Il broccolino all’università

L’università degli orroriI boss di Mario Puzo se la sono tramandata insieme alla raucedine, i goodfellas di Scorsese ne hanno fatto cantilena, i Sopranos ne hanno fatto uno zotico evangelo. Ma dopo anni di gavetta tra ruspanti tabagisti e pizzaioli lerci, fra matrone sudaticce e strappalacrime sciuscià, sul broccolino nessuno potrà mettere più bocca. Il Little Italy language, come lo chiama chi non lo parla, è ufficialmente una lingua riconosciuta, e da quest’anno verrà studiata nelle università degli States. Docenti e ragazzi si misureranno quindi con grammatica e sintassi di un idioma, il broccolino, che nel tempo ha mescolato rudezze sicule a lazzi campani, tintinnii pugliesi a silenzi lucani. Una storia linguistica che insieme ai migranti e alle loro ondate, ha portato con sé nuove parole e ricchezze aggiunte, fino a fondersi in uno slang bizzarro ma ormai rigoroso. Un inglese unico, più facile a dirsi che ad essere scritto nelle cartoline. Oggi lo parlano due milioni e mezzo di italoamericani, buona parte di loro attorno agli isolati di New York, ma anche a Miami, Chicago e Los Angeles. Ma l’antica lingua dei padri, si è sempre più confusa negli slang dei figli e nei prestiti dei ghetti, nell’americano delle strade e in quello delle scuole. È successo perché spesso per gli italiani d’America, trovare il modo di comunicare equivaleva a sopravvivere. E così tra razzismo, indigenza e nostalgia, i nostri compatrioti si sono inventati una lingua loro. «È stato grazie a questo linguaggio comprensibile soltanto a pochi che tutti noi figli e nipoti di italiani emigrati in Usa siamo riusciti a salvaguardare la nostra identità e non ci siamo mai americanizzati», spiega Giuseppe Cannistraro, professore alla Columbia University. Il Little Italy Language vedrà coronata la sua dolceamara odissea da settembre. Sarà insegnato in numerose università e Istituti privati che si occupano di Antropologia e di Storia delle Etnie. Risuoneranno in accademia i suoi buffi sobbalzi e le sue strambe parole, un computo di sillabe e passioni in cui la lingua dei migranti ha nascosto i suoi dolori.

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