Don Fabio all’assalto del numero chiuso

L’università degli orrori«Un cavaliere errante senza amore è come un albero spoglio di fronde e privo di frutti, è come un corpo senz’anima», si sarà detto Fabio Mussi nel giorno che Romano, il curato di Scandiano, lo fece ministro dell’Università. È laggiù, in quell’osteria di avventori chiassosi e fetide insalate, che è iniziata l’avventura di Don Fabio. Gli parve una magione di nobili signori, salutò chinando il capo, e partì lancia in resta nella desolazione accademica. È ormai da dodici lune che questo hidalgo generoso, ci intravede atenei brillanti, baroni decaduti, fieri studenti che vergano odi nei loro scriptorium. E da dodici lune, gli altri, i signori del Palazzo, farebbero a gara per tappargli la bocca, non fosse che le mani, le tengono annodate ai cordoni della borsa, o immerse nella pasta. Non c’è una lira, signor ministro, e giù con tagli e mutilazioni. Niente soldi agli atenei, e i giovani s’arrangino. È questa linea sottile che divide il ministro Mussi e il pezzo d’Italia che gli è stato assegnato. Lui vorrebbe abolire il numero chiuso, più studenti e più laureati, aule aperte per chiunque voglia accedere al sapere. I rettori, quasi unanimi, rispondono che di corsi a numero chiuso ce ne vorrebbero sempre di più. I magnifici dicono che gli studenti sono troppi, che i docenti sono pochi, che le aule sono contate e la formazione è scadente, ma ci fanno la figura dei cattivi. Bella cosa gli atenei per tutti, ma dopo i tagli in Finanziaria per un miliardo di euro, se ne andrebbe in malora anche il senso estetico di Schelling. In Italia, mille corsi su tremila, uno su tre, hanno il numero programmato. Negli ultimi cinque anni si sono quintuplicati, e il ministro dell’Università ha detto stop: o i rettori li riducono, oppure lo farà lui con una legge. Come in un autobus troppo gonfio, la cultura ha fatto posto ai cazzotti e alle spallate: si sgrida il conducente, ma il problema sono i posti. I rettori hanno spiegato più volte che sono costretti a limitare i posti. I fondi ministeriali vengono assegnati in base a requisiti minimi e standard di qualità come l’adeguatezza dei laboratori, la disponibilità delle aule, il numero di docenti. Tenere corsi liberi, egualitari ed ecumenici, può significare giocarsi la sopravvivenza. «Bisogna imitare gli altri Paesi d’Europa, che hanno più laureati e pochissimi corsi a numero chiuso», incalza il ministro. È colpa dei rettori, insomma. Il ministro sprona il ronzino e va all’attacco. Hanno in mano una catinella di rame, ma Don Fabio l’ha scambiata per l’elmo di Mambrino

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