Il Cantagiro universitario

maggio 22, 2007

L’università degli orroriLa situazione finanziaria dell’università italiana è drammatica: la Crui (Conferenza dei rettori) denuncia una riduzione delle risorse di 1 miliardo. Negli atenei – dove si razionano le fotocopie – pagare le bollette di luce e telefono è uno sforzo eroico, i fondi nazionali sono appena sufficienti per gli stipendi di soltanto 500 nuovi ricercatori a petto dei più di ventimila cui è stato promesso l’imminente ingresso nel mondo accademico. È con questi chiari di luna che la Crui, insieme a trentadue atenei italiani, ha deciso di patrocinare University Music Festival: il cantagiro negli atenei del Belpaese. Forse pensando che all’università italiana qualche giro di chitarra e un po’ di rock and roll servirà a tirarsi su il morale. La gente allegra Iddio l’aiuta, recita del resto l’antico proverbio, e University Music Festival da questo punto di vista promette bene: «Questa», recita il bando di concorso del festival «è l’unica iniziativa che trasformerà le cattedre in palchi e le aule in arene per le performance dal vivo dei musicisti emergenti di tutto il mondo universitario ». Un’occasione da non perdere insomma. Anche perché al cantagiro, oltre agli studenti, potrà partecipare anche il corpo docente: «I ricercatori e gli assistenti di qualsiasi facoltà che desiderano esibirsi dal vivo possono confrontarsi e avere un’opportuntà unica: quella di far parte del mondo della musica e dello spettacolo». Che detta così, e vista la condizione di ricercatori e assistenti nelle università italiane, più che un’opportunità sembra l’ultima spiaggia. University Music Festival è una festa mobile: le tappe dei concerti, tenuti dalle band universitarie – folk, rock, pop e addirittura metal – saranno, dopo Trieste – dove l’altro ieri è partito il cantagiro – gli atenei di Urbino, Chieti, Catanzaro, Messina, Napoli e Roma. In ogni tappa verrà decretato un vincitore , sette campioni in tutto che dopo l’estate parteciperanno ad un reality-show su Sky Match Music, che è tra i produttori dell’iniziativa. E che da novembre filmerà la vita di queste nuove aspiranti star del mondo della musica, seguendo la loro vita nelle aule degli atenei del Belpaese. Insomma ci si diverte sul Titanic.


Enna, ecco l’università degli amici

maggio 22, 2007

L’università degli orroriCome avviene che in questi tempi di vacche magre per l’università italiana all’ateneo di Enna, grazie a un emendamento della finanziaria, arrivino 300mila euro? È che l’ateneo ennese, il Kore, ha molti amici nei palazzi della politica romana. A cominciare dall’onorevole Vladimiro Crisafulli, il deputato diessino che ha ottenuto il finanziamento straordinario per Kore. Phisique du role da sultano, ennese doc, grande capobastone di voti siciliani Crisafulli è il padre fondatore del consorzio da cui è germinata la Kore. Riconosciuta nel 2005 l’università ennese vede insediarsi al suo vertice Cataldo Salerno, presidente della provincia di Enna. Che si nomina anche presidente del comitato tecnico, di quello esecutivo e già che c’è del consiglio universitario. Ruolo quest’ultimo che gli consente di nominare il rettore. Cataldo chiama ad Enna Salvo Andò, figura di ex ministro e parlamentare socialista diventato ordinario solo un paio di anni fa. Avendo all’attivo ben due pubblicazioni. Per una di queste Andò fu accusato dall’attuale presidente della cassa depositi e prestiti Franco Bassanini di plagio: «Ha copiato un mio libro» dichiarò Bassanini nel 2003. L’altro testo si chiama Oltre la tolleranza scritto a quattro mani con Ciro Sbailò, anche lui ex socialista, che grazie a questo libro è diventato professore associato di diritto pubblico alla Kore. La cosa curiosa è che nella commissione che doveva giudicare Oltre la tolleranza c’era lo stesso Andò, coautore del saggio. Enna del resto è un’università fondata sull’amicizia. Il senatore dell’Ulivo Giorgio Benvenuto ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Università e della Ricerca criticando la Crui per il fatto di non riconoscere il rettorato ennese. Solo che la Crui fa notare che per nominare un rettore ci vuole il consenso e il voto delle facoltà. Non basta l’investitura di Salerno. Ma alla Kore di Enna queste devono sembrare pignolerie. Oggi all’indomani dell’emendamento per la Kore il presidente Salerno è trionfale: «È una notizia, quella dataci dall’onorevole Crisafulli, che ci fa immenso piacere. Perché significa che lo Stato guarda con interesse alla nostra università».


