Perchè negli atenei comandano ancora i baroni

L’università degli orroriIl ministro dell’Università Fabio Mussi ha dichiarato più volte che tutti i concorsi universitari sono sempre stati truccati, sia quelli nazionali sia quelli ‘locali’ introdotti dalla riforma Berlinguer. Per i concorsi nazionali con commissari estratti per sorteggio si è sempre vociferato che le estrazioni fossero pilotate e, comunque, chi veniva ‘sorteggiato’ coglieva l’occasione per fare passare i suoi allievi, amici, amici degli amici, e così via. La riforma dei concorsi universitari introdotta da Luigi Berlinguer, un professore universitario e un rettore che conosceva bene l’università, era tale da non poter non produrre gli effetti negativi dichiarati dal ministro Mussi. La procedura di valutazione per reclutare professori e ricercatori introdotta da Berlinguer prevedeva che ogni università bandisse un concorso nazionale per ogni posto di professore richiesto da ogni facoltà e che la commissione giudicante, oltre al candidato vincitore, dichiarasse idonei altri due candidati. Questi ultimi sarebbero stati poi chiamati dalle università di provenienza a ricoprire i posti per cui erano stati giudicati idonei. Poiché la commissione esaminatrice, a parte il membro interno designato dalla facoltà, erano elette con votazione nazionale e poiché gli altri sette membri – come documenta il sito http://reclutamento.murst.it – risultano eletti da ogni settore disciplinare con pochi voti ( al massimo dieci, sedici voti) è chiaro che il sistema concedeva via libera a qualsiasi cordata di venti di persone di decidere vincitori, idonei e commissione. Se si tiene poi conto che ogni concorso bandito veniva inserito in una sessione con almeno un centinaio di altri concorsi, è chiaro che in ogni settore disciplinare era facile mettersi d’accordo di volta in volta sui vincitori, gli idonei e la commissione. Non è mai accaduto che un concorso non producesse vincitori e idonei già negoziati, né che una cordata sia stata fatta fallire e sia stata eletta una commissione diversa da quella concordata. Il sistema ha sempre funzionato perché dalle Alpi alle isole nessun barone o vassallo si è mai opposto all’esito di un concorso, facendo saltare una cordata, per la semplice ragione che se lo avesse fatto, sarebbe stato isolato e non sarebbe riuscito a fare vincere alcun concorso a propri candidati. Poiché sono state anche poche le relazioni di minoranza allegate ai verbali finali, eccezioni trascurabili i membri interni contestati, è evidente che il sistema di reclutamento universitario è granitico e non può essere messo in crisi dall’interno. I ricorsi ai Tar, le denunce alla magistratura dei candidati bocciati, hanno iter lunghissimi e in genere senza conclusioni. Dilungarsi sul nepotismo, il familismo, il clanismo del sistema di reclutamento della riforma Berlinguer, è ormai argomento consunto, mentre è invece importante ricordare al ministro Mussi che il sistema di reclutamento da lui deprecato è diretto salvo rare eccezioni da docenti di sinistra, dai suoi compagni. Dati i fallimenti precedenti, non si comprende come il ministro Mussi possa pensare di riformare i concorsi, bandendo 4.000 posti per ricercatore con concorsi nazionali, raggruppati in due sessioni annuali, perché è proprio la regola della sessione alla base della corruzione del nostro sistema di reclutamento. Come nei precedenti concorsi della riforma Berlinguer, sarà la regola della sessione a tenere insieme il sistema e tutti saranno disposti a chiudere un occhio o entrambi su una cordata, pur di ottenere lo stesso trattamento per la propria. Dei sette membri delle commissioni, cinque saranno sorteggiati tra gli ordinari del macrosettore disciplinare per cui è bandito il concorso, mentre gli altri due saranno scelti per ciascun candidato dal ministero nell’ambito di una lista di studiosi stranieri o impiegati stabilmente presso università o enti di ricerca stranieri. È evidente che i membri sorteggiati tra gli attuali ordinari sono usciti dai precedenti concorsi truccati – come li definisce il ministro – e la lista degli studiosi stranieri nominati dal ministero sarà fornita al ministro dai suoi collaboratori ed è difficile immaginare un ministro dell’università che anche con tutte le migliori intenzioni del mondo possa scegliere collaboratori di diverso orientamento politico da quello della sua coalizione. Se il ministro Mussi ha davvero tutte le buone intenzioni che dichiara, abolisca l’arcaica istituzione del concorso, adotti il sistema di reclutamento americano, rinunci alla piramide con i ricercatori alla mercé di baroni e vassalli, faccia assumere alle università assistent professor e li metta in competizione con associati e ordinari, come negli Stati Uniti, dove un trentacinquenne può guadagnare più di un sessantenne se scrive un libro importante.In Italia, se un ricercatore non fa le ricerche desiderate dal suo boss, non esaudisce tutte le corvée e i riti di corte, non fa carriera. Nelle varie classifiche internazionali, le università americane e inglesi sono considerate le migliori e attraggono studenti asiatici, arabi e africani, mentre il sogno di ogni famiglia italiana è fare studiare a Oxford e Harvard i figli. Si sa che ogni sistema politico tende a controllare la cultura, anche quando dichiara il contrario, ma il ministro Mussi sa che il controllo dell’università non ha impedito il collasso dell’Urss e l’accademico-funzionario non è più necessario perché la politica si fa con i media. Se il ministro fa sul serio, usi l’agenzia per la valutazione della ricerca, tagliando fondi e licenziando i docenti improduttivi, metta in competizione le università, le classifichi e imponga tasse diverse per gli studenti, secondo il diverso livello delle università. In poco tempo, vedrà che le nostre università saranno in grado di controllarsi come le americane e faranno a gara per reclutare i migliori docenti.

di Daniela Coli

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