Sono i baroni a frenare il ricambio generazionale

L’università degli orroriBaronie, assenza di meritocrazia, lontananza dalle esigenze reali delle imprese. Cleto Sagripanti, vice presidente dei Giovani di Confindustria con delega all’education, non usa mezzi termini per descrivere i mali dell’università italiana. Il suo slogan per colmare il vuoto che c’è tra la sfera del sapere e quella dell’industria è «aumentare le frequentazioni sovversive», cioè migliorare il rapporto tra queste due realtà, spesso troppo distanti. «Sovversive», perché quando l’impresa e l’università dialogano con un trasferimento di conoscenze e una ricerca ben canalizzata alle esigenze del sistema produttivo, c’è rivoluzione, cambiamento, innovazione e crescita. «Oggi viviamo una specie di corto circuito», spiega Sagripanti, «le imprese hanno sete d’innovazione, ma l’Italia è tra i Paesi più scarsamente innovativi. Questo perché non riusciamo a innescare meccanismi virtuosi di conversione del sapere scientifico in applicazioni industriali. C’è una scarsa comunicazione tra chi fa ricerca universitaria e il mondo delle imprese, non esiste un organismo centrale che sia in grado di far sapere quale e quanta sperimentazioni si faccia. Il rischio è che il sapere diventi autoreferenziale e non venga messo in circolo». Sagripanti sostiene da tempo la necessità di una «partnership strategica duratura» tra questi due mondi. «Le imprese si dovrebbero rivolgere più frequentemente ai laboratori universitari per risolvere problemi concreti. È necessario frequentarsi di più, scambiarsi informazioni, adottare strategie comuni, fare iniziative di co-marketing arrivando anche a sponsorizzare corsi di studio o intere facoltà». La sua azienda calzaturiera di famiglia, la Manas, testimonial di Miss Italia, da anni sponsorizza l’università di Macerata. Insomma, il sistema universitario italiano, terreno pubblico per eccellenza, dovrebbe aprirsi di più ai privati. In questo il modello americano insegna. Negli Stati Uniti i finanziamenti alle università sono per il 50 per cento privati e per il 50 per cento pubblici. E gli atenei privati americani sono tra i più prestigiosi al mondo: imprenditori, intellettuali e uomini politici versano contributi a favore di specifici progetti di ricerca e le loro donazioni sono diventate oggi dei patrimoni inestimabili. È il caso di Princeton: a partire dalla sua fondazione, nel 1746, il capitale è aumentato fino a raggiungere gli attuali 12 miliardi di dollari. «In Italia», afferma Sagripanti, «non possiamo certo pretendere di eguagliare il brillante sistema statunitense, basato su merito, concorrenza e responsabilità. Ma possiamo almeno cercare di applicare le caratteristiche vincenti di questo modello». Perché il vero problema è nel Dna dei nostri atenei, feudi di rettori e docenti. «Chi vi opera si deve sentire parte integrante della struttura, a partire dai professori che sono le persone-cardine per l’ottimo funzionamento del sistema, ma che spesso svolgono più funzioni e più mestieri, indebolendo la struttura universitaria». E qui entra in gioco la logica del mercato. Secondo il vice presidente degli industriali juniores «l’università dovrebbe essere più aperta, proprio come un’impresa che sta sul mercato. Ma un corpo docente quasi inamovibile, spesso chiuso all’esterno, e sacche di privilegi e sprechi non contribuiscono certo a modernizzarla». La panacea? Sagripanti non ha dubbi: «Una cura massiccia di merito. Oggi, così com’è, l’università rappresenta un sistema iniquo: non premia i più bravi, non garantisce livelli qualificati di preparazione e favorisce la lobby dei baroni, coloro che appartengono a uno status sociale protetto e garantito. Sono loro i nemici del cambiamento e del turn-over generazionale».

di Mara Vitti

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