Le donne che deficienti

maggio 22, 2007

tubo_lil.jpgL’umorismo è una bestia difficile. Da trattare con cautela: è un boomerang e quando torna indietro fa un male cane. Laura Rodotà, rubrichista di Io Donna del Corriere della Sera, elenca dieci precetti per la “donna inaffidabile”. Sì, siamo alla ricerca dell’identità femminile. Ancora. Lei usa la risata (la sua). Com’è bello divertirsi come matti lavorando. La regola numero sei recita:«Imparare a fare scenate improvvise; partner, amici, familiari e figli ci penseranno sei volte prima di avanzare pretese». Embè?, si dice a Roma. La Rodotà, donna di buone letture, dà la netta impressione di considerare le donne creature deficienti. E così le offende, dopo aver rubato il loro tempo e senza averle fatte ridere. So che lei adora P.G.Wodehouse. Consiglio: se lo rilegga. Magari in inglese, visto che conosce bene la lingua. (P.M.)


La famiglia non si aggiusta con una passeggiata a San Giovanni

maggio 22, 2007

GiornaleCon un gesto di realismo parlamentare e saggezza politica Piero Fassino va dicendo da giorni che occorre un ripensamento sui Dico, magari affrontando la questione senza produrre una legge apposita e andando a modificare il codice civile laddove necessario. Il segretario dei Ds ha ragioni da vendere ed il suo ripensamento merita un plauso sincero, che solo una pseudo-cultura integralista ed affatto laica si ostina a negargli. Fassino ha ragione innanzitutto in termini politici, poiché la soluzione di cui parla apre la strada ad un confronto dentro e fuori la maggioranza (ed anche oltre il Parlamento) che potrà forse portare a qualcosa di buono. Ma Fassino potrebbe avere ragione anche in termini culturali, anche se il condizionale è d’obbligo. Infatti qui viene a galla la questione di fondo, cioè l’inconsistenza culturale di una norma apposita che crea una specie di matrimonio di serie B. Perché questo fanno i Dico, piaccia o meno ammetterlo. Un matrimonio di serie B che produce la demenziale situazione di proporre alle giovani coppie un modello di comportamento non più fondato sulla semplice e chiara differenza tra la scelta di sposarsi o meno (ambedue peraltro reversibili, in presenza del giusto istituto del divorzio), bensì su una terna che prevede la soluzione di mezzo, ipocrita e meschina. Come a dire: voglio sposarti ma solo un po’, dunque facciamo un Dico. Il dovere della politica non è quello di rincorrere i bisogni di tutti anche quando diventano capricci. La politica ha il dovere di indicare modelli virtuosi di comportamento, nei quali deve esserci spazio per l’assunzione di responsabilità. I Dico sono figli di un momento di politica debole, arrendevole, furbetta e qualunquista. Quanto al centrodestra è chiaro che c’è molta strada da fare. Il Family Day, cioè la vera grande novità politica dell’anno, è nato e cresciuto fuori dai partiti della maggioranza e dell’opposizione. È vero che Berlusconi, Fini e Casini ci sono andati, e hanno fatto bene: ma ci saremmo aspettati, già all’indomani del Family Day, un pacchetto di proposte sulla famiglia da parte del centrodestra. Un’iniziativa politica, insomma, che invece ancora non si è vista. Così come, a parte il solito uso del galateo con gli “apprezzamenti” per la svolta di Fassino, bisognerebbe spiazzare la maggioranza con una proposta esplicita di quelle modifiche del codice civile alle quali accenna il leader ds. Per chi non lo avesse capito, la famiglia non è un tema che si esaurisce con una passeggiata a piazza San Giovanni.

