senza favori, da sfogo all’urlo rimasto nella strozza per un’intera stagione. E questa volta nessuno potra impedirglielo, nessuno gli fotterà uno scudetto che sa tanto di rivincita avverso chi aveva osato dubitare, mettere in discussione il suo credo: Vincere, vincere, vincere. Perché Capello è un vincente e non lo dico io, ma l’enorme quantità di titoli vinti nella sua terra e fuori. Missione compiuta. Il viaggio nella terra spagnola, sponda Madrid, è stato portato a termine. Chissà quali sponde toccherà la nave della vittoria di Capitan Capello… Chi vuol vincere si presenti, mostri le sue credenziali e presto sarà ricontattato. Buon viaggio Capitano.

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