di Roberto Arditti


Calcio e politica. Da Mussolini a Veltroni passando per Spadolini

maggio 21, 2007

Italo CucciIl Millenovecentottantadue fu un anno straordinario per il calcio italiano. Direi l’Anno della Patria. La Nazionale vinse il Mondiale di calcio e risvegliò gli italici dormienti che tirarono fuori dalle soffitte le bandiere tricolori e saccheggiarono i negozi di stoffe per confezionarsene di nuove. Giovanni Spadolini, presidente del Consiglio, che aveva in sommo disprezzo il gioco del pallone (fui suo redattore sportivo al “Resto del Carlino”, e lo so bene) ancor prima della storica finale di Madrid s’affacciò al balcone di Palazzo Chigi brandendo mussolinianamente un tricolore e la folla mancò poco che gli gridasse “duce duce”. Poi partì per la Spagna. Lo ricevemmo a Barcellona nelle ore di Italia-Polonia, vincemmo ancora e gli consentimmo di sentirsi portafortuna (il Prof. Di Storia Patria era superstizioso assai, come rivela la sua frequentazione di Gustavo Rol). Ma sul più bello – mentre Ezio Luzzi gli sbatteva sotto il naso un Nagra, “presidente ci dica ci dica” – fu richiamato in patria dal Capo dello Stato: “Alla finale ci sarò io”, disse Pertini. E fu il trionfo del Presidente che al gol “urlato” di Tardelli contro i tedeschi balzò in piedi e improvvisò un saltarello davanti all’attonito cancelliere tedesco Helmut Schmidt (guarda caso subito sostituito da Helmut Kohl) e al divertito Juan Carlos di Borbone, Re di Spagna per volontà di Francisco Franco e Cittadino di Roma per nascita. Calcio e politica, una storia iniziata nel 1934, quando Vittorio Pozzo consegnò al Cavalier benito Mussolini la prima Coppa Rimet e gli aprì le porte del Nuovo Mondo del Pallone, consacrato valore patrio nel 1936, con la vittoria all’Olimpiade hitleriana di Berlino, e nel 1938, seconda Coppa vinta alla faccia dei francesi e dei “fuoriusciti” schiantati da una Nazionale in maglia nera. In quel formidabile 1982 conobbi il giovanissimo Walter Veltroni, ventisettenne astro nascente del Partito Comunista Italiano, juventino confesso, calciofilo impegnato, autore per Savelli Editore de “Il calcio è una scienza da amare – 38 dichiarazioni d’amore al gioco più bello del mondo” (la prima firmata Giulio Andreotti) che ne segnalò l’attenzione all’italico costume pallonaro dopo che il suo primo libro, “Il sogno degli anni Sessanta” (intervistò, fra gli altri, Gianni Morandi, Giuliano Ferrara e Renato Nicolini), aveva rivelato la sua “leggerezza” dieci anni dopo ribattezzata “veltronismo”. Walter allora s’allargò nel cinema, nella televisione e ancora nel calcio quando da direttore dell’Unità regalò ai comunisti ormai allo sbando ideologico la collezione degli albi “Panini” delle figurine dei pedatori. Dopo quel trionfo spagnolo, Walter mi chiamò per invitarmi alla Festa nazionale dell’Unità a Pisa. Nel pomeriggio era in programma un dibattito sui Mondiali, la sera un concerto dei Pink Floyd. I compagni facevano ancora cose straordinarie. Dirigevo il “Guerin Sportivo”, duecentomila copie di Sport & Musica, pane dei ventenni/trentenni d’allora, e accolsi felice l’invito. Fu un’occasione bellissima, un bagno di folla. Walter era raggiante e si mostrò con me molto gentile. Soprattutto quando, all’ora del dibattito, s’alzò uno spettatore e mi apostrofò “compagno Cucci”. “Diciamo semplicemente Cucci”, precisò Walter per togliermi dall’imbarazzo. Abile appassionato dialettico, signore nel porgere, demagogico quanto basta, brillante, entusiasta, vagamente commosso e commovente. Con gli altri colleghi presenti al dibattito (il più in vista Ezio De Cesari, il mitico “Triglione” del Corriere dello Sport) arrivammo presto a una conclusione: “Questo ragazzo farà carriera”. E non sbagliammo. Cinque anni dopo era deputato del PCI, dieci anni dopo direttore dell’Unità, nel ‘96 vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni Culturali (e dello sport) nel Governo Prodi. Il calcio portato al popolo – per chi non lo sapesse – è un eccezionale test di comunicazione. Mentre si consolidava il successo politico del giovane pugnochiuso, cresceva la sua fama juventina che avrebbe toccato l’apice nel 1997, centenario della Vecchia Signora, quando Casa Agnelli lo sventolò come una bandiera che da rossa trascolorava in rosa. A quel punto, tuttavia, ci eravamo se non persi almeno allontanati. Anche perché, da ministro, avrebbe prodotto una riforma esiziale per il calcio: la trasformazione delle Società Sportive in SpA con fine di lucro e il conseguente accesso di alcune società (Juve, Roma e Lazio) alla quotazione in Borsa, un obbrobrio che – contro l’ispirazione deamicisiana del calciofilo Walter – avrebbe varato il Calciobusiness, i crolli di Cragnotti, Cecchi Gori e Tanzi e, più tardi, in conseguenza del folle disegno riformatore, prima la prepotente assegnazione dei proventi della paytivù ai grandi club, pochi spiccioli ai poveracci, e la vergogna di Calciopoli. So quanto tutto ciò addolorò Walter, le cui intenzioni erano serie. E infatti ne avremmo presto registrato la progressiva trasformazione da apprendista stregone a efficace uomo di sport. Diventato sindaco di Roma nel 2002, attenuò i toni da supertifoso juventino avvicinandosi al calcio romano e agli altri sport, conquistando eventi di prima grandezza per la Capitale mentre Rutelli aveva “bucato” l’Olimpiade di Roma 2004. Oggi, presidente onorario della Lega Basket, sogna di portare a Roma la finale dell’Eurolega del 2010. L’avventura di sindaco sta per concludersi, sarebbe bello vederlo alle prese con il rinnovamento del movimento calcistico e delle politiche sportive. O semplicemente consigliere di Giovanna Melandri, ora che ha imparato il gioco. Ma temo che la ministro dello sport, nonostante Cardiff, voglia continuare a sbagliare da sola.


Stipendi troppo alti ai politici italiani? Ecco la soluzione

maggio 18, 2007

GiornaleC’è un modo non demagogico, ma efficace e significativo, per offrire un segnale di buona volontà nel pozzo nero dei costi della politica? Forse, se qualcuno inizia a dare l’esempio. Prendete i deputati e i senatori, spesso considerati dei super privilegiati non solo per le generose indennità (una spesa complessiva di circa 190 milioni di euro l’anno) ma anche per i trattamenti previdenziali e i benefit di cui possono disporre. E’ impensabile, come lascia intendere Franco Giordano in un’intervista al Corriere della Sera di ieri, una legge ad hoc per abbassare gli stipendi dei parlamentari. È impensabile anche sotto il profilo giuridico. E poi che cosa facciamo? Passiamo ai consiglieri regionali, ai giudici costituzionali, ai 472.829 italiani che rappresentano il ceto dei professionisti della politica? Possiamo solo immaginare la pioggia di ricorsi ai Tar e i contenziosi che si aprirebbero. Altra cosa, invece, è una scelta autonoma, libera e trasparente. Una decisione volontaria di deputati e senatori, di centrosinistra e di centrodestra, di devolvere una quota non simbolica dei loro emolumenti (magari il 20 per cento, il quinto dello stipendio, che tanti semplici cittadini accettano di pagare alle finanziarie per pagarsi la casa) a un fondo che potrebbe essere gestito da tre personalità indipendenti. Un fondo per destinare queste risorse fuori dal perimetro della politica, con obiettivi specifici. Per esempio per i risarcimenti alle famiglie delle vittime dei morti sul lavoro, la strage silenziosa che ogni giorno si consuma in Italia. Tra l’altro, queste devoluzioni volontarie in alcuni gruppi parlamentari già esistono, soltanto che servono ad alimentare le casse dei partiti di appartenenza e rappresentano così una forma impropria di quel finanziamento pubblico alle forze politiche tanto contestato e bocciato con un referendum popolare. Un gesto forte e chiaro, avrebbe tre effetti positivi. Il primo è appunto l’esempio: con la spinta dell’iniziativa dei parlamentari si potrebbe mettere in moto un meccanismo a cascata in tutto il sistema degli eletti, compresi quelli delle amministrazioni locali. Pensate: una catena di buona volontà. In secondo luogo, ci sarebbe una risposta all’odiosa, e documentata, intolleranza del ceto politico a ridurre la zona grigia dei suoi privilegi. A fatti concreti si risponderebbe con fatti concreti. E chissà che, lungo questa strada, non si accenda una piccola luce per contrastare il buio dell’antipolitica, la peggiore malattia di una democrazia. Forza, dunque, onorevoli e senatori: fate meno prediche sui giornali e date il buon esempio.

di Marco Stefanini


Niente roaming e niente digital divide. Parola di Viviane Reding

maggio 17, 2007

Nei giorni scorsi durante il convegno sul Broadband Gap (per materiale fate riferimento a questa pagina) il Commissario Viviane Reding ha rilasciato alcune interessanti dichiarazioni che riportiamo qui sotto in video. In Particolare si parla di digital divide (per saperne di più e per conoscere meglio chi si occupa di questa delicata questione andate qui sul sito dell’associazione anti-digitaldivide) e del gap presente tra i differenti paesi dell’Ue.

Altro tema caldo è quello del roaming. Usare il telefonino quando non si è nel proprio paese (un argomento sul quale si era già discusso molto in precedenza). L’abbattimento delle tariffe dovrebbe riuscire ad essere approvato prima dell’estate. Ovviamente per gli operatori telefonici sarebbe una manna poter godere di un’altro periodo estivo a prezzo pieno.


Con le maestre di Rignano si è sbagliato due volte

maggio 17, 2007

casa.jpgTorno sulla vicenda di Rignano Flaminio che tanto interesse ha suscitato e perché prende un po’ la “pancia” dei nostri sentimenti e ragionamento. Ne parlo anche in prima persona, essendo stato quasi una giornata intera a casa di una delle tre maestre, subito dopo la sua scarcerazione, per organizzare la prima e unica intervista di Marisa Pucci, venerdì scorso, a Matrix. Ebbene penso proprio che la maestra Marisa sia innocente. So che è sbagliato andare dietro al proprio istinto e alla propria impressione personale. C’è una percentuale di rischio a ragionare così, ma la certezza morale conta. Eccome. La riflessione che mi sento di fare su tutta questa vicenda è questa: lo Stato ha sbagliato due volte nei confronti di queste maestre. La prima volta quando il 12 ottobre dello scorso anno, indagandole per un reato così grave come la pedofilia di gruppo ai danni dei loro allievi, non le ha sospese dalle funzioni di maestre. Se i carabinieri indagano un docente, la preside nel dubbio deve intanto allontanarlo da quella funzione. Ne sono assolutamente convinto. Capisco che gli insegnanti possano temere le denunce di chiunque, se passa questo principio. Ma io lo trovo sacrosanto. Invece la sospensione non è mai arrivata. Il risultato è stato che gli animi si sono esasperati e interpretando in modo burocratico la presunzione d’innocenza, non si sono favorite neanche le indagate. Con la nefasta conseguenza di svuotare le classi, aumentare il disagio, spaccare in due il paese. Secondo errore: l’arresto del 24 aprile. Che necessità c’era? L’inchiesta, hanno spiegato gli inquirenti, aveva bisogno di uno “scossone”. A quel punto il dubbio, che doveva allontanare comunque le maestre dalla scuola, doveva volgersi a favore delle imputate e invece niente, dopo sono scattate le manette con un intervento violento. Lo stesso Stato prima indaga, nel frattempo fa insegnare, poi arresta. Non è forse questa già una catena di errori? Il dubbio è pro reo, ma disciplinarmente non è possibile che nella scuola italiana ci voglia l’arresto per sospendere dalla mansione dell’insegnamento. Il sospetto non va alimentato ma neanche sottovalutato, prima che sia troppo tardi. Non potevano essere assegnate ad una biblioteca fino alla fine delle indagini? Fra l’altro io sono convinto che la scelta sbagliata abbia in qualche modo generato la conseguenza drammatica e violenta della misura cautelare. Mentre una preventiva decisione avrebbe forse svelenito il clima. Mentre è accaduto come se il pm, i carabinieri, la preside agissero per compartimenti stagni, come se fossero di Stati alleati, non tutti servitori della Repubblica italiana.


Roma Tre, Fabiani studia per diventare re

maggio 17, 2007

L’università degli orroriPuò un principe dell’ateneo diventare re? Forse. Sicuramente ci sta provando Guido Fabiani, rettore di Roma Tre. Mentre secondo una ricerca svolta da Studenti-Magazine, per il 92 per cento degli intervistati, i professori universitari sono troppo vecchi, il rettore di Roma Tre sta provando a modificare lo statuto dell’ateneo romano per continuare a governare. Fabiani, professore noto per la sua vicinanza ai Ds, ha governato per tre mandati il secondo (per importanza) ateneo della Capitale ottenendo ampia visibilità. Ma non è stato premiato dalla politica e non ha ottenuto, come tanti altri suoi colleghi, posti di sottogoverno. E allora prova a mettere radici e a consolidare il suo potere accademico: vuole rifare, a dispetto delle attuali norme, il rettore per la quarta volta. Il Senato accademico da pochi giorni ha approvato con 26 voti favorevoli e 20 contrari la costituzione di una commissione che dovrà redigere il nuovo statuto e cambiare la norma sull’eleggibilità. Abolendo così ogni limite di mandato sia per lui, che per qualsiasi altra carica. Unica arma che sono riusciti ad ottenere i deboli oppositori è stata quella che la modifica dello statuto dovrà avere una maggioranza qualificata. E allora il principe Fabiani riuscirà a far diventare il suo regno a vita? «Speriamo di no – spiega un ricercatore che, visto il clima nell’ateneo, prega L’Indipendente di restare anonimo – perché le nostre università sono già sufficientemente piene di vecchi baroni. Con età medie che fanno ridere i colleghi di tutto il mondo e rabbrividire i demografi». Fabiani la spunterà alla fine? «È difficile prevederlo – prosegue il ricercatore – il mercato degli acquisti è aperto e certamente chi ha il potere in mano è più potente di chi si oppone. Oltretutto a noi giovani, nell’università e non solo, nessuno ci tutela. Soprattutto se non siamo figli di baroni o di qualcuno importante».

di Vasco Pirri Ardizzone


Endemol? il vero scandalo è la Rai

maggio 16, 2007

GiornaleAltro che «Endemol pensiero unico», come ha scritto il manifesto, e Grande Fratello destinato a dominare l’universo televisivo. Mentre Murdoch cerca di conquistare Dow Jones e il Wall Street Journal, e il gruppo dei media canadese Thomson ha conquistato la Reuters per 12,8 miliardi di dollari. Chi ragiona così è fuori del nostro tempo. Il mondo, quello vero, funziona diversamente. La scelta di Mediaset – settima azienda italiana, per capitalizzazione di Borsa, una volta escluse le grandi banche – è quella di un’azienda che vuole e deve rimanere nel mercato globale. Pena la sua stessa sopravvivenza. Deve, pertanto, rafforzarsi nel suo core business per resistere all’inevitabile pressione della concorrenza. La strada è obbligata. L’ha fatto la Fiat, rinunciando ai sogni di Umberto Agnelli, che inseguiva l’antico mito della diversificazione finanziaria. E per questo, grazie a Sergio Marchionne, è rinata a nuova vita. Lo ha fatto l’Eni, abbandonando la chimica, per gettarsi anima e corpo nella produzione petrolifera. Lo ha fatto Marco Tronchetti Provera rinunciando a Telecom, per concentrare l’attenzione sul business tradizionale della Pirelli. Stesso esempio ha seguito Telefonica, vendendo appunto Endemol e acquistando Telecom. Perché Mediaset avrebbe dovuto scegliere una strada diversa? Per far piacere ai politici di casa nostra e al loro provincialismo? Scelta giusta, quindi, dal punto di vista produttivo, economico e finanziario. In linea con il comportamento delle grandi aziende internazionali. E la Rai? È l’azienda di Stato che sbaglia, prigioniera com’è di una vecchia cultura che risente del suo passato di monopolista pubblico. Quando i telespettatori italiani, per mancanza di concorrenza, erano comunque costretti a seguire i suoi programmi. Senza possibilità di scelta. Ma viale Mazzini resta depositaria del servizio pubblico. Ne siamo consapevoli. E allora dimostri di essere all’altezza di una sfida che non è solo italiana, ma europea e internazionale. Si cimenti, come aveva cercato di fare (con risultati alterni) Pierluigi Celli, con il compito impegnativo della produzione. Lo faccia valorizzando le risorse della cultura italiana, senza rimanere prigioniera di questo confine. All’estero le altre grandi televisioni pubbliche stanno tentando la stessa strada. Ma partecipare a quel pool diventa possibile solo se ciascuna azienda mette in comune qualcosa di proprio. Un valore aggiunto che si è perso nel tempo, sotto il peso delle beghe politiche interne, come il goffo tentativo del governo di azzerare l’attuale consiglio di amministrazione. Un tentativo che porterà la Rai più lontana dal  mercato e più vicina alle aule dei tribunali.

di Gianfranco Polillo